La fatica (e il piacere) di essere quel che si è

THATQualche tempo fa ho letto un bel post dal titolo “Essere vero a te stesso” che mi ha fatto ripensare a un episodio di un anno e mezzo fa: in  una chat di amici il solito amico aveva fatto l’ennesima battuta in cui prendeva in giro una ragazza del gruppo dandole sottilmente della stupida. Era un tema ricorrente e se c’è una cosa che non sopporto è quando si vuole far ridere sfottendo qualcuno, il famoso ridere “di” invece che ridere “con”. Di pancia era una cosa che mi irritava molto e mi sono chiesta che fare: appesantire la chat condivisa facendo notare che la battuta non mi faceva ridere o lasciar correre? Ho optato per la prima, pur sapendo che ne avrei pagato le conseguenze. E infatti così è stato. Perché chiaramente tu hai tutto il diritto di prendere in giro qualcuno, mentre io non ho il diritto di rovinare il “bellissimo clima gaudente” di quella chat. Perché poi sono io la persona pesante, che non sa stare allo scherzo (e che bello scherzo!). Sono io quella che se la prende, la battuta era ingenua, infatti la diretta interessata non si è lamentata, perché devi farlo tu? Lo faccio perché una cosa non è ingiusta solo se a ritenerla tale è la diretta interessata, per la stessa ragione per cui se vedo maltrattare un venditore di rose o accendini nei locali dico qualcosa, anche se lui non dice nulla. So’ fatta così.

Il fatto – nonché il cuore di questo post – è che mi pare di vivere da sempre una lotta tra come sono fatta e la gestione delle conseguenze delle mie azioni. Ci pensai dopo l’episodio della chat e ne scrissi qui. Averne scritto mi ha aiutata, ma ecco che ci torno a pensare oggi, giornata in cui ho commentato un post su fb di un tizio che conosco solo per un interessante lavoro di critica delle gabbie della mascolinità appresa, di quella continua e costante performace che è la “virilità”. Insomma, un tizio di cui condivido i contenuti, ma che oggi sparava a zero su un articolo di Serra a proposito di femminicidio. E insomma, non so se avete presente la sensazione, ma di nuovo dentro di me quel misto di sentimenti: dire la mia, andando controcorrente (e sapendo di sollevare polveroni di sostenitori del tizio in questione). O tacere e starmene tranquilla. Come immaginerete ho di nuovo optato per la prima, ed ecco una pioggia di commenti “contrari” al mio punto di vista. E di nuovo quell’altra sensazione, che per un momento mi fa pensare “eh, se fossi stata zitta…” ma poi zitta non ci so stare e ho rincarato la dose con un ulteriore lunghissimo commento, che certamente non passerà inosservato. E mentre aspetto l’ennesima pioggia di commenti che “mi rimettano al mio posto”, mi accorgo che in realtà nel cuore sono felice. Perché io sono così e devo farmene una ragione: non posso piacere a tutti, così come non tutti mi  piacciono. E in realtà c’è un bel sorriso in fondo al mio cuore: quello che mi viene dal pensare che sono andata oltre la paura, il timore. Che forse qualcuno mi darà dell’ignorante perché nelle mie riflessioni ho sottovalutato questo e quello, non ho preso in considerazione quella teoria, non ho calcolato le reazioni di certe parole. Evabbè. Ma avevo una cosa da dire, e l’ho detta, ché anche la libertà di parola ha bisogno di allenamento, consapevole che gli allenamenti non sempre sono indolori.

Buone aperte dichiarazioni a tutte e tutti!

Aprire le gabbie

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Ed eccomi qui. Terminato l’anno, terminato il mese vegan, ho finalmente deciso cosa fare.

Come qualcuno saprà, ero in dubbio sul fatto di continuare questo blog, perché lo avevo iniziato a  marzo del 2015 con l’intento di farlo durare per un anno, e poi chiuderlo. L’avevo anche chiamato “Tra un anno”, proprio per questa ragione!

