Lettera a D. ovvero: ancora sulla complessità

Sto cercando di confrontarmi con la cara persona di cui scrivevo qui, a proposito delle questioni di quel post. Questa persona è lontana, in viaggio per il mondo, così le nostre comunicazioni avvengono virtualmente. Questa una mia  risposta alla sua risposta alle mie considerazioni. Per ragioni di privacy non pubblico la sua risposta, ma i temi li potete evincere.

Pubblico questa lettera perché approfondisce meglio il concetto del post precedente e chiarisce alcune mie posizioni su alcuni temi.

Buona lettura. E se avete qualcosa da dire in merito, fatelo 🙂


Caro D,

capisco molto bene l’esperienza intensa che stai facendo in questo periodo: è un cammino tuo, che ti starà di certo aprendo mondi e insegnando cose. Cose in  sintonia con te, adatte a te, così come l’esperienza che sto facendo io a me ne sta insegnando altre. Le nostre esperienze sono intercambiabili? No, perché vogliamo approfondire cose diverse, usiamo metodi diversi, approcci diversi. Quindi quello che può essere illuminante e meraviglioso per te non è detto che lo sia per me, e viceversa. È questo il limite dell’esperienza: è una cosa personale e anche molto emotiva. Sai meglio di me che a seconda dello stato d’animo una cosa un giorno può farti del gran bene e un altro giorno lasciarti indifferente, o magari un giorno una cosa detta da qualcuno non ti tocca e il giorno in cui sei emotivamente provato sì e ti fa male.
Ecco perchè esiste il metodo scientifico. Perchè le nostre emozioni non sono sufficienti a validare o meno una ricerca, possono valere per noi stessi e come vedi chiamano in causa una serie di causali che non sempre sono replicabili. Ciò che viene provato dal metodo scientifico e ciò che viene provato dalle emozioni non sono due cose paragonabili, proprio perché l’emozione altera il dato. Quante volte in una relazione che non funziona le cose viste da dentro sembrano complicatissime, poi parli con qualcuno che le vede da fuori e ti illumina, ti dà una visione chiara di ciò che sta avvenendo? Questo avviene con la ricerca, con la sperimentazione: alla scienza non interessa “la verità”, non appoggia una o l’altra sponda, ma fa le sue ricerche, applicando metodi su migliaia e migliaia di casi alla volta e traendone conseguenze, che ci piacciano o no.
Visto che dubiti di tutto, cosa ti fa pensare che le ricerche che hai letto siano valide? Dove sono le prove che ci sono state 300.000 persone a cui sono stati somministrati i vaccini correttamente che hanno avuto tutte le stesse malattie? Dove sono le pubblicazioni scientifiche che dimostrano che le malattie sono state causate dai vaccini? Non ti parlo di pubblicazioni e basta, perché tutti possono pubblicare un libro. Ti parlo di scienza, di cose provate e validate. Se ci fermiamo alle emozioni, è chiaro che una madre o un padre con un figlio autistico vivano un dramma e vogliano trovare un colpevole, ma tu lo sai cos’è l’autismo? Come si manifesta? Lo sai che le recenti ricerche dicono che addirittura si possono rilevare tracce di autismo già nel feto? Cosa c’entrerebbe questo coi vaccini? Ma soprattutto: dove sta scritto e comprovato che c’è questa correlazione? Da nessuna parte.
Poi tu mi parli di interessi economici, ma perché c’è forse qualcuno di quelli che si propongono come esperti della medicina alternativa che non abbia interessi economici? Non avete pagato 80 euro a testa a visita le vostre consulenze alimentari all’ecovillaggio? E ti sembra poco? Per dare a voi la stessa dieta che avevano consigliato a V., donna incinta di pochi mesi? Stessa dieta identica? Ti sembra che questo abbia senso? Ti sembra che qui non ci sia qualche interesse economico? Tu basi questo sull’esperienza, ma tu che ne sai ad esempio di quali siano adesso i tuoi livelli di B12? Credi davvero che non abbia effetti una carenza di questo tipo? E che la lettura del sangue fatta da un sedicente esperto di una certa medicina possa rilevarla?
