Domeniche

Da un po’ di tempo a questa parte ho preso a fare pranzi domenicali con amiche e amici. È una modalità che amo molto, quella della domenica trascorsa con le amiche, con quella che io chiamo “la famiglia che ho scelto”. Vivo un momento fortunato, in cui posso permettermi il lusso del tempo e scoprire quanto mi concili l’attività lenta e laboriosa dello sgranare melograni per estrarne il succo, oppure quanto riesca a farmi sciogliere il peso sul petto una bella camminata di un’ora nel sole di ottobre. La voglia di cucinare che latitava da tempo sembra riaffacciarsi, ed ecco qui la ricetta improvvisata per l’antipasto di domenica.

Focaccine integrali con cipolla, gorgonzola e uva.

400 gr farina integrale

1 cucchiaio di olio evo

Acqua temperatura ambiente

Sale qb

Lievito

Un pizzico di zucchero

Stemperare lievito con zucchero e in po’ di acqua tiepida. Unire farina, sale e olio e aggiungere il lievito. Aggiungere acqua in quantità sufficiente a lasciare l’impasto molto morbido. Lasciar lievitare due ore.

Trascorse due ore separare piccole porzioni di impasto da stendere come focaccine, farcire la parte superiore con cipolla bianca tagliata sottile (ma non troppo), gorgonzola e acini d’uva tagliati a metà (e io li privo anche dei semi). Infornare a forno ben caldo a circa 220 gradi per 15 minuti, trascorsi i quali abbassare la temperatura a 190-200 e proseguire per altri 10 minuti. Quando la parte di sotto è colorata le focaccine sono pronte (o almeno dovrebbero!).

Buon appetito! Cosa vi piace fare di domenica? E cosa invece non volete assolutamente fare? Io ad esempio detesto andare a fare spesa la domenica, tendo a non farlo mai e quando mi tocca farlo mi viene un po’ di malumore sia perché sono contraria umanamente all’apertura domenicale dei supermercati, sia perché mi piace l’idea antiquata e assolutamente sensata che ci sia un giorno su sette di celebrazione, di quiete, di bellezza, in cui ci si dedica a ciò che si vuole fare. È vero, imparare a celebrare ogni giorno è la cosa migliore, ma è altrettanto vero che nella frenesia della vita e volte servono proprio dei momenti condivisi da tutti i cui ci si riconosce oziosi.

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Biennale 2017

Entro in una stanza, è il padiglione dell’Inghilterra. Ci sono opere molto grandi, che arrivano fino al soffitto.

Di fronte all’ arte contemporanea il commento più quotato pare essere “Questo potevo farlo anch’io”. Chissà, forse è vero, fatto sta che potevi e non l’hai fatto.

Qual è il senso con queste opere? Di questi pannelli?

Il senso per me era quello dell’ opera gigante che occupa la stanza e tu visitatore ci entri in punta di piedi, ti senti un po’ piccolo, quasi fuori posto. Sei scomodo nella stanza, un po’ sulle tue e non sai bene come relazionarti con quello che vedi.

In questa stanza giravo intorno al pannello e arrivata dal secondo lato ecco i due massi pendenti dal soffitto che mi impediscono di passare. L’istinto è quello di uscire, ma poi ci ripenso e penso che io VOGLIO girare intorno al pannello, non perché sia bello, ma perché vogli girare intorno a quest’ opera. Così mi riaffaccio, mi avvicino ai massi e mi accorgo che non è impossibile passare, è solo più difficile, comporta che trovi il modo di farlo e il modo è abbassarsi, assumere una posizione che non avrei pensato, passare sotto al masso. È scomodo ma si può, è scomodo ma lo faccio, perché quella stanza e quella situazione mette al centro la mia volontà.

Mi metto a chinino e passo di là, finisco il giro del pannello che mi ero riproposta di fare.

La biennale mi ha dato più che altro l’idea di un’accozzaglia di cose. Ma questa esperienza mi è rimasta impressa.

Questa per me è arte.

Buonanotte

In banca.

– Salve, devo pagare questo bollettino.

– Ha degli spicci?

– Prego?

– Ha degli spicci? Altrimenti non riesco a darle il resto. Non ho moneta.