Solo che la vita non va quasi mai come programmiamo (e in questo periodo mi viene da aggiungere “per fortuna”) ed è successo che ho aperto questo blog, condiviso pensieri e conosciuto virtualmente un po’ di persone con cui si è sviluppato un bel rapporto, ci siamo scambiati stimoli interessanti, ci siamo confrontati sui percorsi dell’una e dell’altro, dato consigli e punti di vista. E questa cosa mi è piaciuta molto, tant’è che scaduto l’anno un po’ il cuore mi si stringeva all’idea di chiudere baracca e burattini.

Ho tergiversato cogliendo l’occasione per il mese vegan e qualcuno mi ha seguito anche lì, ma non avendo evidentemente imparato nulla dalla precedente esperienza ( 😉 ) i 30 giorni sono passati e mi sono trovata di nuovo a chiedermi che fare (e mi ha fatto molto piacere che me l’abbia chiesto via mail una delle amicizie nate grazie al blog ❤ ).

Insomma: come uscire dal circolo vizioso del “vorrei continuare – ma avevo detto che avrei concluso l’esperienza dopo un anno – vorrei essere coerente – ma non vorrei perdere ciò che in quest’anno si è costruito – quindi vorrei continure – etc…”?

Semplice: aprendo la mia gabbia mentale. Ho detto che avrei chiuso fra un anno. Sì, l’ho detto: ma non lo farò. Mi piace qui, ci sto bene, e mi fa piacere che ci si sia trovato bene anche qualche ospite, chi di passaggio, chi più abituale. E per una che si stufa velocemente di tutto (o che almeno così crede, ma chissà…) il voler continuare un progetto che dura da più di un anno è un segnale interessante.

Quindi si continua e al diavolo la coerenza, che non sempre è una virtù, anzi: spesso – più spesso di quanto crediamo – è il materiale con cui forgiamo le nostre gabbie e che non ci permette di vedere i cambiamenti già in atto.

Ps. ah, troverò pace anche col layout del sito. Prima o poi 🙂

 

 

Nonnasitting

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“Avrei voglia di torta di mele” mi dici a fine cena.

Trent’anni fa stavi tu a casa con me per far uscire una sera i miei genitori, trent’anni dopo sono io a stare in casa con te per la stessa ragione.

Quelle mani che hanno impastato quintali di farina (“Ho iniziato che avevo otto anni! Mi mettevano la seggiolina perché non arrivavo alla spianatoia!”), filato all’uncinetto cinque corredi nuziali, lavato migliaia di pentole, accarezzato migliaia di volte le nostre guance. E che ora non riescono a fare più nulla. Ogni cosa ti è difficilissima, i tuoi movimenti lentissimi. Anche le parole  danzano nella tua testa e piano piano stanno prendendo il volo.

Se  me l’hai detto così chiaramente quella torta devi volerla davvero.

Potevo dire di no a quelle mani? Un’ora dopo, mentre stretta stretta al tuo girello passetto dopo passetto vieni accompagnata a letto, il profumo di mele e scorza di limone riempie la cucina. La sforno, ti raggiungo. Fermi il girello e la guardi, tra le mie mani. “Che bella!” mi dici. Sei felice, come una bambina. Domani ci farai colazione.

Dolcezza infinita

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Passare la serata io e lei sole, a leggerci i suoi libri preferiti.

Ridere per buffi animali che si mangiano a catena, ma senza masticarsi.

Scoprire la bellezza dei silent book.

Sciogliersi di dolcezza per la storia del lupo che in una notte gelida bussa a casa di una gallina chiedendo di poter  usare il suo focolare per fare una zuppa di sasso. Aspettarsi che prima i poi il lupo nel calderone infili tutti gli animali arrivati per la zuppa e scoprire che non è così. Che esistono lupi vecchi e senza denti che vagano solitari per le lande innevate, cercando un focolare su cui mettere a bollire il sasso e altri animali che aggiungano qualche verdura. E che se un’oca con cui divide la zuppa chiede di raccontare le sue terribili storie da lupo, preferisce tacere e servire il brodo a tutti gli animali.

Alle 9 si lavano i dentini e si va a nanna.

La casa quieta, il telefono che squilla e la voce che dice “Sono qui sotto!”.