Poi per favore mandami qualche dato di questa “SRL Republic of Italy”, così mi documento un po’. So bene quanto sia complessa la situazione mondiale e da quando lavoro coi rifugiati lo so ancora di piu’. So bene che non sia tutto rose e fiori, che c’è tanto sfruttamento e tanti interessi economici in ballo, ma davvero credi che la soluzione sia dare aria ai deliri di Bebbe Grillo il quale ha appena dichiarato cose fasciste come “Stop. Questa storia si chiude qua. Ora a Roma si cambia musica. Chiusura dei campi rom, censimento di tutte le aree abusive e le tendopoli. Chi si dichiara senza reddito e gira con auto di lusso è fuori. Chi chiede soldi in metropolitana, magari con minorenni al seguito, è fuori. In più sarà aumentata la vigilanza nelle metro contro i borseggiatori. Nessuno prima d’ora aveva mai affrontato il problema in questo modo”? In realtà lo avevano già affrontato in questo modo. E come è andata a finire ce l’ha raccontato la storia, ma evidentemente abbiamo la memoria corta. 
E’ pericoloso vedere il mondo con un unico colore. Tu vedi lo Stato come la causa di tutti i mali. Io di certo non lo vedo come la migliore delle organizzazioni possibili, ma visto che parli di esperienza, la mia esperienza di adesso mi parla di un bambino rifugiato siriano in Italia con la sua famiglia (quindi se è potuto scappare dalla guerra ed essere accolto e sostenuto qui è grazie a delle leggi internazionali e a dei programmi dello Stato), malato di talassemia e che ha appena avuto un trapianto di midollo (fatto in ospedale, operazione delicatissima che gli permetterà se non rigettato di prolungare una vita che altrimenti sarebbe molto breve, e questa operazione complicata e lunghissima è per lui, per loro – come per noi tutti – a costo zero, perché è coperta dal sistema sanitario quindi dallo Stato) che adesso deve essere dimesso e l’associazione per cui lavoro sta cercando per loro una casa più grande di quella che in cui sono adesso perché deve stare in ambiente sterile per scongiurare il rigetto del trapianto (associazione che lavora grazie ai fondi europei deputati a questo, quindi ancora non solo Stato ma Unione europea) e sai dove lo troviamo il problema? Non nello Stato, ma nel razzismo della gente che non vuole affittare casa a degli immigrati, gente comune, quelli che gridano “ci stanno invadendo!” quando tutti i dati dei conti degli arrivi (e si torna al metodo scientifico) dicono che non è vero, quelli che danno la colpa di tutto ai rom fomentati nell’odio da politici senza scrupoli,  che disdicono l’appuntamento per vedere la casa un giorno prima pur sapendo che ci deve andare a stare un bambino trapiantato che ne ha urgente bisogno. Ah, chiaramente questo bambino se dovesse prendersi qualche malattia che si diffonde a causa della mancata copertura vaccinale sappiamo bene che fine farebbe. Speriamo che la gente intorno a lui sia tutta vaccinata.
L’esperienza è importante, certo, ma non può fare a meno della cultura, della conoscenza e della capacità di muoversi nella complessità, che significa anche riconoscere notizie attendibili e non attendibili, essere capaci di valutare le fonti. Io inseguo un mondo migliore da quando ho 12 anni, sono 25 anni che abbatto muri, scavalco recinti, faccio esperienze, leggo, mi documento, ragiono, rifletto e cerco di prendere in considerazione le cose in maniera oggettiva, non solo quelle che fanno comodo a me perchè si adattano con la mia idea di mondo, perchè hanno lo stesso colore del mondo che vorrei, anche se a volte  è doloroso, anche se certamente è faticoso, ma non ci sono altre strade per provare a raggiungere la verità.
Un abbraccio.

