A colei che mi ha fatta uscire dalla stanza

Spesso, quando mi trovo a spiegare cosa siano le questioni di genere, mi capita di usare un’immagine: quella di una stanza con le pareti dipinte di azzurro.

Immaginate di essere nate e cresciute in una stanza con le pareti dipinte di azzurro. Crederete che quel colore sia la normalità, che tutto il mondo si fatto di stanze con pareti azzurre. Fino a quando qualcuno entra, vi prende per mano e vi accompagna fuori. Allora non solo scoprite che l’azzurro non è l’unica scelta possibile per quelle pareti, ma anche che possono esserci altri modi di abitare o ripararsi, che le pareti possono essere fatte  di materiali diversi o addirittura potrebbero pure non essere necessarie.

Ieri è morta Anna Rossi Doria, colei che mi ha fatta uscire dalla stanza. Mi ha portata a vedere cosa ci fosse fuori, un’ora dopo l’altra, in quella che nel corso di laurea si chiamava “Storia delle donne in età contemporanea”, ma che lei ci disse essere una dicitura non corretta, perché non si stava facendo una storia delle donne, separata da quella degli uomini: piuttosto si sarebbe dovuta chiamare “Storia di genere”, perché era delle attribuzioni culturali dei ruoli che si stava parlando. Con l’auspicio che un giorno non fosse più necessario un corso “altro” e che si potesse chiamare finalmente “Storia” una disciplina in cui metà dell’umanità non fosse più assente.

E così, nel corso delle sue lezioni, si sgretolarono le verità assolute, come quella della generica bontà delle donne, smentita ad esempio dai focus sul ruolo attivo delle donne nel nazismo .

Ci si fece domande su concetti assodati, come quello della virilità. Cos’è la virilità? E soprattutto: perché è molto facile sentire frasi come “comportati da uomo! dimostra di essere un vero uomo!”, mentre ad una donna non si chiede mai di dimostrare di essere “vera” e si dà per scontato che lo sia? E perché la performance della virilità sembra passare dal rinnegare tutto ciò (comportamenti, inclinazioni) che è ritenuto femminile?

Si scoprì che quello delle donne durante la Resistenza non fu un “contributo”, come ce lo raccontarono a scuola in un trafiletto grigio a lato della storia importante – quella fatta dagli uomini ovviamente – ma che senza le donne non ci sarebbe stata nessuna resistenza. Ci si fermò a riflettere sulla scelta volontaria di chi, tenuta da sempre lontana dalla politica e non obbligata come gli uomini a scegliere tra leva obbligatoria e clandestinità, divenne partigiana. E ci si amareggiò nell’ascoltare che a liberazione avvenuta tutte queste storie furono occultate, a partire dalle sfilate nelle piazze liberate, sfilate in cui alle donne fu proibito di partecipare.

Ogni lezione una scoperta, una prospettiva nuova che ridimensionava quella stanza azzurra e che non solo mi ha dato la capacità di vedere che c’era un mondo altro già nel mondo in cui vivevo, ma ha fatto molto di più. L’azione di svelare qualcosa che fino a quel momento era nascosto ai nostri occhi può avere due effetti opposti:  essere un’esperienza illuminante o risolversi in un trauma. Dipende da come lo svelamento viene gestito, se vengono forniti strumenti adeguati alla comprensione o se dopo che il velo è stato sollevato si viene abbandonate a se stesse nella nuova complessità del mondo.

Per me si è trattato di una vera e propria illuminazione, perché nell’uscire da quella stanza ho portato con me due abilità: senso critico e capacità di analisi. Doni preziosi costruiti pazientemente spiegazione dopo spiegazione, pagina dopo pagina, libro dopo libro, che mi permettono oggi di vedere la vita da una prospettiva diversa e  allo stesso tempo di comprendere ciò che la nuova prospettiva di volta in volta mi svela . Non credo di essere in grado di pensare per me stessa a doni più belli.

Le tematiche di genere fanno paura perché ci dicono che quel che abbiamo sempre creduto essere naturale in realtà è solo abituale. Ci fanno paura perché gli stereotipi semplificano la complessità: quello è da maschio, quello è da femmina, se sei maschio fai così, se sei femmina fai colà. Le donne sono sempre state in casa a pensare ai bambini, gli uomini al lavoro e nella cosa pubblica. Questo è bene, quello è male, le stanze o sono azzurre o non sono.

Gli stereotipi che prendiamo per verità ci risparmiamo domande e ragionamenti, ci danno una stanza azzurra in cui chiuderci per ripararci dalla complessità del mondo, facendoci credere che quello sia il mondo. Ma per quanto timore abbiamo, per quanto vogliamo ostinarci a restare nella stanza, quella stanza non è il mondo: è solo una stanza.

E io sarò per sempre grata a colei che da lì mi ha fatta uscire.


Originariamente postato qui.

Corsi per… scollocarsi?

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Ieri sera la cara amica G. mi ha chiesto un consiglio su un corso di due giorni sul tema “scollocamento”, ovvero sulla volontà di lasciare il proprio stressante lavoro, la propria stressante vita e reinventarsi, trovando il modo di saltarci fuori tra costi, impegno, desiderio, paure e volontà.

Essendo tendenzialmente scettica sulla effettiva utilità di una due giorni a pagamento per trattare i temi del “cambiare vita” le ho espresso con cautela le mie perplessità. Se le aspettava, mi conosce :), ma provando ad andare un po’ più in profondità ho pensato che magari un incontro del genere potrebbe essere fruttuoso anche solo per l’energia che viene movimentata, o per la possibilità di incontrare altre persone simili, che hanno voglia di cambiare vita e nel mare magnum delle nostre condizioni precarie, non sanno bene da dove iniziare per organizzare e gestire la complessità. A volte si può aver bisogno semplicemente di metodo, c’è chi di base è un ottimo organizzatore e chi invece necessita di consigli, strutture, modelli a cui provare ad ispirarsi.

