Non voler abituarsi alla violenza

steinbach-56641__340
Ho passato la mattinata di ieri in una scuola superiore della provincia, in Appennino. É stata una mattinata faticosa: sarei dovuta essere con una mia collega e avremmo dovuto lavorare in parallelo, una classe a testa in contemporanea. Ognuna avrebbe ripetuto il progetto per tre volte, quindi tre classi a testa nel corso della mattinata e sei classi in tutto coinvolte nei progetti. Se non fosse successo che a pochi giorni dalla data dei progetti, la mia collega mi ha detto di essere impossibilitata a venire. Ormai la data era fissata, i progetti erano finanziati dal comune che aveva fatto una delibera apposita per quella giornata, cambiare data era molto problematico. Ho deciso di andare ugualmente, facendomi accompagnare da un’aiutante d’eccezione, ma che essendo appunto d’eccezione non avrebbe potuto gestire i progetti da sola. Da qui la proposta di unire le classi due alla volta gestendole in due persone.

Erano progetti organizzati in occasione del 25 Novembre, anche se sviluppati una settimana dopo. Avremmo parlato di pubblicità, di sessimo pubblicitario, dell’uso del corpo della donna nelle pubblicità, di photoshop, di corpi inesistenti perché massivamente modificati, del significato dell’utilizzo di corpi di donne o pezzi di corpi slegati dal prodotto in vendita, dell’oggetitvazione della donna, delle ricadute di questo, del legame con la violenza, di pubblicità che normalizzano la violenza e di come quasi in tutta Europa esistano leggi contro la pubblicità sessista e in Italia no.

Devo fare una premessa: l’anno precedente eravamo già andate in questo istituto, che comprende varie tipologie di percorsi superiori tutti nella stessa scuola, dal liceo, ai tecnici ai professionali. Eravamo andate in due, la scuola aveva richiesto di fare incontri con quattro classi alla volta, noi c’eravamo opposte ed eravamo arrivate alla mediazione di accorpare due classi per ciclo. Sentivo che la cosa sarebbe stata problematica, ma sia per venire incontro alle richieste dei committenti che per verificare un’impressione non supportata da prove, abbiamo accettato. Ed è stata durissima.

Questa la ragione per cui quest’anno avevamo accordato la nostra collaborazione, ma a patto che si lavorasse su una classe alla volta: immaginate dunque il mio stato d’animo nel dover rimettere insieme due classi.

L’avete immaginato? Bene. Ora immaginatevi come l’ho presa quando, arrivata a scuola, la professoressa di riferimento che ci ha accompagnate in aula magna ci ha detto che al primo turno avremmo avuto Q U A T T R O classi. Avevano deciso così. Non volevano privare delle classi del progetto. L’avevano comunicato all’assessore di riferimento. Peccato che a noi nessuno avesse detto nulla. Ma ormai eravamo in ballo, non restava che entrare nell’arena.

Come dicevo, l’istituto era composto da vari indirizzi e in quella prima ora e mezza le quattro classi erano sia di liceo che di istituto professionale. Dovevamo iniziare alle 8 e alle 8.25 mancava ancora una classe: non si sapeva dove fosse, quale fosse, chi dovesse chiamarla. Finalmente alle 8.30 la bidella va a chiamarla, la classe arriva, composta solo da ragazze (e molto poche) che si siedono tutte in fondo all’aula magna, chiediamo loro di venire avanti, che non ha senso che stiano così lontane, ci rispondono strafottenti di no, lo richiediamo, ma nulla, la professoressa non dice nulla, non fa nulla. E non è un buon inizio.

Insomma, le ore passano, le classi si avvicendano, arriviamo al terzo e ultimo turno, in cui sono mixate una classe di ragazze  del tecnico e una di ragazzi del professionale, una trentina: questi si siedono tutti disordinatamente in fondo all’aula, coi cellulari in mano, parlano fra di loro, i professori non dicono nulla. Decido di non stare alla cattedra ma di andare a parlare in mezzo a loro, la cosa un po’ funziona, un po’ no, è un progetto interattivo, è previsto che si discuta, ma quelli hanno una sorta di comportamento di branco, quel modo di ostentare che sono-grandi-e-se-ne-fottono-di-quello-che-dici.