Abbracciare chi nella notte, soffrendo, è venuto a cercare affetto e conforto, un ristoro da una giornata troppo, troppo pensante, in cui il mondo pare essersi ribaltato. Essere felice di avere qualcosa da donare.

La gioia delle piccole, grandissime cose.

Le maglie del tempo

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Sabato, dalla finestra

Venerdì ero a cena con S. e V., care amiche con lavoro precario. S. ha un contratto fino a luglio   V. dovrebbe lavorare fino a maggio – giungo, e poi si vedrà.  Il tema del lavoro, del posto fisso, delle garanzie, della relativa ansia economica entra ovviamente spesso nei nostri discorsi.

Però c’è un però. Nei giorni scorsi pensavo da quanto tempo è che non lavoro otto ore al giorno per qualcuno che non sia io, per un progetto che non sia mio, e a come l’idea di un’assunzione a tempo indeterminato per quaranta ore a settimana più che una manna dal cielo mi paia una prigione in cui mi sentirei chiusa a doppia mandata. Quando lavoravo in azienda dopo un periodo di part time orizzontale sono passata quello verticale, lavorando solo tre giorni a settimana full time: martedì,  mercoledì e  giovedì, in modo da avere un lunghissimo week end per rigenerarmi. Ugualmente però dedicarmi otto ore al giorno ad un lavoro noioso, che non solo non mi valorizzava e non valorizzava le mie capacità e competenze, ma che in certe giornate mi costringeva a stare appiccicata al pc, seduta ad una sedia anche se non c’era nulla da fare, inventando modi per ingannare il tempo fino al timbro d’uscita del cartellino, mi ha prosciugata e il lungo week end non era mai abbastanza lungo per riuscire a recuperare le energie che sentivo essere ai minimi storici. Avevo molto tempo libero ed ero impegnata in diverse attività creative e piacevoli (radio, organizzazione di festival di artisti di strada, eventi culturali), ma non erano sufficienti. Continua a leggere “Le maglie del tempo”

Di casa in casa #7

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Combattere l’influenza a tavola

Per la gioia di qualche affezionata lettrice ( 🙂 ) riprende la serie “di casa in casa”, ovvero le avventure raminghe del mio cercare casa. Ci eravamo salutati con il mio trasloco dalla casa desing per un breve ritorno a casa dei miei a cui sarebbe dovuta seguire una bella partenza che mi avrebbe portata in giro per il sud Italia (Abruzzo, Giardino, Matera), ma che a causa di sfortunate coincidenze e avvenimenti è saltata. Periodo delle feste tra alti e bassi fino al 6 gennaio, giorno del mio nuovo trasloco. Devo dire che non ero particolarmente entusiasta, ho fatto gli ennesimi preparativi con poca convinzione (e ancora meno voglia), anche se ammetto di essere molto soddisfatta per la capacità acquisita di selezionare le cose giuste: essenziali e funzionali, hanno occupato una borsone, una borsa di mede dimensioni, il Mac infilato nella mia borsa e una quarta borsa con viveri gentilmente offerti dai genitori. Ad aiutarmi il fidato F.

La mia coinquilina non c’è, è all’estero e tornerà il 14 (sette giorni di casa tutti per me! Tutto l’opposto della casa da cui venivo). Sapevo però che mi aspettava un problemino da risolvere: la ragazza che era venuta fino a ieri a dare da mangiare alla gatta mi aveva chiamata per dirmi che non funzionava più la luce, che il contatore dell’appartamento era ok e bisognava capire cosa fosse successo. Insomma, per farla breve, il fidato F. ha avuto la brillante idea, dopo che avevamo controllato i contatori esterni ed era tutto a posto anche lì, semplicemente di tirare giù e poi di nuovo su la levetta: e luce fu!

E’ pomeriggio e sotto i portici in questa via del centro  i fruttivendoli sono aperti nonostante il giorno festivo. Così si va fare spesa e mentre cammino, finalmente alleggerita dal trasloco, inizia a salirmi il buonumore. Passeggiamo un po’, facciamo spesa e torniamo a casa a preparare da mangiare: una bella crema di zucca e dei carciofi stufati, oltre a dei bei bicchieri di succo d’arancia perché sia a me che a F. sono iniziati in maniera abbastanza intensa i primi sintomi del raffreddore.