Di certo c’è il fatto che in qualche modo ognuno, se vuole cambiare qualcosa della propria vita, deve trovare la modalità di uscire dal proprio circolo vizioso fatto di ripetizione di gesti, lavori, prassi e giornate che non lasciano il tempo per riflettere su cosa si vuole davvero e quali competenze si possono spendere per attuarlo.

Il mondo editoriale e del web è piano di libri e siti che forniscono consigli e modalità a riguardo e non metto in dubbio che alcune pratiche si possano provare a copiare, sperimentare… quello che credo però è che sia necessario un tempo interiore in cui fare i conti con se stessi, farsi domande e darsi risposte.

Ad esempio per quanto mi riguarda ho capito che un passaggio importante era la rottura con la mia comfort zone, il dire basta definitivamente ad un lavoro che mi permetteva di mantenermi ma non mi piaceva e in qualche modo mi abbruttiva, non perché fosse brutto in sé, ma perché non era quello che volevo e il fatto di averlo e di avere entrate garantite non mi permetteva di investire tutta me stessa nei miei progetti. Io sono una che ha bisogno della terapia d’urto, a volte: di essere buttata in mare per imparare a nuotare. E così ho fatto.

È passato un anno e mezzo da quella decisione e sì: ce l’ho fatta. Sono riuscita a campare senza quel lavoro, ho impegnato tutta me stessa in altro e da un anno e mezzo posso dire di vivere con i guadagni di lavori in cui credo. Non tutto è stato perfetto, non tutto è andato a buon fine, ci sono collaborazioni che mi hanno lasciata anche negativamente allibita, ma fa parte del percorso: non sono finita sotto un ponte, non sono dovuta tornare a casa dei miei, ma soprattutto non ho mai, mai e dico mai rimpianto la decisione di lasciare i lavori che ho lasciato.

L’essere umano appartiene ad una specie altamente adattabile. Pensateci! Quale altra specie può vivere all’equatore e al polo nord? Noi siamo adattabili, solo che ci infiliamo in routine quotidiane che ci fanno perdere coscienza di questa nostra grande capacità.

Allora quello che mi preme dire sono due cose. La prima è che bisogna sapere cosa c’è nel proprio hard disk: non mentitevi, ditevelo! Solo così la ricerca può avere senso. E la seconda, che bisognerebbe davvero stampare e appendere ad un muro di casa che si vede spesso, è che non c’è tempo per la perfezione!

Il tempo è adesso. E forse lo è sempre stato.

 

Giornata della memoria corta

miriamcoverC’è uno splendido libro di Majgull Axelsson che racconta la storia di Malika, adolescente rom che nel corso della deportazione da Auschwitz a Ravensbruck assume l’identità di una ragazza ebrea di nome Miriam. A liberazione avvenuta le è chiaro che la finzione che le ha permesso di sopravvivere all’inferno dei campi di concentramento  dovrà continuare per tutta la vita: anche nella civilissima Svezia in cui si trasferirà e in cui riceverà un’ottima educazione, si sposerà e diventerà madre e nonna, essere una sopravvissuta ebrea sarà di gran lunga meglio che essere una sopravvissuta rom. Malika vive così la vita riservata a Miriam, fino al suo ottantacinquesimo compleanno, giorno in cui circondata dalla famiglia all’improvviso dice “Io non mi chiamo Miriam”, frase che dà il titolo al libro.

La storia di Malika – Miriam ci parla di tentativi di rimozione, delle identità da cui si fugge e verso cui si torna, di vite umane considerate talmente misere da non valer la pena di essere ricordate. Racconta di sopravvissuti di serie A e serie B, di come a guerra finita l’orrore non fosse stato sufficiente ad insegnare il rispetto per la diversità e il diverso fosse accolto e risarcito solo a patto che non fosse poi così diverso.

“[…] Sì, le era stato offerto un risarcimento dopo la guerra, e sì, Olof si era indignato e aveva preteso che lei rinunciasse. E Miriamo si era adeguata. Dunque può nascondersi dietro di lui, ma la verità è che non l’aveva fatto per mostrarsi una moglie ubbidiente. E nemmeno per paura che le sue menzogne venissero smascherate. L’aveva fatto per una sorta di lealtà alla rovescia nei confronti del suo popolo. Ai rom non era stato offerto nessun risarcimento. Non erano stati sterminati per ragioni razziali, avevano spiegato le autorità tedesche dopo la guerra, ma perché erano criminali. Fino all’ultimo. Anche le quattordicenni come Anuscha e i bambini come Didi. E gli onesti argentieri come il padre di Malika. Ed era stato per loro che Malika aveva strappato la lettera arrivata dalla Germania”.

E così oggi la nostra Giornata della Memoria ci ricorda quanto questa memoria sia corta, non si può pensare altro guardando le strazianti foto dei migranti in fila sotto la neve a Belgrado per un pasto caldo. E ci ricorda anche quanto questa memoria sia parziale e selettiva, che ritiene degne solo alcune differenze, arrogandosi il diritto di disprezzarne altre.
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Fa male constatare che oggi come allora siamo incapaci di vedere a cosa possano portare i fascismi e le intolleranze quotidiane. Ricordiamocelo quando fra qualche decennio qualcuno chiederà – come noi qualche decennio fa – “Ma come avete fatto a non capire? A non sapere? A non immaginare dove si sarebbe andati a finire?”
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Pare che non sia nient’altro che questa la banalità del male: avere davanti agli occhi e non vedere. Avere davanti agli occhi e non solo girarsi dall’altra parte, ma puntare il dito contro. Nel silenzio assordante di chi dovrebbe dire qualcosa e invece tace.
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Originariamente postato qui

Portare a galla le risposte giuste

Che sensazioni vi danno queste immagini? Cosa ci leggete? Cosa vi raccontano?

Se ne avete voglia prima di andare avanti potete rispondere: basta avere un foglietto di carta e lasciarvi trasportare dall’ispirazione. Possono essere semplici parole o frasi complesse. Può essere tutto ciò che volete. Prendetevi il tempo che vi serve, io vi aspetto 🙂

Oggi, di fronte a una scelta che mi si prospettava, ho cercato la risposta nel profondo. E a volte la risposta può venire a galla anche grazie a ciò che ci colpisce, a quello che attira la nostra attenzione.