Strumenti per affrontare la complessità

Sono il genere di persona che si è sempre interessata alla cultura “altra”, lontana dal mainstrem. Sarà perché amo ascoltare, sarà perché non sono dogmatica, sarà per il mio spirito critico, sarà per la tendenza alla diffidenza, ma difficilmente ho trovato qualcosa che mi convincesse di primo impatto. Il mio atteggiamento è sempre piuttosto analitico, nelle cose a cui mi avvicino tendo sempre a fare l’avvocata del diavolo per mettere alla prova teorie e ragionamenti.

Mi sono sempre sentita attratta da modi alternativi di vivere, mangiare, lavorare. Ho sperimentato dimensioni di vario genere e varia durata di vita comunitaria, di sobrietà negli acquisti, sono consapevole di votare ogni volta che faccio la spesa. Ho provato a produrre quanto più possibile il cibo che ho mangiato, ho cercato canali altri in cui fare la spesa. Ho ragionato sulla mia alimentazione, ho sperimentato a lungo l’alimentazione vegana, vegetariana, pure una settimana crudista e sono stata attenta agli effetti sul mio corpo e il mio benessere in generale. Ho sperimentato modi altri di viaggiare, facendomi trasportare e trasportando sconosciuti e dormendo a casa di gente mai vista prima. Ho conosciuto realtà di comunità e ecovillaggi molto diverse tra loro, da quella super spirituale a quella prettamente pratica e fattiva. Anni fa, quando diverse amiche hanno avuto figli e mi parlavano delle loro perplessità nei confronti dei vaccini prima e delle scuole poi, mi sono sentita fortunata a non dovermi preoccupare di queste cose, che mi parevano enormi e complessissime.

Certo la vita è un cammino continuo e una cosa che apprezzo di me è la capacità di mettere in discussione posizioni precedentemente assunte a fronte di nuove informazioni che, una volta soppesate, ritengo credibili e che possono mutare le conclusioni a cui ero arrivata.

La vita è un cammino continuo e non si finisce mai di imparare, ma ci sono una serie di cose su cui al momento ho tirato le somme e su cui ho definito la mia posizione. In fondo il bello di avere 36 anni è anche questo, potersi posizionare nella vita sulla base delle esperienze maturate. Al momento la questioni sono tre: vaccini (e medicina alternativa), scuola e alimentazione.

Parto dalla questione salute e mi riservo di toccare gli argomenti scuola e alimentazione in un post successivo.

Una decina di anni fa, quando una delle mie più care amiche ebbe una figlia, mi confrontai con la “questione vaccini”: diverse persone intorno a me che avevano figli o li stavano per avere iniziavano ad avere molti dubbi sul fatto che vaccinare i figli fosse necessario e soprattutto iniziava a girare l’idea che i rischi fossero più alti dei benefici. Parlai, da profana, con diverse persone riguardo a questa cosa, persone che avevano letto, si erano documentate, avevano letto manuali vari e avuto informazioni da associazioni. Io, di mio, ero felice di non dover fare questo tipo di scelta non avendo figli (ma intanto nei miei viaggi extra europei ho sempre continuato a fare tutte le vaccinazioni del caso, senza nessun dubbio). Insomma questo punto di vista sulla dannosità dei vaccini e la loro inutilità visto che le molte malattie erano scomparse nel corso degli anni apparteneva a sempre più persone intorno a me e così, pur non dovendo decidere su nessun figlio, ho deciso di provare ad informarmi. Ho parlato con una cugina medico di base su dubbi, paure e perplessità e ho letto un libro che mi ha chiarito davvero tante, ma tante cose.  Ora non avrei dubbi se fossi un genitore, così come non ho dubbi sulla mia persona: è mia intenzione andare a verificare il mio profilo vaccinale e fare tutti i vaccini che mi mancano. Qualcuno dirà: “sì, il libro che hai letto tu dice così, ma quello che ho letto io dice colà”. Ed è proprio questo il dramma dei nostri tempi: che tutti possono pubblicare libri, dicendo tutto e il contrario di tutto: e chi controlla che ciò che viene spacciato per verità rivelate sia effettivamente tale? Una cosa in particolare nella mia ricerca mi ha colpita. La mia amica mi disse che nelle sue letture aveva trovato un grafico che mostrava che alcuni  vaccini erano stati introdotti  quando determinate malattie stavano già scomparendo da sole. Questa immagine del grafico mi rimase in testa e mi colpì molto quando la trovai trattata nel libro di cui sopra. In poche parole l’autore diceva che quel grafico era sì vero, ma era stata una menzogna far vedere solo l’andamento della malattia negli anni precedenti, perchè quel morbo (il morbillo mi pare) si caratterizzava con picchi di epidemie e poi bassissimi livelli di contagio, a cui però seguivano altri picchi di epidemie. L’introduzione del vaccino ha fatto sì che dall’ultimo picco il calo dei contagi fosse costante fino ad arrivare allo zero.  Usare in un libro informativo solo il pezzettino di grafico che è utile ad avallare i propri ragionamenti mi sembra davvero ignobile. E quel che mi preoccupa di più è vedere tanta gente incontro a me che (come me) non sa nulla di immunologia condividere post fiume del dottore X o della dottoressa Y che mescolano dati, leggi, reazioni chimiche, nomi di metalli, malattie in modo che è impossibile per chi legge avere la competenza di dire “Sì, ha ragione” o “No, è una cretinata”.