Sintomi che si sfogano mano a mano che passa la serata e che mi costringono ad una nottata insonne, tra starnuti, fazzoletti e un mal di testa opprimente. E così oggi me ne sto a casa, sotto le coperte, a riposarmi. Uniche preoccupazioni: medicine e cibo per la micia, spremute d’arancia per me (meno male che ieri dal fruttivendolo sono stata abbondante!), letture e scritture quando il mal di testa (come in questo momento) mi dà tregua. E sonno da recuperare.

Propositi e talenti

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Nel pensare all’anno nuovo mi sono tornati in mente i bei propositi dell’anno passato. Mi sono un po’ scoraggiata pensando che potrebbero essere tranquillamente copiaincollati per il 2016. Posso considerare grossomodo raggiunti “non lamentarmi”, “lasciare (un po’ più di) spazio al caso” e “dare modo ai sentimenti (belli e brutti) di venire a galla”. Anche “domare il caos”, via.

Su “essere determinata”  e “liberarmi dai giudizi degli altri (e di me stessa)” invece devo ancora lavorare tanto, tanto e tanto. E’ un esercizio continuo, una fatica costante che mi fa sentire spesso al punto di partenza nonostante gli sforzi fatti.

Da un paio di mesi ho ripreso a giocare a scacchi. Ci ho giocato per un breve periodo una decina di anni fa. Oggi, come allora, la persona con cui gioco è più brava di me. Dieci anni fa il mio avversario aveva una capacità di concentrazione molto più alta della mia. Oggi, di nuovo, mi trovo a fare i conti con un livello di concentrazione che non credevo di avere tanto basso. Il risultato è che non riesco più a giocare serenamente come facevo qualche settimana fa. Mi ero fatta un bel discorsino sul non giudicarmi in caso di (sicura) perdita, ché quelle partite servivano ad allenarmi, per capire azioni e reazioni, per imparare dagli errori. Non riesco più a farlo: ogni sconfitta, ogni regina mangiata per distrazione, ogni mossa mal calcolata, l’incapacità di vedere più in là di un paio di mosse fa cadere pesantissima sul mio collo la scure del giudizio. Non riesco a liberarmene. E mi perdo il piacere del gioco, aumentando le aspettative su di me insieme all’incapacità di accettarmi per come sono e non per come vorrei/dovrei/potrei essere.

Mi sento incastrata in un circolo vizioso tra il pretendere di brillare e la mancanza di determinazione necessaria a dare seguito alle mie aspettative. A volte mi chiedo se e quanto mi stia sopravvalutando. Quanto siano stati dannosi tutti quei “Come sei intelligente! Acuta! Brillante! Nella vita potrai fare quello che vorrai, la testa ce l’hai!”. Eh, sì. Peccato che quella, da sola, non basti. Perché la testa senza costanza, passione, fatica, non porta a grandi risultati. A volte nemmeno a risultati mediocri, semmai la sottoscritta fosse capace di accontentarsene.

A questo proposito un brano mi ha fatto molto riflettere. L’ha scritto Stephen King in “On Writing”, libro che raccoglie i suoi consigli sul mestiere di scrivere, presentandoli sotto forma di autobiografia:

Owen aveva imparato le note e le scale, non gli mancavano memoria, polmoni e buona coordinazione tra occhi e mani, ma non lo avevamo mai sentito partire per una tangente, sorprendere se stesso con qualcosa di nuovo, bearsi della propria musica. E appena finivano gli esercizi, lo strumento ritornava nel suo astuccio e lì restava fino alla prossima lezione o alla prossima esercitazione. Ciò che ne deducevo io era che tra il sax e mio figlio non si sarebbe mai stabilito un rapporto di gioco;  sarebbe stato per sempre un provare e riprovare. Non bene. Se non c’è gioia, non va bene. E’ meglio dedicarsi ad altro, dove le scorte di talento siano superiori e sia più alto il grado di divertimento.