Il dubbio era questo: presentare o no domanda per un posto di lavoro nel pubblico, a tempo determinato, in un paese vicinissimo al mio, ad occuparmi di comunicazione per 36 ore a settimana con ferie, permessi, mutua e tredicesima?

Il fatto è che se la cosa fosse andata in porto (e a meno che non fosse un concorso fatto ad hoc per inserire qualcuno di preciso qualche carta buona da giocare l’avrei avuta 😉 ) l’unica ragione per cui sarei stata contenta sarebbero state le sicurezze (sicurezza da precari, chiaramente, ma anche nel precariato, si sa, c’è la serie A e la serie B…): i soldi certi a fine mese e le tutele.

E cosa avrei perso? Avrei dovuto mettere in stand by il lavoro a cui mi sto dedicando da tempo, che sta evolvendo insieme a me, che sta crescendo e che mi permette di dedicarmi a ciò che amo e che mi appassiona. Un lavoro cucito su di me, sul mio desiderio di creare, di stravolgere a volte, di sperimentare, di voler carta bianca, di organizzare, di formarmi.

E c’è di più: come un dono prezioso è arrivata questa neonata collaborazione con una ONLUS che si occupa di rifugiati e richiedenti asilo, in cui le persone con cui ho avuto a che fare mi sembrano tutte serie, competenti, motivate e umane.

Quindi la questione si pone in questi termini: possibilità di stipendio decente facendo un lavoro che almeno dalla descrizione sembra un po’ meno noioso di tanti altri lavori nel pubblico VS pochi soldi e nessuna sicurezza facendo quello che amo. Scegliendo il primo dovrei dire addio al lavoro coi rifugiati e mettere in stand by la mia attività autonoma per un paio d’anni (cosa che equivarrebbe a sferrarle un colpo di grazia). Optando per il secondo perderei l’occasione di un lavoro nel pubblico con tutte le sicurezze che comporta, anche solo per due anni (ma si sa che una volta nel pubblico è facile se non restarci, almeno prolungare i contratti).

Dunque mentre mi apprestavo a scrivere questo post, ho cercato le immagini che avrebbero potuto rappresentarlo. Le ho scelte istintivamente. E solo dopo ho cercato di capire cosa significassero, per me.

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Una strada da seguire

Un cammino su cui mi trovo e che percepisco bello, che mi invoglia a continuare a percorrerlo.

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La luce dietro la curva

Il sole, che aspetta splendente dopo la curva, e che se anche in questo tratto di sentiero non c’è, in realtà c’è già, c’è ugualmente: lo si percepisce nell’atmosfera, nei raggi che filtrano tra le foglie.

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Una presenza che si manifesta

Un’immagine confusa, in cui si vede poco o nulla, ma quel poco che si vede dà lo conferma di trovarsi in dirittura d’arrivo, i contorni sfuocati sono sufficienti per raccontare cosa mi attende.

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Bellezza e leggerezza

La leggerezza, la bellezza e l’assenza di paura nei confronti della fragilità.

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Piacevolezza nell’assenza di nitidezza

La nebbia che abbellisce e non confonde, che nasconde qualcosa di bello da scoprire, che è bella già di suo perché permette di immaginare, perché cattura e muta la luce, perché crea l’atmosfera giusta.

Questo per me significa che sono contenta della strada che sto percorrendo, che l’incertezza non mi preoccupa ma anzi mi incuriosisce. Che ci sono tanti segnali che sto trovando sulla giustezza di questo camino. Che ho voglia di camminare, di proseguire, che so che la vita è bella e fragile, come una bolla di sapone. Che la fatica non mi spaventa e che dietro la curva, in fondo al sentire, in mezzo alla nebbia, oltre alla tempesta ti neve, c’è qualcosa di bello.

La conclusione sono certe che l’abbiate capita anche voi 🙂

 

Servi e capitani

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L’altra sera, mentre cenavo fuori con mia madre e mia sorella, ecco arrivare al tavolo di fianco a noi un gruppo di genitori più bambini, che si dispone in questo modo: uomini tutti da una parte, donne tutte in mezzo e poi i bambini (“naturalmente” dalla parte opposta rispetto agli uomini, “naturalmente” vicini alle mamme). Chiassosi, tutti: grandi e piccoli. Bambini di cinque anni a cui appena seduti è stato dato in mano il tablet, con giochi a cui non si sono nemmeno presi la briga di togliere la suoneria. Ma come aspettarselo quando la stessa ala  (anagraficamente) adulta  non faceva altro che ascoltare canzoni e video rumorosissimi in vivavoce dai propri smartphone? Musiche e schiamazzi erano tali da non farmi sentire quello che dicevano le mie commensali.

Ieri nel corso di un progetto sulle scienziate che ho tenuto in una scuola media della provincia di Bologna, mentre i ragazzi e le ragazze lavoravano divisi in gruppi, la professoressa mi ha detto “Sono ragazzi brillanti, hanno un’ottima testa, peccato che non siano abituati ad usarla. Più del ragionamento usano l’intuizione, sono bravissimi e velocissimi nell’utilizzo dei programmi, sanno usarli sì, ma non sono in grado di riprodurli: dipendono interamente da qualcosa che altri hanno creato per loro. Saranno dei perfetti esecutori, dei servi perfetti”.

In Italia l’1% degli italiani detiene il 25% della ricchezza complessiva. Come disse Mujica quando lo sentii a Ferrara “Viviamo nell’epoca in cui le macchine e la tecnologia potrebbero rendere la vita più facile a tutti, ma quello che succede è che la ricchezza, come sempre, finisce nelle mani di chi possiede le chiavi di quella tecnologia: a vantaggio di pochi, a discapito di tutti gli altri”.