Purtroppo quel che succede è che molto poche delle persone che conosco sono disposte a mettere in discussione la loro visione della vita, ciò in cui vorrebbero credere. Ma come diceva Elena Cattaneo in questa interessantissima intervista che consiglio di guardare, “Il nostro è un cervello emotivo che fa fatica a convivere con la scienza. La scienza ci strappa via le emozioni ci porta a dover accettare la nuda realtà che tutti vorremmo fosse diversa” .

Vedo che spesso chi abbraccia uno stile di vita alternativo in un qualche modo esce da una casella per entrare in un’altra: non voglio fare di tutta l’erba un fascio, ma dalla mia esperienza di questi anni è così. Non parlo solo degli altri, ma anche di me. Cibo bio, magari vegetariani o vegani, scuola alternative, no vaccini, cure omeopatiche o di medicina cinese o altro, tendenza a vedere tutto nell’ottica del complotto, tendenza a non riconoscere nulla di positivo nella nostra società o nel nostro essere Stato. A volte mi sembra quasi che nel costruire su questi blocchi la propria identità poi non si dia più possibilità al proprio pensiero di cambiare, come se tornare sui propri passi su un aspetto della vita (come può essere quello sanitario e nello specifico vaccinale) facesse cadere a pezzi tutto il resto.

Ci sono persone vicine a me, a cui tengo molto, che continuano a condividere articoli del tipo “Ecco la verità che nessuno ti dice, i vaccini sono stati decisi per usarci come cavie!” etc etc e io provo un’immensa fatica nel pensare alle parole giuste per provare a rispondere, e sempre di più ripenso alle parole del grande Pepe Mujica quando all’incontro a Ferrara disse: “Noi crediamo di pensare e poi parlare, ma di fatto prima parliamo e poi andiamo a cercare tesi a sostegno di quel che vogliamo credere, prima parliamo e poi pensiamo”.  Ciò è molto vero, lo noto anche in me stessa. Lo noto nella mia reazione all’intervista alla Cattaneo quando parla di OGM, mi accorgo che di base mi verrebbe da dire “No, sicuramente hai capito male!”. Io che dico così a una grande scienziata? Cos’è più probabile, che lei dopo decenni di studi e ricerche non sappia fare il suo lavoro o che io con la mia visione della vita abbia una resistenza a qualcosa che non voglio accettare nella mia idea di mondo? E nel mondo dell’informazione di adesso è ancora più evidente: molti usano solo FB come spazio di informazione senza sapere che FB ti propone sempre notizie simili ai tuoi interessi. Così la cara persona a cui tengo continuerà a leggere post antivaccinisti e complottisti e crederà di conoscere la verità, quando la verità è davvero difficile da trovare, ma è impossibile se non si hanno strumenti per affrontare la complessità. E quegli strumenti per me sono cultura, cultura e ancora cultura. Quella vera però. Perché il metodo scientifico non è un’opinione, il tetano nemmeno.

Ultimo inciso: quello che non capisco da parte di chi vede complotti dappertutto è questo.  Ormai lo dicono anche i muri che le compagnie farmaceutiche non si arricchiscono producendo vaccini, tant’è che molte si sono sfilate da questo tipo di produzione. L’ambito in cui invece si arricchiscono è proprio quello dei medicinali per curare le malattie. Allora mi dico che se io fossi un’amante della teoria del complotto, delle due mi chiederei: a chi giova l’abbassarsi della copertura vaccinale, l’assenza dell’immunità di gregge, il ritorno di malattie dolorose, debilitanti e potenzialmente mortali?

Datevi voi la risposta.

Qui pagine da consultare:

Vademecum Valigiablu (sito di informazione serio che stimo molto per la professionalità): http://www.valigiablu.it/vademecumvaccini/

Pagina di Burioni, l’autore di cui sopra (e a proposito delle emozioni di cui sopra, sarebbe bello essere capaci di andare al di là del fatto che una persona possa risultarci simpatica o no) https://www.facebook.com/robertoburioniMD/

Intervista alla scienziata Elena Cattaneo:  http://www.huffingtonpost.it/2017/04/21/nella-scienza-le-opinioni-valgono-zero-sia-benedetta-la-ricerc_a_22049141/

Contrasti

Sabato sono andata a vedere una casa: è in sasso, ha un sacco di camere pronte ad accogliere tutte le potenziali persone che condividono con me il desiderio di vivere in un posto bello in mezzo alla natura. Ha anche un sacco di spazio “altro”: una stalla ristrutturata molto bella, che potrebbe diventare ottimo spazio di socialità per progetti vari, una rimessa, dei garage…