Il talento toglie significato all’idea stessa di esercizio; quando si trova qualcosa per la quale si ha talento vero, la si fa (qualunque cosa sia) fino a farsi sanguinare le dita o cascare gli occhi dalla testa. Anche se non c’è nessuno ad ascoltare (o a leggere o a guardare), ogni sessione è un’esibizione di bravura, perché il creatore ne è felice. Forse persino estasiato. Questo si applica alla lettura e alla scrittura quanto alla pratica di uno strumento musicale, all’uso di una mazza da baseball, a un giro di pista d’atletica.

Quali sono le cose che farei fino allo sfinimento, anche senza la presenza di un riconoscimento di qualche tipo? Quali sono le cose che mi piace fare davvero? Sono capace di nominarle? E quanto i giudizi di valore sulle “cose serie, da fare in un certo modo e per certe ragioni” e la loro distinzione dai “semplici hobby, divertenti magari ma che nulla hanno a che fare con un lavoro socialmente riconosciuto” hanno influito sulle scelte che ho fatto finora? Cosa mi piace DAVVERO? Cosa mi diverte DAVVERO? Cosa mi interessa DAVVERO?

Risolvere queste domande sarà il mio proposito per il 2016, perché in questi primi giorni dell’anno così pieni di stanchezza e con l’umore ai minimi storici, le risposte sembrano proprio ben nascoste…

 

Di casa in casa #2

La seconda casa sembra perfetta, almeno da quanto si legge nell’annuncio: camera singola per soli 3 mesi, tutto compreso 370 euro, dentro le mura, non centralissima, ma comunque in una bella zona. Insomma: ci si può adattare.  Non fosse che la comunicazione con l’inserzionista è difficoltosa: comunica solo via mail, al numero di telefono che ha inserito nell’annuncio non risponde mai e qualche giorno dopo lo cancella pure dal sito… Con scambi eterni di mail scarnissime decidiamo la data dell’appuntamento, gli avevo scritto chiedendo ora e luogo, mi risponde dicendo “Ciao, scusa il ritardo, sì va bene mercoledì”. Sì, ok,  ma dove vengo mercoledì?!?

Insomma alla fine riesco a strappare indirizzo esatto e cognome, arrivo accompagnata dal fido F. e al portone d’ingresso vedo un’altra ragazza, ha appena suonato allo stesso campanello. “Anche voi per la camera?” chiede. “Sì, io”. Saliamo. Lo stabile pur esternamente abbastanza anonimo, all’interno pare carino: belle scale, addirittura ascensore, tutto pulito. Arriviamo al pianerottolo e ci accoglie (accoglie forse è un’espressione un po’ eufemistica) un ragazzone alto e grosso, vestito in jeans larghi e felpa, privo di espressione sul volto, che guardando a terra ci dice “Qui ci sono le stanze”. La casa è buia, tutto il contrario della casa precedente, in cui tolta la confusione del ragazzo che la gestiva, la sensazione che dava era molto piacevole: luminosa, spazi comuni ampi, voglia di conoscere e farsi conoscere. Qui invece tutto sa di trascuratezza e istinto di sopravvivenza, insomma: ciò che di più lontano può esserci dal calore domestico. Le stanze in affitto sono due singole, effettivamente molto grandi, ma l’arredamento è  composto da una cozzaglia di mobili da discarica, con un materasso matrimoniale (che dall’aspetto, se solo fosse fornito del dono della parola, potrebbe avere molte storie da raccontare –  e non tutte belle ) poggiato su una rete (beh, almeno non è un “futon” come quello precedente), una specie di credenza coi vetri stile anni settanta (che dovrebbe fungere da armadio, credo) e un tavolo tondo scrostato. Tutto qui. Ah, no, dimenticavo: c’è anche una sedia rotta.
Il ragazzone spiega che la casa verrà venduta a gennaio quindi si affitta solo per tre mesi senza possibilità di prolungare la permanenza. Giro per la casa, vado nel bagno. Non fa completamente schifo, ma è squallido e sporco. Sporco come potrebbe essere sporco un bagno in una casa di un ragazzone un po’ punkabbestia (senza bestia però, o così almeno pare) che vive lì da nove anni. E idem la cucina. Mi affaccio al terrazzino, arriva l’altra ragazza, le chiedo se anche lei stava cercando una sistemazione provvisoria. Mi dice “No, io vorrei una situazione stabile, ma al momento a Bologna non si trova nulla, mi sa che me la prendo e poi provo a cercare altro con calma”. Nel frattempo è arrivata una ragazza erasmus. Ragazzone le sta spiegano in un inglese un po’ stentato la situazione, lei guarda la casa e sembra assai intenzionata a fermare la camera, immagino la ragione sia la medesima: penuria di case.