Ho visto “Captain Fantastic” la settimana scorsa, un film che mi ha emozionata dall’inizio alla fine. È la storia di una famiglia che alleva i suoi figli nel bosco, insegnando loro la meditazione e lo lo yoga, la storia, della letteratura, le lingue, l’anatomia, ma anche a coltivare e procacciare il cibo, insieme all’importanza della musica e delle arti espressive. Il tutto scandito da constante e a tratti duro allenamento fisico. È stato l’unico film che mi ha fatto venire voglia di fare figli (e chi passa ogni tanto di qui sa bene quanto sia difficile che succeda). I temi dell’educazione, delle scuole alternativa a quella statale, i ragionamenti sulla giustezza o meno della disciplina, sulla differenziazione tra autorità e autorevolezza per quel che riguarda l’insegnante, tra motivazione e obbligo per quel che riguarda lo studio mi hanno sempre coinvolta molto. Avendo familiari e amiche che lavorano nella scuola statale, avendo avuto a che fare per tanto tempo con ragazzini che avevano bisogno di un sostegno extrascolastico, vedendo da vicino l’esperienza di chi ha scelto percorsi di educazione alternativa e avendo parlato con diverse persone in vari ecovillaggi rispetto alle scelte più disparate (educazione paterna, familiare, libertaria, montessoriana, statale), ho potuto ritrovare nel film molte delle questioni su cui ho riflettuto in questi anni.

Ogni volta che vado nelle scuole a portare i miei progetti tocco con mano quanta voglia abbiano bambini e bambine, ragazzi e ragazzi di essere messi di fronte a domande che non si erano mai posti, che spesso permettono loro di trovare soluzioni (o iniziare a indagarle) su problemi che percepiscono ma a cui non sanno dare un nome, né una spiegazione. I momenti che amo di più sono quelli in cui colgo nei loro sguardi che piano piano stanno mettendo in fila le informazioni, la luce sta arrivando, la comprensione è vicina. Spesso nei questionari di gradimento scrivono “Grazie per avermi aperto la mente”.

Se mentre otto persone nel mondo detengono la stessa ricchezza del 50% della popolazione  noi stiamo qui a farci la guerra tra poveri, chiudere le frontiere e incolpare gli stranieri per il nostro impoverimento, questo dipende dalla totale assenza di cultura diffusa, dalla completa incapacità di  ragionare con la nostra testa. Viviamo in un mondo di sovra-informazione, in cui non sappiamo più distinguere una bufala da una notizia reale, crediamo che leggere i post su facebook significhi formarci e uscire dall’ignoranza, quando in realtà facebook permette all’ignoranza che abbiamo scelto di rimanere tale, selezionando cosa farci vedere a seconda di ciò che ci piace, il che significa che  se mettiamo un like ad un articolo che parla di una pietra che tenuta in camera cura il cancro, ci verrano fatti vedere altri articoli simili, generando in noi la convinzione che ciò che leggiamo sia vero e di essere nel giusto a pensarlo.

Solo la cultura può generare in noi il senso critico, la capacità di analisi necessaria a non essere solo esecutori, a saper mettere le mani nelle informazioni che riceviamo. E la cultura costa fatica. La lettura dei classici costa fatica, rifare un’equazione che non siamo riusciti a sviluppare al primo colpo costa fatica, il solfeggio costa fatica. Indagare e mettere alla prova i propri pensieri, scrivere e cancellare se il discorso non fila, correggere gli errori quando ci sono, tutto costa fatica.

Questo mi è piaciuto del film: la grande importanza che viene attribuita alla conoscenza, allo studio, alla formazione. Il messaggio è chiaro: per creare un’alternativa bisogna conoscere l’esistente. Solo così si potrà essere liberi: liberi da chi ci darà una lettura della società preconfezionata utile solo al proprio tornaconto, liberi da chi chiederà il nostro voto promettendoci l’impossibile. Liberi anche da chi si proporrà a noi come il cambiamento che cerchiamo, quando invece non potrà cambiare nulla, se non in peggio.

E in un mondo in cui ci dicono che con la cultura non si mangia, che per trovare lavoro bisogna fare i programmatori o studiare economia, che una laurea in filosofia non serve a nulla, un film così andrebbe assunto prima e dopo i pasti.

“I nostri figli potrebbero diventare re filosofi e questo mi rende felice”.

 “Captain Fantastic”

Ingredienti giusti

spices-1914130__340Negli ultimi giorni del 2016 è stato piacevole accorgersi di non aver nessuna urgenza di vederne arrivare la fine. A conti fatti è stato per me un bell’anno: lo è stato senza eventi particolari e ciò mi rallegra, perché significa che è stato bello in sé. Sono state piccole grandi conquiste quotidiane a renderlo bello, come la buona riuscita di un progetto, ma anche la capacità di superare momenti difficili o situazioni spiacevoli. È stato un anno che mi ha fatta ragionare e mettere insieme ingredienti per me fondamentali, di cui avevo bisogno da tempo. Uno dei più importanti è la capacità di superare il fallimento. Sebbene questo apprendimento necessiti di un lavoro costante, ora la mia testa non trasforma più automaticamente un no in un sipario con la parola “FINE” calato sui miei sogni, ma lo riconosce e accetta come parte integrante del percorso. In questo devo dire che mi ha aiutata molto la scoperta di quale fosse il mio personale “panino alla cacca“. (Vi siete mai chiesti quale sia il vostro? Consiglio di farlo, vi sarà utile!).

Un’altro ingrediente importante è stato l’accettazione dell’impossibilità di andare bene a tutti, che può sembrare cosa semplice e ovvia, ma finché non sono arrivata a focalizzarla davvero non mi sono resa conto di quanto questa assurda pretesa avesse condizionato le mie scelte, azioni e reazioni. E ho capito anche (ingrediente fondamentalissimo!) il livello di compromesso oltre cui non voglio più scendere, grazie anche alle parole di Pepe Mujica.

Un’ultima cosa di cui non ho mai parlato che sta giocando un ruolo fondamentale sul mio benessere è l’attività fisica. Non si tratta solo di benessere psicologico: per la prima volta da tempo immemore ho passato gli ultimi mesi dell’anno senza nemmeno un raffreddore! Da tre mesi ho trovato la perfetta combinazione di sport che mi permettono di staccare la testa, rinforzare il corpo e imparare a superare i miei limiti con la costanza, l’ascolto e l’allenamento: yoga e cross training. Due attività molto diverse, praticamente opposte, che rispondono a quel che cerco nello sport: benessere psicofisico e assenza di noia.