Come si fa a scegliere la casa dei sogni? Perché a me non è scattato l’innamoramento, solo un sacco di pensieri sui pro e i contro, le opportunità e le rinunce. Tra i pensieri c’è il fatto che sia troppo grande, tutta insieme e al momento non ho abbastanza fantasia per riempirla tutta e immaginarmela sistemata, viva, abitata.Ma d’altra parte essendo che non sto cercando una casa per viverci da sola ma per sviluppare un progetto di coabitazione, la casa DEVE essere grande :)È vuota da 20 anni e nonostante questo si presenta molto bene: i proprietari dodici anni fa hanno cambiato tutti gli infissi, fatto un ottimo pavimento di cotto, messo i termosifoni, ristrutturato gli esterni, la stalla.

Mi chiedo: ho voglia di spostare tutta la mia vita in montagna? Vero che i vicini di casa sono amici con già un giro di amicizie belle e interessanti, ma questa cosa mi fa sentire un po’ “stretta”. Inoltre sempre in questa coppia di amici, lei ha da poco avviato un posticino molto bello che è laboratorio di panificazione (lei fa pane, focacce, torte, biscotti, tigelle tutte con grani antichi, farine bio e pasta madre) e anche punto ristoro nel borghetto a ridosso di un bel parco regionale e ci diceva che ha fin troppo lavoro e avrebbe bisogno di una persona, quindi potenzialmente ci sarebbe anche una o più opportunità di lavoro.

Allo stesso tempo, per il mio lavoro, mi hanno chiesto il mio piano ferie per l’estate compreso settembre. E io che da un po’ di anni non dovevo più rendere conto delle mie ferie a nessuno, mi sento stretta. Non ho deciso ora che fare in estate, non solo non ho deciso dove andare, ma nemmeno quando. E pensando al dove, il mio desiderio più struggente sarebbe tornare nel mio posto del cuore o trovare qualcosa di simile: mare, isola selvaggia e poco frequentata, relax, libri, cibo, vino, vento e profumo di arbusti da macchia mediterranea. Da un paio di giorni ho fissa nella testa l’idea di Pantelleria.

Solo che mi metto a guardare voli, aliscafi, ore, date, prezzi… e la vera verità è che non ho voglia di incastrare tutto in pochi giorni, e a dirla tutta non ho nemmeno voglia di prendere gli aerei (lo detesto).

Allora penso alla casa grande in montagna, alla montagna in sé, al freddo, all’inverno e al mio struggimento momentaneo per le isole più o meno sperdute e qualcosa non mi torna.

Contrasti.

La mia casa dei sogni

Ha l’esterno in pietra, è antica. Se vicina c’è qualche casa da qui non si vede. L’interno è luminoso, con colori chiari, non bianco, o meglio: se c’è non è mai da solo. C’è del nocciola, c’è dell’azzurro, c’è dell’ocra, del marrone. C’è anche del rosso qua e là. Del verde acqua, forse in bagno.

Ci sono delle tende. Alle pareti bellezza e ricordi: intagli, quadri, foto,  luci, rami sbiancati, dalle forme strane, trovati in spiaggia.