Fortunatamente nessuno mi sta cacciando di casa, così posso concedermi il lusso di ringraziare, salutare, uscire e una volta in strada guardare F. e dire “Vabè dai, anche no”. Lui mi guarda, alza il sopracciglio e annuisce. Così, quasi come contrasto a tutta quella ostentata trascuratezza di sé, ce ne andiamo a pranzare al Centro Natura, un self service bio un tantino radical chic in cui quasi ti cazziano se fai gli abbinamenti sbagliati. Mentre mangio la mia polenta con il gorgonzola accompagnata da verdure al vapore (ottimo abbinamento, pfiuuu!), penso che sì, decisamente troverò qualcosa di meglio.

Di casa in casa #1

Vivendo in una paese di provincia di una famosa città universitaria non ho mai avuto bisogno, ai tempi, di cercare una camera in affitto in città e mi sono risparmiata con somma gioia tutte le esperienze raccontate dalle mie compagne di facoltà: la difficoltà della ricerca, l’importanza della fortuna nel trovare coinquilini decenti, le liti per le pulizie e via dicendo. Mi ci ritrovo ora: per fortuna non ho un bisogno impellente di trovare casa, se non quello dettato dal desiderio di mantenere la mia sanità mentale, quindi prendo tutto in maniera abbastanza serena, ma quanto vissuto finora mi ha arricchita di episodi interessanti che meritano di essere raccontati, diamo quindi il via a questo ciclo partendo dalla prima casa!

Arrivo all’appuntamento con qualche minuto di ritardo. Guardo da lontano il civico e mi convinco che il ragazzo mi abbia dato il numero sbagliato, visto che si tratta del  portone di ingresso di un museo… Mi avvicino e scopro esserci in realtà un campanello nutrito di bottoni ed eccolo lì, su un bottone, anche il cognome che cercavo. Intanto arriva F., che verrà a visitare l’appartamento con me come sostegno morale ed emotivo e consigliere fidato.

Suoniamo, risponde il ragazzo con cui avevo il contatto e mi dice “Scusa, potresti aspettare cinque minuti?” e io già me lo immagino mentre tenta di infilare i sacchi dell’immondizia nell’armadio e le cicche di sigarette sotto al tappeto. Cinque minuti passano ampiamente e non succede nulla, con F. ne approfittiamo per dipingere scenari catastrofici e dopo un quarto d’ora risuoniamo. Nel mentre entra una ragazza insieme a noi, ci segue per le scale e facciamo tutta la strada insieme, arrivati al pianerottolo scopriamo che deve entrare proprio nello stesso interno e la scena è questa: entra lei, il ragazzo la saluta dicendo “Ah ma eri tu che hai suonato?” entriamo noi, salutiamo, lui ci guarda e le dice: ” Ah sei venuta coi tuoi genitori?”. Momento di interdizione in cui tutti ci guardiamo con tutti, smarrimento della ragazza, smarrimento mio (solitamente la gente tende a darmi meno anni di quelli che ho, tranne in Kerala in cui un ragazzo del luogo me ne diede 43, ma non fa testo, credo…). Guardo il ragazzo dicendogli “Mi sembri un po’ confuso!”. Lui si rianima, capisce la situazione, saluta un’altra ragazza ancora che fa per uscire (venuta anche lei a vedere la camera) e ci accoglie. Ci fa vedere la casa, si scusa per la minchiata appena detta, ci dice che quella salita con noi è la ragazza della camera che si libera, che è dovuta andare via all’improvviso per ragioni famigliari e che sono due giorni che prende decine di appuntamenti e la cosa lo sta facendo andare giù di testa. La casa è bella: cucina enorme, zona sala enorme, terrazzino, lavanderia. Solo le camere sono piccole. Minuscole. Per arrivare alla camera che si sta liberando bisogna passare da un’altra camera, una doppia in cui due ragazze erasmus dormono in un letto a castello. E la singola a me destinata si trova in una sorta di sottotetto, con un materasso da una piazza e mezzo messo per terra in stile futon (dei poveri), completano l’arredamento una scrivania, un’asta appendiabiti e un porta oggetti verticale appendibile dell’Ikea. L’unica luce proviene da una finestrella minuscola che temo non possa mandar via l’odore di chiuso e stantio nemmeno lasciandola aperta tutto l’inverno. Prezzo 340€, tutte le spese escluse. Facciamo due chiacchiere con il ragazzo, che dopo lo scivolone iniziale si rivela simpatico e socievole e ci dice che in casa in tutto sono in cinque, sei con la nuova persona che arriverà. Mi racconta che a quanto pare è diventato più difficile per tutti trovare casa, tanto che a settembre gli succedeva che alcune ragazze venissero a vedere la camera ancora sfitta, se ne andassero, per poi citofonare una volta da basso chiedendo di poter tornare a vedere la camera e salissero col padre che gli metteva in mano mille euro in contanti perché lui decidesse di dare la camera alla figlia. Quella camera!