– Scusi, ma questa è una banca, se non avete i soldi voi…

– Eh però gli spicci non li abbiamo, quindi se non li ha lei non riesco a darle il resto.

Tiro fuori gli unici spicci che ho, due monete da cinquanta centesimi, che mi pare non spostino di una virgola la situazione.

– Ah benissimo! Eh, però mi scusi ma la cifra che mi dice il monitor inserendo i dati non corrisponde al suo bollettino. Qui è più alta, non posso farle pagare di meno.

– Prego? Quella cifra è sempre stata identica, il bollettino è inviato dalla segreteria dell’Università. La cifra è quella, gliel’assicuro.

– Eh signora ma qui a monitor dice un importo diverso.

In quel momento inizia a palesarsi dentro di me una voce rispetto a cosa potesse essere la differenza di importo, ma allo stesso tempo un’altra vocina diceva “ennò dai, non può essere a ‘sti livelli”. La seconda vocina sbagliava.

– Ah no scusi, ho sbagliato io: la cifra che leggo a monitor è il resto che devo darle!

Buonanotte. Sempre che riusciate a dormire sonni tranquilli pensando a questa che lavora allo sportello di una banca e a vostro cugino ingegnere aerospaziale che sta facendo il turno al call center. In Romania.

Help!

Care e cari,

ma capita anche a voi utenti di wordpress che, pur essendo già loggati, quando volete commentare l’articolo di qualcuno sempre su wordpress vi chieda di nuovo di fare l’accesso e poi non vi pubblichi ugualmente il commento?

Se sì come avete risolto? Qual è il problema?

Sta diventando un po’ faticoso lasciarvi commenti ai vostri bei post! 🙂

Grazie per le info!

Cosa generano i vostri modi negli altri?

Avete mai pensato a ciò che scegliete di raccontare alle persone con cui vi relazionate?

Ci sono persone che quando parlano si lamentano: del lavoro quando non c’è, del lavoro quando c’è, del tempo, delle persone, delle occasioni che non ci sono, di quelle che quando ci sono non sono come ce le si aspettava.

Ci sono persone che scelgono di raccontare sempre sventure, accadute a qualcuno o che potrebbero accadere. Una multa che puoi prendere se fai o non fai una cosa, la ragazza che si è ammalata con un parassita rarissimo sulla riva di un fiume, i rischi che puoi correre nello scegliere strade (anche metaforiche) ignote.

Ci sono persone che quando parlano chiedono sempre scusa. E si sminuiscono. “Scusa non vorrei disturbarti troppo ma il tuo piede, anzi il tuo tacco 12 è proprio sul mio piede…” oppure “Ora di dico questa cosa, sarà di sicuro una sciocchezza, però pensavo che…”.

Ci sono persone che covano molta rabbia dentro che fanno fatica a sfogare e diventano passive aggressive. Sono persone che spesso giudicano moltissimo gli altri, magari come strumento di difesa, tirando su barriere di scontrosità e giudizi tagliati con l’accetta.

E niente oggi pensavo a quanto creiamo il mondo intorno a noi scegliendo di nominare certe cose e omettendone altre. Spesso ci si sente in un vortice di casualità per le cose che ci succedono, specie in ambito di relazioni con gli altri (compagno/a, amici/he, colleghi/e e via dicendo).

Conosciamo tutti quella persona che ci pare che tutti prendano sempre sul serio. Conosciamo spesso anche quella che invece sembra che tutti tendano a svalutare. Quella che riesce sempre a fare amicizia con tutti e quella che in qualche modo ci racconta di come riesca a litigare ed eliminare una dopo l’altra l’amicizia di turno.

Per la mia personalissima e limitata esperienza, gli unici artefici del giudizio che gli altri hanno nei nostri confronti siamo noi. Ecco allora che è interessante interrogarsi sul proprio modo di porsi: che idea si fa il mondo di noi in base a ciò che scegliamo di raccontare di noi, delle cose che ci capitano, delle notizie che sentiamo? Perché tutti viviamo esperienza belle e brutte, sentiamo notizie orribili e aneddoti rincuoranti, ma c’è chi sceglie di dare spazio alle prime e chi invece alle seconde.