Ci sono le librerie: è il posto in cui ho deciso che valeva la pena di tirare fuori i libri dagli scatoloni, finally.
È la casa in cui posso provare anche ad avere il pollice verde.
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Qualche volta mi concedo il lusso dei fiori freschi sulla tavola. C’è un divano, ampio, comodo, di quelli in cui si può stare in tre o quattro fitti, oppure in due belli distesi.
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C’è profumo di lavanda, è l’olio essenziale che compero al mercatino degli agricoltori locali, in inverno lo metto nei diffusori attaccati al termo.
Negli armadi ci sono i vestiti giusti per forma e numero, mi piacciono tutti, ho provveduto a dare via quelli che a guardarli mi fanno dire “Boh”. Ho ridotto drasticamente quelli della pila “senza carattere, ma comodi e caldi”. Intanto, quelli dell’altra stagione aspettano pazienti il loro turno dentro scatole con sacchetti profumati.
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C’è una vasca in bagno e sopra un vassoio di legno, che poggia sui bordi dei lati lunghi. Ci sono libri, una candela, un pettine di legno, mi impegno a fare bagni rilassanti, usando ogni tanto del sale, delle foglie di alloro, degli oli essenziali.
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Le lenzuola e gli asciugamani hanno colori che mi piace guardare. Le lenzuola in particolare, le piego con cura da bagnate, lasciandole riposare la notte sopra la lavatrice. Le stendo l’indomani, contenta di quella bella piega liscia. La sensazione che provo infilandomi nel letto appena fatto con le lenzuola pulite mi acquieta i pensieri.
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Nella mia casa dei sogni mi torna la voglia di cucinare vegan molto più spesso. Qui ho gli ingredienti giusti, i legumi son sono anche belli da vedere, in comodi in barattoli di vetro, e anche le farine. Forse, qualcuno che non sono io, ha organizzato un orto: pomodori, zucchine, peperoni, carciofi, peperoncini, cetrioli, insalate. E un po’ di semi li ha buttati a caso nel resto del prato, in zone nascoste, vicino a una quercia (come mi piacerebbe ci fosse una quercia!), dietro ad un masso, per vedere che corso prenderà la natura. Forse quella stessa persona ha anche fatto la spirale delle erbe aromatiche, cosa che mi fa tornare voglia di usarle. E non solo quelle: rieccomi a infilare nei miei piatti tutte le erbe selvatiche che da tempo non uso più.
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Nei momenti di festa c’è attenzione a piccole cose, come alla tavola, dove un fiore è legato alle posate e al tovagliolo, appoggiati delicatamente nel piatto. Mi piacciono i piatti, mi piacciono i bicchieri, li ho scelti con cura, senza fretta. Me li sono fatti capitare, magari a un mercatino, forse in qualche svendita in cui passeggiavo casualmente, apparentemente senza speranza di trovare un tesoro. E invece era lì.
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Ci sono le feste, tutte. Le ho riscoperte, ne ho compreso il senso aggiungendogli il mio: a Natale troviamo il momento per fare doni di cuore a chi amiamo, il Capodanno ci regala il giusto umore per fare qualche buon proposito che saremo felici di mantenere, a Pasqua festeggiamo la rinascita che arriva puntuale dopo la morte apparente dell’inverno, il 25 Aprile la Liberazione in qualche maniera nostra per ricordarci che ciò che si dimentica può tornare, per ricordarci di restare vigili. Festeggeremo l’autunno con il vino novello e le castagne e se ne avremo bisogno inventeremo feste nuove, per aiutarci a vivere, elaborare, per ricordarci di celebrare.
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La mia casa dei sogni è un sogno sempre più vivido.

Il tempo della non programmazione

È stato un inverno per me molto attivo: l’unione dello yoga col cross training ha fatto si che avessi 4 tardo pomeriggi/sere impegnati a settimana in attività fisiche. Credo sia una delle ragioni per cui non mi sono ammalata ed è stato bello rispettare questi impegni con una costanza di cui non mi credevo capace.

Adesso però questi appuntamenti fissi iniziano a starmi stretti. Sarà il cambio di stagione, sarà che i lavori che faccio mi occupano tanto spazio mentale e sono difficilmente arginabili in tempi e orari esatti e esondando mi hanno portato via alcuni fine settimana impedendomi il recupero, sarà che sento una gran mancanza del dolce far nulla.

O semplicemente si cambia. E la calendarizzazione delle attività che fino a poco tempo fa mi ha aiutato a darmi una routine sana ora fa a cazzotti con il tempo fitto che vivo quotidianamente, e non lascia spazio all’improvvisazione, o forse ha creato una routine che in quanto tale, inizia ad andarmi stretta.

Si avvicina il periodo pasquale, ho preso due giorni da attaccare alle feste e così mi aspettano cinque giorni di stacco. E alla fine la non programmazione avrà la meglio: l’unico programma è passare del tempo con F., ché ne abbiamo bisogno. A fare cosa penseremo di volta in volta, cercando di capire di cosa abbiamo voglia: una passeggiata in Appennino? Una mostra? Cucinare? Una mangiata in qualche osteria? Leggere? Guardare uno o dieci film? Stenderci nei prati? Fare un picnic? Ricominciare a cantare e suonare? Vedere gli amici? Vedere i parenti? Nessuna di queste cose? Tutte?

Buona Pasqua a voi allora, ché alla fine le religioni hanno tante colpe dei mali del mondo, ma anche tanto fascino nella saggezza delle loro routine, perché questa idea di resurrezione in qualche modo cade a pennello con quello che sento di stare vivendo adesso, oltre che con la primavera inoltrata.