Queste le ragioni per cui nel 2017 non brindo a ciò che è finito, ma all’evoluzione di ciò che è già in atto. La sensazione che mi accompagna è quella che sia l’anno giusto per fare le cose che voglio fare. E più che i buoni propositi da seguire, sento la voglia di dichiarare i cattivi propositi che spero di aver lasciato nel 2016. Il primo sono le scuse. Voglio zittire tutte le motivazioni che mi do per autosabotarmi e non fare quello che so di dover fare, dalle piccole inezie di tutti i giorni alle sfide più complesse. Il secondo cattivo proposito da cui voglio prendere le distanze è l’egoismo. Senza troppi giri di parole: l’egoismo ci rende tutti più brutti. Io voglio circondarmi di bellezza e non posso farlo se la prima ad essere brutta sono io: la persona che voglio essere non è egoista. E non trova scuse per non fare ciò che deve.

Dunque buon 2017 a voi che siete passati di qui, che sia un anno pieno di bellezza e vuoto di scuse!

 

 

Auguri. E le cose giuste da fare

Oggi è il mio compleanno. Ho sempre amato questa giornata, i festeggiamenti, gli auguri, tanto che chi mi conosce mi prende benevolmente in giro dicendo che “oggi é festa nazionale”. 🙂 Questo per farvi capire il mio umore di oggi e lo spirito con cui mi sono svegliata.

Una delle prime interazioni di questa giornata l’ho avuta su facebook, dove stufa del pressapochismo con cui si stanno commentando i fatti ho condiviso questo articolo sulla presunta “illegittimità” del governo Gentiloni.

A me piacerebbe un mondo in cui le persone fossero in grado di trascendere i loro gusti personali, simpatie e antipatie comprese, per entrare nel merito delle cose. La domanda è chiara: questo governo è illegittimo perché non eletto dal popolo? La risposta è altrettanto chiara: no. Non è un governo illegittimo, non lo è sulla base della Costituzione che il 60% dei votanti all’ultimo referendum ha voluto mantenere tale. Un altro discorso è se ci piace, se siamo favorevoli, se ci piaceva Renzi, se siamo felici che si sia dimesso, etc etc.

Ma questo NON è un governo illegittimo. E la cosa può non piacerci, e va bene che non ci piaccia, ma almeno proviamo ad entrare un po’ più nel merito delle procedure della formazione dei governi: nessun governo è mai stato eletto da un popolo.

Bene. Questo l’antefatto. Poco dopo la mia condivisione dell’articolo mi appare lo status di un amico che sulla sua bacheca aveva scritto:

“Comunque, fino a prova contraria, è vero che Gentiloni è un premier non eletto dal popolo. Come tutti gli altri”.

Uno dei suoi contatti ha risposto:

“ok non si elegge direttamente il premier ma per te è normale avere dato l incarico di formarlo al più grande sponsor del sì?”.

E io a domanda rispondo:

” Sì, è normale
“Il 4 dicembre si è svolta una consultazione elettorale per confermare o respingere la riforma della costituzione, proposta dal governo e approvata dal parlamento in doppia lettura. Il presidente del consiglio Matteo Renzi si era impegnato in prima persona nella campagna elettorale per il sì e aveva detto più volte che avrebbe lasciato il suo incarico se la riforma fosse stata bocciata. Per questo, dopo la sconfitta del sì con un ampio margine, ha ritenute necessarie le sue dimissioni. Le dimissioni, tuttavia, non erano dovute: il suo governo non aveva perso il sostegno della maggioranza dei parlamentari.

In una situazione simile, nel 2006, il presidente del consiglio Silvio Berlusconi decise di non dare le dimissioni, dopo che la sua riforma costituzionale era stata bocciata dagli elettori con un referendum. Per questo motivo il presidente della repubblica Sergio Mattarella ha provato a chiedere a Matteo Renzi di restare al suo posto fino alla fine della legislatura. In seconda battuta ha cercato un candidato alla presidenza del consiglio che fosse indicato dal partito di maggioranza relativa, il Partito democratico, e che potesse contare sulla stessa maggioranza in parlamento su cui contava l’esecutivo guidato da Renzi.”

E condivido il link dell’articolo, casomai qualcuno avesse avuto voglia di spndere cinque minuti del suo tempo ad approfondire. E per tutta risposta, dopo un tentativo fallimentare di mediazione da parte del mio amico, ricevo un:

Mi pareva di avere scritto cose chiare 🙂
Ma con certe persone è come provare a spiegare all’ Uomo di Neanderthal che la Terra è sferica

Bah. Che fatica la violenza di facebook. Che stupore ogni volta riscoprire quanto la gente abbia bisogno di parlare e mai di ascoltare. Impossibile mettersi in discussione. Impossibile accogliere le parole dell’altro ed elaborarle. E che fatica anche pensare che le soluzioni erano due: iniziare un botta e risposta infinito o chiudere la questione.

Non vedendo il senso della prima opzione (dati i presupposti di galateo e apertura mentale), la vostra lady Neanderthal ha optato per la seconda.

Poi però l’amaro in bocca proprio non mi piace averlo, a meno che non sia quello del caffè rigorosamente senza zucchero. E ho visto questo spot davvero bello di petizioni (che avevo già firmato) e mi è sembrato un buon antidoto alla sconsolante idea dell’incapacità di certi esseri umani di mettersi in relazione, alla facilità dell’uso della violenza. La violenza è facile, comoda, non richiede grande esercizio mentale. La solidarietà e l’empatia invece travalica i confini e le storie personali, ci porta al di là del nostro ego.

Lo so, una firma on line è poca cosa. Ma per qualcuno può essere tanto. Fosse anche solo una manifestazione di soliderietà, sapere che tot persone sanno di te e ti sostengono, anche solo col cuore, o con una preghiera per chi ci crede.

E allora l’amaro in bocca si scioglie. E se ne avete bisogno, addolcitevi anche voi.

Qual è il tuo “panino alla cacca”?