Ci avete mai pensato? E avete consapevolezza di quale sia il vostro modo di raccontarvi e di cosa generi negli altri?

(modalità psicolloqui della domenica sera – ON! 🙂 )

 

Una perla della bassa

Un giovedì sera di inizio autunno, in un comune della bassa padana. Un cinema di provincia.

Stasera ricominciavano i giovedì di rassegna dopo la pausa estiva. Il film iniziava alle 21.15, io sono arrivata alle 20.50 e questa era la fila. Volevo, dovevo catturare questo momento. La trovo un’immagine bellissima, densissima di significato.

Questo piccolo cinema è stato preso in gestione 15 anni fa da dei ragazzi bravi e pieni di passione, che nel corso degli anni sono riusciti a far affezionare tantissime persone alle loro proiezioni. In particolare hanno creato le rassegne bimestrali, con film in seconda visione a volte uniti da un filo conduttore a volte no, proiettati il giovedì sera. Ci sono  stati dei giovedì in cui la sala era talmente piena che nonostante l’aggiunta di sedie molta gente è dovuta restare fuori. In quei casi i gestori ripropongono il film nel mercoledì successivo, unico giorno di chiusura del film (e teoricamente di riposo per i ragazzi). Quanti cinema conoscete che fanno il pienone il giovedì?

Molte volte hanno associato i film a degli eventi a tema: prima de “Il Concerto ” di Radu Mihaileanu, ad esempio, hanno fatto suonare la banda del paese vicino. La sera di “Amore, cucina e curry” di Lasse Hallström hanno regalato a tutti i presenti un sacchettino di spezie, per la proiezione di “Veloce come il vento” di Matteo Rovere erano travestiti da meccanici, sul palco antistante lo schermo c’erano pneumatici ovunque e alla fine del film hanno fatto un concorso a premi inscenando un rally per i piccoli comuni dei dintorni. Non mancano poi appuntamenti con registi, autori, attori e attrici. Lì ad esempio ho scoperto quanto sia insopportabilmente egoico Lo Cascio. E a giugno, quando la stagione delle rassegne finisce, al termine dell’ultimo film c’è sempre una piccola festicciola per salutarsi con tanto di buffet dolce e salato.

Un po’ di tempo fa era uscita una promozione di diversi cinema per cui c’erano delle giornate in cui poteva andare al cinema non ricordo se a uno, due o tre euro. Ebbene, i ragazzi mandarono nella newsletter la spiegazione del perché non avrebbero aderito a questo gioco al ribasso: i loro prezzi sono rimasti identici da 15 anni, prime visioni a 7 euro e rassegne a 5 euro e chi fa l’abbonamento alla rassegna vede gli otto film a 3 euro l’uno e ha la riduzione per i film in prima visione. Ma far pagare così poco per un biglietto significa per loro rimetterci, per stare in un gioco al ribasso in cui ci guadagnano in pochi, i soliti grandi.

E la loro scelta è stat premiata, perché i loro film hanno continuato ad attrarre molto pubblico e non solo nessuno si è mai sognato di dire qualcosa a riguardo, ma credo che a nessuno sia importato nulla. Qualcuno direbbe che hanno saputo fidelizzare i clienti, generare consumatori consapevoli.

Io preferisco dire che quando le persone combinano onestà e passione nel proprio lavoro i risultati si vedono.

Penso non ci sia bisogno di dirvi quanto sia orgogliosa di questa perla della bassa ❤

Etica e cibo

animali
immagine che mi è rimasta nel cuore fatta da Tippitappi (che grazie al post che state leggendo ho scoperto essere rediviva! 🙂 )

L’articolo ha il tono urticante di chi non vede l’ora di farti notare quanto sei incoerente (e quindi scemo gne gne gne), ma se riuscite a superare il fastidio dello stile di scrittura (non è facilissimo, me ne rendo conto), ci sono dati interessanti. So che molte delle persone che conosco li hanno presi già in considerazione, così come so bene che chi si avvicina al veganesimo per ragioni etiche non pensa a scomparti stagni, ma tende a guardare all’etica della vita a 360° e dunque anche all’impronta ecologica del cibo che mangia scegliendo locale, KM0, usando pochi ingredienti esotici con cura e rispetto e procurandoseli spesso da canali solidali.