 

Quella cosa intorno al collo

Quella cosa“Era giunta alla convinzione che essere genitori in America fosse un destreggiarsi fra ansie prodotte dall’eccesso di cibo: la pancia piena dava agli americani il tempo di preoccuparsi che i figli fossero affetti da una malattia rara di cui avevano appena letto, li faceva pensare che avessero il diritto di proteggere i figli da delusioni, mancanze e fallimenti. La pancia piena concedeva loro il lusso di autocompiacersi di essere buoni genitori, come se prendersi cura di un figlio fosse l’eccezione e non la regola”.

Messaggi

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Fumavo una sigaretta in terrazza,

pensavo alla vita, alle scelte altrui e alle mie

e nel buio della notte

mi sei venuto in mente tu, nonno.

In quell’istante brevissimo

che corre tra il pensiero e l’azione

ho alzato gli occhi al cielo

nel tempo perfetto per veder correre

chiara dall’inizio alla fine

una stella cadente.

Due anni… e quasi me ne dimenticavo!

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L’intento era quello di scrivere un post sul tema della condivisione e di come questo se da un lato possa liberarci da tante gabbie, dall’altro sia molto difficile da progettare e portare avanti. Ma era tutto il giorno che questa data – 27 marzo – mi diceva qualcosa. E solo ora l’illuminazione! Oggi sono passati due anni esatti dall’apertura di questo blog ❤

Che tenerezza quel primo guardingo post con cui il blog è venuto alla luce 🙂

Da un po’ di tempo in effetti sono diventata parca di parole in questo spazietto virtuale. C’è una ragione che sentivo dentro di me, ma che non riuscivo bene a verbalizzare. E mi pare che questa sia simbolicamente la data giusta per mettere ancora una volta le riflessioni nero su bianco.

Circa un anno fa, in un post con un umore piuttosto diverso da quello che ho ora, scrivevo che “bisogna stare attenti con chi è felice” e oggi, seppur da un punto di vista diverso e per esperienze diverse, lo sottoscrivo di nuovo. Ed è quella attenzione che mi ha portata ad essere un po’ reticente di questi tempi perché lo ammetto: sono felice.

E mi accorgo che raccontare la tristezza, i casini, l’ansia, le preoccupazioni è più facile e forse anche più leggibile, perché ci si può riconoscere l’un l’altro. Nel raccontare la felicità invece mi sento un po’ intimorita, quasi che non ne avessi il diritto, come se pensassi che il lettore della mia felicità tutto sommato non sappia bene che farsene. Ma oggi credo che questa sia una felicità che vale la pena di essere raccontata, sia per come è stata ottenuta, sia per il suo significato.

Per ottenerla ho seguito prima il disagio, la frustrazione, ciò che mi comunicavano e ho capito che il lavoro che facevo non mi gratificava e mi sottraeva un sacco energie pur essendo part time. Mi sono licenziata e sono partita per fare volontariato, un volontariato utile tanto a me quanto agli altri (anzi, probabilmente più a me). Una volta tornata qualcosa si era mosso e ho iniziato a cullare e prendermi cura dell’idea che avevo, che non era poi nemmeno un’idea definita, si trattava solo di fare ciò che mi interessava e credere in quello che facevo. È stata dura perché per il primo anno mi sono immersa nelle mie passioni creando un progetto di comunicazione radiofonica che ho portato avanti gratuitamente, ma è stato molto bello e soprattutto mi ha fatto essere in contatto con ciò che DAVVERO amo fare. Spesso le persone con cui parlo non hanno le idee chiare sulle proprie passioni e il mio consiglio per tutti è: provate a viverle e ascoltatevi mentre le vivete. Anche se sembra una cosa molto freakkettona, il corpo sa e il corpo parla. E non è un caso che quest’anno per la prima volta da anni e anni ho passato l’autunno inverno senza febbre né raffreddore né mal di gola. Nulla. Il corpo sa. Il corpo parla. 

Ma non è stato così facile perché una volta che capisci cosa ti piace fare, devi poi capire come fare a campare con quello che ami. E il percorso è stato lungo, pieno di sperimentazioni, tentativi, aggiustamenti, altri lavori che nel frattempo mi permettessero di campare. E che mi facessero capire quale fosse il grado di compromesso a cui fossi disposta ad arrivare. Anche questa è una cosa molto importante: molto! Perché si può fare molto più di quello che pensiamo, siamo esseri assolutamente adattabili, dobbiamo solo avere l’occasione di metterci alla prova, solo che siamo così abituati alle nostre comfort zone che ce ne siamo dimenticati e anche se quelle comfort zone a ben vedere sono spesso gabbie, ce ne stiamo chiusi nella gabbia perché diciamo di non sapere come aprirla, anche se abbiamo la chiave in mano e crediamo (o ci piace credere) che tutto sommato ciò che ci aspetta fuori sia peggio di ciò che, pur con libertà di movimento limitata, possiamo godere lì dentro.