Ci salutiamo con lui che mi ripete di mandargli un messaggio entro qualche ora e io che gli ripeto che devo vedere un’altra casa il giorno dopo e prima di allora non posso decidere. Mi continua a dire che ci tiene a mettersi  in casa gente in gamba, che vuole  che la casa non sia un mortorio, ma nemmeno una sede delle feste erasmus, mi fa capire che io vado bene “Dimmi qualcosa, eh!” incalza nuovamente. “Ho l’altra casa domani”. “Ah, già!” Ci salutiamo. Sulla porta mi fa “Dai, allora fra qualche ora fammi sapere se sei interessata”. Ci rinuncio, sorrido, volto le spalle e scendiamo le case.

“Di sicuro non ti saresti annoiata” mi dice F.
Eh già!

to be continued…

Metà

Ho iniziato questo blog il 27 marzo con il proposito di farlo durare un anno: la giornata di oggi dunque segna l’esatta metà  del percorso.  Dopo giorni luminosi, nelle ultime 48 ore i pensieri si sono fatti confusi, sento che la parte auto-sabotante si è attivata e inizia a mettermi in testa mille dubbi sulle strade da percorrere. Quindi, anche se non mi sento particolarmente ispirata, penso sia saggio mettere nero su bianco un po’ di riflessioni di quanto successo da sei mesi a questa parte.

Inizio con il dirmi di non farmi turbare eccessivamente da come mi sento: sono certa che dipenda da ragioni ormonali, ovvero da un ciclo che ha tardato 10 giorni e che fatica a partire. Mi sento tesa e gonfia come un canotto, con una perenne sensazione di attesa, con la voglia di liberarmi, lasciar fluire ciò che non serve e riequilibrare il mio corpo. Mi sento cupa, grigia, con un peso sul petto, gli occhi che bruciano, cerco ispirazioni su internet e trovo solo blog noiosi, penso di vedere un film, ma non ho nessun titolo che mi convinca, vorrei ascoltare della musica, ma non so bene quale, vorrei leggere, ma non riesco a concentrarmi. Insomma: cosa vorrei davvero? Vorrei aver risolto le questioni che mi premono, vorrei aver deciso dove trasferirmi, vorrei che qualcuno mi pagasse per scrivere tutte le storie interessanti che sto collezionando, vorrei riprendere quella dimensione di vita piena e avventurosa che ho avuto fino a qualche giorno fa, che mi permetteva di scovare racconti a ogni ora del giorno e della notte, in cui pareva che fosse sufficiente vivere perché cose, situazioni e persone interessanti mi sbattessero contro.