Personalmente penso che la pecca di questo articolo sia proprio il ragionare per comparti stagni, senza pensare che chi è vegano per scelta etica difficilmente è la stessa persona che lo è per moda o per ragioni di salute e basta. Io non sono vegana, né vegetariana perché pur non mangiando carne mangio pesce. La mia cucina di base però è tendenzialmente vegana, e senza particolare sforzo, anche perché la nostra dieta mediterranea è piena di piatti senza ingredienti animali e perché in moltissimi piatti l’aggiunta di ingredienti animali la trovo del tutto superflua (zuppe, vellutate, torte salate, condimenti per la pasta, risotti).

Nei miei periodi vegani lo sono sempre stata in maniera tendenzialmente “nostrana”. Difficilmente ho utilizzato ingredienti quali avocado, anacardi. Ho certamente usato molto soia, in particolare il latte, a volte per le colazioni, più spesso per le torte, ma non credo che il mio consumo si possa ritenere alto, sia perché ai tempi ci dotammo di una macchina per produrre il latte direttamente dalla soia (che compravamo italiana), sia perché poi iniziai a fare dolci senza usare il latte di soia, usando al suo posto della eticissima acqua.

Probabilmente è anche per questa mia tendenza che nel mio periodo di avvicinamento all’alimentazione vegetariana e poi vegana, pur amando le sperimentazioni, mi sono sempre data poco da fare con i dolci… già quando nell’elenco leggevo “panna di soia, panna di riso, burro di cocco” smettevo di leggere e passavo oltre. Oppure facevo la ricetta sostituendo un po’ a caso gli ingredienti, o eliminandoli del tutto.

Un’ altra cosa che in questo articolo mi stona è proprio il tono. Devo dire che l’essere vegetariana o vegana ha sempre destato molta curiosità nei miei commensali, è sempre successo che qualcuno ne chiedesse le ragioni e non mi sono mai sentita giudicata (tranne da un mio ex che non si capacitava di questa mia scelta turbato dal fatto di non poterci mai più mangiare una fiorentina al sangue insieme, che arrivò a dirmi “io le zuppe per te le cucino, perché tu non cucini per me le bistecche?”. Vabbè, non a caso è un ex.), perché so di parlare ed esporre le mie ragioni senza tensioni o giudizi.

Questo tono mi ricorda quelli che puntavano il dito contro a mio cugino che aveva fondato una comunità in un uliveto (l’ho descritta qui) per vivere in armonia con la natura e cercando di lasciare un’impronta ecologica il meno pensante possibile, a cui contestavano “Eh! però il cellulare lo usa! Eh, ma una macchina ce l’hanno anche loro! Eh però se devono andare a XXX l’aereo lo prendono!”.

È il tipico atteggiamento di chi ha la coda di paglia. Sa che potrebbe fare qualcosa di meglio e di diverso nella vita, ma siccome non ha la forza, il tempo, la costanza, la motivazione, il coraggio, allora spara a zero su quelle tante persone che nel loro piccolo provano a fare un pezzettino di questa strada, con ingenuità a volte, facendo errori (che certamente pagheranno), mostrando quanto il loro sforzo etico sia inutile. Perché lo fa? Perché si sente giudicato, si sente a sua volta il dito puntato contro e di conseguenza lo punta verso gli altri. E certamente tanti vegani/ecologisti buttano giudizi sprezzanti su chi non è come loro, però quelli sono estremisti e gli estremisti li troverete sempre un po’ ovunque, chi è estremista in qualcosa si trova per puro caso a perorare quella causa specifica, non è la causa ad interessarlo, ma il posizionarsi nei suoi confini più estremi.

Questo è quanto.

A voi che leggete l’invito a dire la vostra, vegani e non 🙂 Unica regola: parlare a segno e con intelligenza, lo chiarisco perché ho scoperto che quando si tratta di scelte alimentari le precauzioni non sono mai troppe .

 

 

Sessismo travestito da galanteria

Ci sono ancora molti re nudi che dobbiamo imparare a riconoscere come tali.