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Ho finito “Big Magic” di Elizabeth Gilbert è lo consiglio a chiunque stia percorrendo (o stia pensando di percorrere) la strada della vita creativa, qualunque sia il significato che si attribuisce a questo aggettivo. È uno di quei libri che mi ha dato molti spunti su cui riflettere e che, una volta finito, voglio rileggere per fissare in testa alcuni concetti.

Uno di quelli che mi ha colpita di più è quello del “panino alla cacca”. È una citazione che l’autrice prende in prestito dallo scrittore Mark Manson, il quale sostiene che per comprendere al meglio quale sia davvero la nostra passione bisogna farsi questa domanda:

Qual è il tuo panino alla cacca preferito?

Quel che vuole dire Manson (e Gilbert con lui) è che una vita creativa non è costellata da un successo dopo l’altro, ma di tanta fatica, problemi, imprevisti, scoraggiamenti che ne fanno parte tanto quanto l’ispirazione e ciò che siamo in grado di creare. Allora la domanda non è tanto “cosa ti piace fare” ma “qual è la mer*a che sei disposto a mangiare per fare quello che ti piace?”

Trovo che questa sia una domanda molto intelligente, perché spesso si ha una visone parziale e edulcorata dell’arte di creare, e non si prende mai in considerazione il lato oscuro. Il bello di questo libro (e di questo consiglio) è che vale per ogni ambito che venga investito dalla creatività, che può essere sviluppata in tanti modi diversi. Si può voler diventare dei bravi vignaioli bio ad esempio, ma se non si sopporta l’idea di passare mesi a potare la vigna, anche in condizioni climatiche avverse, forse non è il mestiere che fa per noi. Si potrebbe voler diventare un grande pianista, ma se solo a sentir parlare di solfeggio sveniamo dalla noia, evidentemente siamo solo abbagliati da un’idea e non siamo disposti a sostenere i sacrifici necessari al suo compimento.

Tutto questo è in linea con il discorso sui compromessi che ho fatto poco tempo fa e mi ha aiutata molto (ma davvero molto!) di ritorno dagli ultimi progetti, facendomi comprendere che la mer*a compresa nel pacchetto era proprio quella che ero disposta a mangiare per continuare a fare quello che voglio fare.

Osservare le proprie idee, le proprie passioni, lo scopo che crediamo di voler raggiungere nella vita da questa prospettiva ribaltata credo possa aiutare a chiarire le idee molto meglio di un generico “mi piacerebbe proprio fare…”.

Spesso diciamo che ci piacerebbe vedere il panorama dall’alto di una vetta, ma siamo consapevoli che per arrivarci dobbiamo fare molta fatica? E una volta consapevoli, siamo comunque disposti a farla? Se la risposta è sì, allora complimenti, l’abbiamo trovata: quella è la passione che fa per noi.

 

Non voler abituarsi alla violenza

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Ho passato la mattinata di ieri in una scuola superiore della provincia, in Appennino. É stata una mattinata faticosa: sarei dovuta essere con una mia collega e avremmo dovuto lavorare in parallelo, una classe a testa in contemporanea. Ognuna avrebbe ripetuto il progetto per tre volte, quindi tre classi a testa nel corso della mattinata e sei classi in tutto coinvolte nei progetti. Se non fosse successo che a pochi giorni dalla data dei progetti, la mia collega mi ha detto di essere impossibilitata a venire. Ormai la data era fissata, i progetti erano finanziati dal comune che aveva fatto una delibera apposita per quella giornata, cambiare data era molto problematico. Ho deciso di andare ugualmente, facendomi accompagnare da un’aiutante d’eccezione, ma che essendo appunto d’eccezione non avrebbe potuto gestire i progetti da sola. Da qui la proposta di unire le classi due alla volta gestendole in due persone.

Erano progetti organizzati in occasione del 25 Novembre, anche se sviluppati una settimana dopo. Avremmo parlato di pubblicità, di sessimo pubblicitario, dell’uso del corpo della donna nelle pubblicità, di photoshop, di corpi inesistenti perché massivamente modificati, del significato dell’utilizzo di corpi di donne o pezzi di corpi slegati dal prodotto in vendita, dell’oggetitvazione della donna, delle ricadute di questo, del legame con la violenza, di pubblicità che normalizzano la violenza e di come quasi in tutta Europa esistano leggi contro la pubblicità sessista e in Italia no.

Devo fare una premessa: l’anno precedente eravamo già andate in questo istituto, che comprende varie tipologie di percorsi superiori tutti nella stessa scuola, dal liceo, ai tecnici ai professionali. Eravamo andate in due, la scuola aveva richiesto di fare incontri con quattro classi alla volta, noi c’eravamo opposte ed eravamo arrivate alla mediazione di accorpare due classi per ciclo. Sentivo che la cosa sarebbe stata problematica, ma sia per venire incontro alle richieste dei committenti che per verificare un’impressione non supportata da prove, abbiamo accettato. Ed è stata durissima.

Questa la ragione per cui quest’anno avevamo accordato la nostra collaborazione, ma a patto che si lavorasse su una classe alla volta: immaginate dunque il mio stato d’animo nel dover rimettere insieme due classi.

L’avete immaginato? Bene. Ora immaginatevi come l’ho presa quando, arrivata a scuola, la professoressa di riferimento che ci ha accompagnate in aula magna ci ha detto che al primo turno avremmo avuto Q U A T T R O classi. Avevano deciso così. Non volevano privare delle classi del progetto. L’avevano comunicato all’assessore di riferimento. Peccato che a noi nessuno avesse detto nulla. Ma ormai eravamo in ballo, non restava che entrare nell’arena.

Come dicevo, l’istituto era composto da vari indirizzi e in quella prima ora e mezza le quattro classi erano sia di liceo che di istituto professionale. Dovevamo iniziare alle 8 e alle 8.25 mancava ancora una classe: non si sapeva dove fosse, quale fosse, chi dovesse chiamarla. Finalmente alle 8.30 la bidella va a chiamarla, la classe arriva, composta solo da ragazze (e molto poche) che si siedono tutte in fondo all’aula magna, chiediamo loro di venire avanti, che non ha senso che stiano così lontane, ci rispondono strafottenti di no, lo richiediamo, ma nulla, la professoressa non dice nulla, non fa nulla. E non è un buon inizio.