È importante capire cosa ci renda felici, ma per capirlo c’è bisogno di tempo. Io di tempo ne ho avuto perché ho sempre scelto lavori part time, ma il tempo di cui c’è bisogno è proprio un tempo diverso: un tempo del raccoglimento, dello stare dentro. E così tre anni fa a giugno me ne sono andata in semi-eremitaggio (io e il cane) per 10 giorni ed è stato un altro passaggio importante.

Voi lo sapete cosa vi rende felici?

Io ci ho messo un po’ a capirlo, anche se a ben vedere erano tutte cose che avevo dentro quando avevo 17 anni, facevo gli scout e con la mia cara amica sognavamo di fondare una comune. Grossomodo la mia felicità non si discosta molto da lì, semplicemente include il fattore lavoro, un aspetto per me fondamentale. Ho scoperto che il non lavorare su cose che mi piacciono e mi appassionano e in cui credo mi aliena. Ho scoperto di aver bisogno di un lavoro etico, o meglio: che abbia un’etica. Si aprirebbe un capitolo enorme a proposito di ciò che si intende con questo termine, ma riuscire a campare lavorando per aiutare gli altri (e gli altri li si aiuta in tanti modi) è un pilastro fondante della mia felicità.

E ad oggi posso dire di essere felice. Ci sono le ansie, c’è la fatica, c’è il dubbio, l’incertezza, il lavorare sabato e domenica, la mente che fatica a staccare, il non avere orari, il gestire tutto dalla A alla Z nei miei progetti. C’è il timore della delusione.

Ma alla fine della fiera c’è la soddisfazione e il sentire di stare facendo cose in cui mi riconosco.

C’è un altro aspetto importante della faccenda, che mi preme comunicare: la resilienza. Sono felice di quello che sto facendo ma non penso di essere arrivata, anzi: mi terrorizzerebbe l’idea. Penso e sento che da cosa nasce cosa e che dall’essere immersi in ciò che piace è naturale conoscere persone, situazioni, progetti, realtà, opportunità simili ai propri interessi. Lavoro tramite contratti che non offrono nessun tipo di garanzia, né certezze o tutele. Ma sono sulla strada che volevo percorrere e sono fiduciosa del cammino che mi aspetta su questa rotta.

Oggi come oggi se qualcuno mi chiedesse consigli su come fare a fare ciò che si ama, direi che sono tre le cose basilari: capire cosa si ama davvero e una volta compreso fare di tutto per immergervisi, qualunque cosa significhi per voi. E la terza è che tutte le volte che pensiamo di non avere scelta o alternativa, dobbiamo solo guardare meglio perché l’alternativa c’è quasi sempre: i sogni meritano coraggio e il coraggio non è non avere paura, ma essere capaci di andare oltre la paura.

Dunque buon compleanno caro blog, che – a proposito di resilienza! – sei nato con l’intento di durare solo un anno e invece sei ancora qui 🙂

#LottoMarzo e la fatica di staccarsi dal lavoro di cura

Komorebi

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L’avevo già percepito al tavolo tematico di Non Una di Meno a cui ho partecipato, quando nella seconda delle due giornate dello scorso febbraio ci siamo messe a ragionare sullo sciopero e a elencare in che modo ognuna di noi avrebbe aderito.

I primi interventi parlavano di questa giornata come un giornata di sensibilizzazione: qualcuna avrebbe dedicato le lezioni al tema della violenza contro le donne, all’educazione senza stereotipi, qualcuna avrebbero chiesto la collaborazione dei commercianti del suo paese per diffondere la notizia e sensibilizzare, ma non voleva chiamarlo sciopero “perché è un termine che fa paura e allontana”. C’era chi diceva che lavorava al nido e non avrebbe scioperato per non far venire meno quel percorso educativo costruito giorno dopo giorno con bambini e bambine, per non creare problemi alle colleghe, disagi ai genitori. E ancora oggi su Facebook leggo post di persone che appoggiano lo sciopero, ma non sciopereranno.

A me e…

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