Komorebi

Pochi giorni fa mi trovavo in un grazioso paesino della lucania in compagnia di alcune amiche, di cui una originaria del luogo. Dopo aver visitato l’antica abbazia ed esserci perse tra vicoli e piazzette, dopo aver ammirato tramonti e conosciuto storie di singolari personaggi del paese, ci siamo sedute ad un tavolino di un bar per bere una birra e riposare le stanche membra. Il bar si affacciava su una delle piazze e nel momento in cui ci siamo sedute le campane della chiesa adiacente hanno iniziato a suonare annunciando l’uscita della statua di San Rocco, patrono del luogo, che accompagnato da una breve processione avrebbe raggiunto un’ altra chiesa, usanza tipica della festa patronale.

Come avviene in molti paesini del sud Italia, le processioni sono accompagnate dalla banda del paese, colonna sonora costante di questi eventi sentiti e partecipati.

La nostra cicerone ci fa notare che la banda è…

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Statue e angeli

I chiostri sono luoghi che ho sempre amato molto. La mia vena eremitica si trova a suo agio in questi spazi che portano un po’ di esterno all’ interno. Si può guardare il fuori con le spalle ben protette dai muri familiari e rassicuranti del dentro. Sono luoghi raramente affollati e anche qualora lo fossero impongono contegno e sobrietà alla folla visitante. Le persone entrano come in punta di piedi, manifestando nei loro gesti misurati e sguardi la consapevolezza di essere ospiti temporanei, che la loro permanenza sarà breve, perché sono graditi, ma fino ad un certo punto: si sa che si tratterranno per il tempo scarso di una visita, che per quanto approfondita nulla sarà confronto al concetto di tempo proprio di questi luoghi.

C’era l’esposizione di una scultrice del luogo: una donna pensante di pietra mi ha catturata. Spesso ci sono immagini che ci chiamano e trovo interessante ciò che le nostre preferenze possono dirci di noi stessi.

La riguardo e ci trovo molto di me: se non fosse di pietra potrei essere io. L’incrocio di gambe, il viso poggiato sulla mano, l’aria assorta in pensieri filosofici. E il luogo: amo sedermi sui muretti dei chiostri e di certo su qualcuno mi ci sono seduta così.

C’è altro però: la pietra, che significa pesantezza e immobilismo. Due condizioni che in alcune fasi della vita mi hanno caratterizzata e di cui vorrei liberarmi. Non mi sento pesante ora e nemmeno immobile, anzi: ma so di esserlo stata e di quanto sia facile tornare ad esserlo. E siccome credo fortemente nell’utilità dei rituali come segno di conferma di un avvenuto passaggio, stavo pensando in questi giorni a quale potesse essere un rito adatto.

In queste giornate lucane mi è stato proposto il Volo dell’ Angelo. Mi era già stato proposto altre volte, in altre mie venute in queste belle terre, ma per una ragione o per l’altra la proposta non si è mai concretizzata.

Ora invece abbiamo la data, l’orario, manca solo il mio sì per cliccare sulla prenotazione. Il fatto è che un po’ me la cago sotto, come si suol dire ad Oxford. E più ci penso più la titubanza aumenta. Ma poi mi sono detta: ecco il tuo rituale.

Tu, da sola, appesa ad un filo, a volare sopra ai boschi. L’azione simbolica migliore per confermare di non essere più né pesanti, né immobili.

Si va.

Troppa felicità

Arrivata in stazione mi sentivo fortunata per il fatto che il mio treno (ancora direzione sud) non avesse ritardo, a differenza di quello per Bologna, in ritardo di 95 minuti. Salgo e mi dirigo fiduciosa verso il mio scompartimento. La porta è chiusa e le tende tirate, cosa che non promette nulla di buono. Apro e trovo dentro cinque esemplari di giovani maschi alfa, svaccati sui sedili e soprattutto senza scarpe, una puzza di piedi che manco negli spogliatoi delle medie dopo la corsa campestre.

Addio comunismo, addio socialismo. Voglio una vita borghese, con quelle comodità tipo viaggi di ore senza temperature da carro bestiame, senza bambini urlanti e ragazzi cafonissimi. Addio ecologia.

Treno ti amo, ma la nostra relazione così non può più continuare.

E grazie Alice Munro, per avermi tolto parole di bocca.