Nonostante questo stato decisamente umorale in cui mi trovo, penso di poter avere uno sguardo obiettivo sui mesi trascorsi, o almeno sforzarmi nel farlo mi aiuta a risollevarmi.
Ho iniziato il blog perché avevo voglia di raccontarmi e di trovare persone simili a me, scoprire un mondo virtuale che andasse ad ampliare quello reale in cui erano molte le dinamiche e le relazioni amicali di vecchia data divenute sempre più sterili. A differenza dell’altro blog, che i miei amici reali conoscono e di cui leggono gli articoli, questo l’ho tenuto solo per me, come fosse un angolo riservato esclusivamente alle nuove conoscenze,  senza il supporto di amici e conoscenti che venissero a leggere quanto scrivevo.

Ho deciso di tenerlo in forma di diario: avevo voglia di raccontarmi per come ero e come stavo, anche a costo di essere noiosa o impopolare, perché avevo bisogno di autenticità. Qualche post ha raccontato i miei esperimenti, come quelli del periodo detox, molti hanno parlato dei miei dubbi, tante sono state le domande che mi sono fatta e in qualcuno mi sono data anche delle risposte.

Cos’è cambiato da allora?

  1. Ho cambiato casa, e anche se la situazione in cui vivo ora deve cambiare il prima possibile, sono molto felice del trasloco fatto perchè nella casa di prima non stavo più bene, non mi sono mai pentita e non tornerei mai indietro, per quanto sono grata a quegli otto mesi, che mi hanno permesso di chiudere definitivamente una situazione abitativa e relazionale rimasta in sospeso per troppo tempo.
  2. Ho trovato nuove amicizie, reali e virtuali, con cui mi sono sentita a mio agio e capita molto più che con diverse amicizie che durano da 15 anni. E’ stata un’ossigenazione importante, ci sono stati scambi fruttuosi e molta fiducia.
  3. Ho chiuso un progetto di comunicazione radiofonica creato 4 anni fa, a cui tenevo molto, ma che col tempo non mi dava più gioia. Da un po’ stava andando avanti per inerzia e quando le passioni non sono più tali, a tenerle in vita ci si fa più male che bene. E non è la sola cosa che ho chiuso, ne ho chiuse diverse, piccole e grandi, e mi sono sentita forte e leggera allo stesso tempo.
  4. Credo di aver appreso la tanto agognata leggerezza e con essa ho ritrovato la vitalità che avevo perso e che stavo cercando da tempo.
  5. Ho imparato a lasciare molto spazio al caso, a non gestire, a non organizzare e governare sempre tutto: ho imparato che è più che altro nella casualità che posso vivere  le avventure che cercavo: godendo del presente ogni momento può trasformarsi in un’avventura significativa, la bellezza e la singolarità sono ovunque, basta saperle guardare, ascoltare, cogliere, intercettare.
  6. Sono riuscita  ad alleggerire tantissimo il giudizio su me stessa e questo mi ha permesso di vivere esperienze molto intense.
  7. Sto ragionando su ciò che mi imbarazza e ho capito che è un’indicatore importante che mi fa capire quanto in certi ambiti pesi ancora tanto il giudizio degli altri. Sto usando una specie di terapia d’urto per superarlo: mi lascio trasportare in situazioni che potenzialmente potrebbero imbarazzarmi, le affronto e scopro che alla fine in qualche modo ne esco sempre indenne, non solo viva e vegeta, ma anche rafforzata.
  8. Ho ricominciato a a fare il pane con la pasta madre.

Non saprei dire con esattezza quanti di questi cambiamenti siano dovuti al fatto di avere un blog. Credo che tutto ciò che ho fatto mi abbia portata dove sono ora, compreso lo scrivere qui. Mettere nero su bianco ciò che si sente, tradurre in parole le emozioni quando sono confuse nella testa è stato per me salutare e essenziale per fare chiarezza dentro di me, per sfogarmi, per riflettere su ciò che leggevo di me. Insomma, per essere al giro di boa, posso dire di sentirmi molto soddisfatta e se penso all’umore che avevo nelle prime righe di questo post e a come sto ora, beh… non posso che confermare il potere curativo della scrittura.