Insomma, le ore passano, le classi si avvicendano, arriviamo al terzo e ultimo turno, in cui sono mixate una classe di ragazze  del tecnico e una di ragazzi del professionale, una trentina: questi si siedono tutti disordinatamente in fondo all’aula, coi cellulari in mano, parlano fra di loro, i professori non dicono nulla. Decido di non stare alla cattedra ma di andare a parlare in mezzo a loro, la cosa un po’ funziona, un po’ no, è un progetto interattivo, è previsto che si discuta, ma quelli hanno una sorta di comportamento di branco, quel modo di ostentare che sono-grandi-e-se-ne-fottono-di-quello-che-dici.

Mentre parlo mi fermo. C’è un ragazzo che continua a fare il cretino, vado verso di lui e molto serenamente gli dico: “Guarda, questo progetto è fatto per voi. Non è una normale lezione, si parla di cose che normalmente non vengono dette nei programmi scolastici. É un’opportunità per voi, ma se non vi interessa, se non ti interessa, non voglio di certo che mi ascolti per forza. Se non interessa a te stare qui, figurati a me! Io queste cose le so. Quindi: se sei stanco, annoiato, e se il tuo professore è d’accordo, perché non vai a farti un giro fuori? Fai due passi, prendi una boccata d’aria e noi continuiamo, ok? “. A quel punto il prof si sveglia, interviene e gli intima di uscire. E lui mi dice che non vuole, che vuole stare in classe, continuare a sentire la lezione.

Alla fine di ogni progetto diamo i questionari di gradimento in cui chiediamo con varie domande le impressioni di ragazze e ragazzi sui progetti. Li lasciamo anonimi, perché si sentano liberi di esprimersi senza timori di ritorsioni, chiediamo solo di indicare la classe e la sezione. Ma il fatto che siano anonimi non significa che io non sia in grado, per alcuni, di risalire a chi l’ha scritto. Le mie overdose di Foxcrime danno i loro frutti.

E così vedo subito che la ragazza oppositiva della classe arrivata in ritardo ha riempito il questionario di insulti e ci consiglia di cambiare lavoro, una sua amica ci manda affanculo e così anche alcuni ragazzi del professionale dell’ultimo ciclo, che tra un “Succhiamelo” e un “Questo progetto non è servito a un cazzo” fanno bella mostra dell’essere uomini-che-non-devono-chiedere-mai.

Certo, ci sono tanti, tantissimi commenti positivi di tutti i ragazzi e ragazze che abbiamo visto nel corso della mattinata, ma come spesso accade, il bello è liscio e scivola via e il brutto è ruvido e vischioso e ti resta appiccicato.

E così mi porto a casa tante riflessioni e tanti dubbi, pur sapendo che l’errore è a monte, che i temi di cui parliamo hanno bisogno di essere sviluppati una classe alla volta, che nel raggruppare ragazzi di sezioni diverse si sviluppano dinamiche di branco difficili da superare. Ma quello che mi rendo conto che mi ha colpito di più è la violenza: la violenza verbale di queste persone, e soprattutto il pensare e il capire che per loro è pane quotidiano, mandarsi affanculo, offendersi. E di nuovo ragiono sulle parole, sul loro peso, sui significati che portano con sé. Sull’abituarsi a certe parole, sull’abituarsi alla violenza verbale. E sul fatto che io, no, non ci sono abituata.

Parlando con Assessore e vicepreside capisco la loro volontà di portare semi in questi ragazzi, ci dicono che ci sono classi molto difficili, che spesso anche loro se la prendono coi ragazzi, ma il fatto è che dietro a questi adolescenti spesso c’è il vuoto.

Lavorare coi licei è molto più facile, non c’è dubbio. I ragazzi e le ragazze ascoltano, sono disciplinati, possono fare un po’ di confusione, ma c’è rispetto, di certo non ti invitano a succhiarglielo nel questionario di gradimento. Ma poi penso che sono proprio i ragazzi più difficili ad aver bisogno di sentire pensieri altri, ragionamenti diversi, progetti che sviluppino in loro un senso critico. Perché se anche solo uno o due di loro avrà riflettuto (e anche fra quelli del professionale tanti ci hanno ringraziato perché gli abbiamo aperto gli occhi), o se anche solo una o due ragazze che hanno bisogno di aiuto (loro o le loro madri o sorelle o amiche) ora sanno che esistono i centri antiviolenza a cui potersi rivolgere gratuitamente, questi progetti hanno avuto senso.

Qualcuno mi ha detto che questa violenza verbale mi colpisce perché non ci sono abituata, come a dire: a forza di leggerne poi non ci fai più caso. Penso sia vero. Ma arrivata alla fine di questa giornata, con il turbamento che mi porto dentro da ieri, penso che in verità no: non voglio abituarmi alla violenza. Voglio che sia sempre un campanello d’allarme, un indice di qualcosa contro cui combattere, uno stimolo a pensare a che seguito dare.

Mettere nero su bianco tutto questo mi è servito molto e ora sento che il peso sul cuore si sta trasformando in volontà di azione. Sto pensando che sarebbe bello che questo avesse un seguito, che non è educativo lasciar credere ai ragazzi e alle ragazze che nascosti nell’anonimato possano insultare le persone. É la stessa dinamica di Facebook, dove nascosti dietro l’anonimato tanti, troppi insultano pesantemente chiunque. Dovrò fare un report per professori e assessore, che restituiranno alle classi. Mi sta venendo qualche idea su come volgere il brutto in bello.

E se avete consigli, come sempre, sono i benvenuti 🙂

Non c’è tempo per la perfezione

Il perfezionismo ci impedisce di portare a termine un lavoro, ma peggio ancora spesso ci impedisce di iniziarlo.

typewriter-801921_1280Il grande romanziere americano Robert Stone disse una volta, con una battuta, di possedere le due qualità peggiori per chi voglia fare lo scrittore: sono pigro, affermò, e perfezionista. Se volete una vita creativa soddisfacente, date retta a me, evitate di farne uso. Al contrario, dovrete imparare a diventare una disciplinatissima schiappa.

La prima cosa da fare è dimenticare la perfezione. Non c’è tempo per la perfezione. E, in ogni caso, la perfezione è irraggiungibile. É una leggenda, una trappola, una ruota per i criceti che vi porta dritti alla morte. Lo spiega molto bene Rebecca Solnit: “Siamo in tanti a credere nella perfezione, e questo rovina tutto, perché la perfezione non solo è nemica del bene, ma anche della realtà, del possibile, del divertimento”.

Il perfezionismo ci impedisce di portare a termine un lavoro, ma peggio ancora spesso ci impedisce di iniziarloI perfezionisti decidono in anticipo che il risultato finale non potrà mai essere soddisfacente, quindi non ci si mettono nemmeno.

E l’inganno peggiore del perfezionismo è che si maschera da virtù. Ai colloqui di lavoro, ad esempio, la gente spende il perfezionismo come se fosse un punto di forza, mostrandosi fiera di qualcosa che invece impedisce di godere appieno di una vita creativa. Le persone si appuntano al petto il perfezionismo come se fosse una medaglia all’onore, simbolo di gusti raffinati e standard altissimi.

Io la vedo in modo diverso. Credo che il perfezionismo sia una versione esasperata e griffata della paura, niente di più. Credo sia semplicemente paura, agghindata con un paio di scarpe alla moda e una pelliccia di visone, che finge eleganza per allontanare il terrore. Perché sotto la patina lucente del perfezionismo si nasconde una profonda angoscia esistenziale, che sottintende questo pensiero: “Non sono abbastanza bravo e non lo sarò mai”.

É un’esca pericolosa in particolar modo per le donne, che a mio parere sono più esigenti con se stesse rispetto agli uomini. Ci sono molte ragioni per cui ai giorni nostri le voci e le visioni delle donne non sono sufficientemente rappresentate in campo creativo. Parte della loro esclusione si può imputare alla solita vecchia misoginia, ma anche al fatto che molto spesso sono proprio le donne ad astenersi dal parteciparne. Non mettono in gioco le loro idee, il loro contributo, la loro capacità di leadership e il loro talento. Sono ancora troppo convinte di non meritare il permesso di farsi avanti fino a quando non reputano che il loro lavoro sia perfetto e al di sopra di ogni possibile critica.

D’altro canto, il fatto di proporre qualcosa di decisamente non perfetto raramente impedisce agli uomini di partecipare al dialogo culturale. Dico per dire. E non è una critica agli uomini, in ogni caso. Mi piace questa loro caratteristica, questa loro assurda sproporzionata fiducia in se stessi che li porta a dire: “Sono qualificato al quarantuno per cento per questo compito, quindi datemi il lavoro!”. Certo, a volte i risultati sono disastrosi e ridicoli, ma per quanto possa sembrare strano, altre volte funziona – e così, un uomo che apparentemente non è pronto per un dato compito, che non ne è all’altezza, chissà come accresce in un batter d’occhi il proprio potenziale, con uno di quei balzi sconsiderati che si fanno quando credi davvero in qualcosa.

Mi piacerebbe ci fossero più donne disposte a fare questi balzi sconsiderati.

E invece ho sempre visto sin troppe donne fare esattamente il contrario: Ho visto sin troppe ragazze brillanti e dotate dire: “Sono qualificata al novantotto per cento per questo compito, ma finché non mi guadagno quello spicchio di competenza che mi manca me ne resto in disparte, per sicurezza”:

Non riesco proprio a immaginare perché mai le donne pensino di dover essere perfette per poter essere amate o avere successo. (Ah ah ah, sto scherzando! Me lo immagino benissimo: è colpa di tutti i messaggi che la società ci invia ogni giorno da sempre! Grazie, storia dell’umanità!) Ma noi donne dovremmo spezzare questa catena dentro di noi – e siamo davvero le uniche a poterlo fare. Dobbiamo capire che tendere al perfezionismo è una corrosiva perdita di tempo, perché niente è mai al riparo delle critiche. A prescindere da quanto vi dedichiate a tentare di rendere impeccabile qualcosa, ci sarà sempre qualcuno che ci troverà una pecca (c’è ancora qualcuno che considera le sinfonie di Beethoven un tantino troppo… come dire… rumorose). A un certo momento dovete mettere uno stop al vostro lavoro e lasciarlo andare così com’è – se non altro per avere la possibilità di mettervi a fare altro, con il il cuore risoluto e contento.

da “Big Magic”,
Elizabeth Gilbert

(corsivo suo, grassetto mio)

Da alcuni anni cerco di “spacciare” il più possibile questo interessantissimo articolo di Internazionale sulla fiducia che le donne hanno in loro stesse.  L’articolo riguarda un libro che ha fatto molto discutere negli Stati Uniti e il tema centrale è il tentativo di rispondere alla domanda su come mai pur studiando, lavorando e facendo carriere, le donne guadagnino meno degli uomini e non arrivino quasi mai ai vertici. Si parla di questioni fondamentali, tra cui l’approccio al fallimento, che per ragioni culturali viene appreso in maniera diversa da uomini e donne, insegnando indirettamente ai primi che il fallimento fa parte della vita, è solo uno degli step possibili, mentre per le donne il peso del fallire è quello di una scure che cade sulla propria autostima. Molto interessanti e valide anche le considerazioni differenti, a latere, di Jessica Valenti.

Da quando faccio girare questo articolo sono state molte le donne che si sono riconosciute in toto o in parte nelle considerazioni in esso contenute: a proposito della stima dello stipendio atteso, ad esempio, o dell’approccio nella ricerca del lavoro (sostanzialmente quanto dice Gilbert nel brano qui riportato). Mi è piaciuto integrarlo col discorso sul perfezionismo, lo trovo molto aderente alla realtà, mia ma non solo. E trovo che sia una prospettiva molto interessante quella di al perfezionismo dal punto di vista della paura.

Voi ci avete mai pensato? É qualcosa che vi risuona o sentite distante?