Mentre parlo mi fermo. C’è un ragazzo che continua a fare il cretino, vado verso di lui e molto serenamente gli dico: “Guarda, questo progetto è fatto per voi. Non è una normale lezione, si parla di cose che normalmente non vengono dette nei programmi scolastici. É un’opportunità per voi, ma se non vi interessa, se non ti interessa, non voglio di certo che mi ascolti per forza. Se non interessa a te stare qui, figurati a me! Io queste cose le so. Quindi: se sei stanco, annoiato, e se il tuo professore è d’accordo, perché non vai a farti un giro fuori? Fai due passi, prendi una boccata d’aria e noi continuiamo, ok? “. A quel punto il prof si sveglia, interviene e gli intima di uscire. E lui mi dice che non vuole, che vuole stare in classe, continuare a sentire la lezione.

Alla fine di ogni progetto diamo i questionari di gradimento in cui chiediamo con varie domande le impressioni di ragazze e ragazzi sui progetti. Li lasciamo anonimi, perché si sentano liberi di esprimersi senza timori di ritorsioni, chiediamo solo di indicare la classe e la sezione. Ma il fatto che siano anonimi non significa che io non sia in grado, per alcuni, di risalire a chi l’ha scritto. Le mie overdose di Foxcrime danno i loro frutti.

E così vedo subito che la ragazza oppositiva della classe arrivata in ritardo ha riempito il questionario di insulti e ci consiglia di cambiare lavoro, una sua amica ci manda affanculo e così anche alcuni ragazzi del professionale dell’ultimo ciclo, che tra un “Succhiamelo” e un “Questo progetto non è servito a un cazzo” fanno bella mostra dell’essere uomini-che-non-devono-chiedere-mai.

Certo, ci sono tanti, tantissimi commenti positivi di tutti i ragazzi e ragazze che abbiamo visto nel corso della mattinata, ma come spesso accade, il bello è liscio e scivola via e il brutto è ruvido e vischioso e ti resta appiccicato.

E così mi porto a casa tante riflessioni e tanti dubbi, pur sapendo che l’errore è a monte, che i temi di cui parliamo hanno bisogno di essere sviluppati una classe alla volta, che nel raggruppare ragazzi di sezioni diverse si sviluppano dinamiche di branco difficili da superare. Ma quello che mi rendo conto che mi ha colpito di più è la violenza: la violenza verbale di queste persone, e soprattutto il pensare e il capire che per loro è pane quotidiano, mandarsi affanculo, offendersi. E di nuovo ragiono sulle parole, sul loro peso, sui significati che portano con sé. Sull’abituarsi a certe parole, sull’abituarsi alla violenza verbale. E sul fatto che io, no, non ci sono abituata.

Parlando con Assessore e vicepreside capisco la loro volontà di portare semi in questi ragazzi, ci dicono che ci sono classi molto difficili, che spesso anche loro se la prendono coi ragazzi, ma il fatto è che dietro a questi adolescenti spesso c’è il vuoto.

Lavorare coi licei è molto più facile, non c’è dubbio. I ragazzi e le ragazze ascoltano, sono disciplinati, possono fare un po’ di confusione, ma c’è rispetto, di certo non ti invitano a succhiarglielo nel questionario di gradimento. Ma poi penso che sono proprio i ragazzi più difficili ad aver bisogno di sentire pensieri altri, ragionamenti diversi, progetti che sviluppino in loro un senso critico. Perché se anche solo uno o due di loro avrà riflettuto (e anche fra quelli del professionale tanti ci hanno ringraziato perché gli abbiamo aperto gli occhi), o se anche solo una o due ragazze che hanno bisogno di aiuto (loro o le loro madri o sorelle o amiche) ora sanno che esistono i centri antiviolenza a cui potersi rivolgere gratuitamente, questi progetti hanno avuto senso.

Qualcuno mi ha detto che questa violenza verbale mi colpisce perché non ci sono abituata, come a dire: a forza di leggerne poi non ci fai più caso. Penso sia vero. Ma arrivata alla fine di questa giornata, con il turbamento che mi porto dentro da ieri, penso che in verità no: non voglio abituarmi alla violenza. Voglio che sia sempre un campanello d’allarme, un indice di qualcosa contro cui combattere, uno stimolo a pensare a che seguito dare.

Mettere nero su bianco tutto questo mi è servito molto e ora sento che il peso sul cuore si sta trasformando in volontà di azione. Sto pensando che sarebbe bello che questo avesse un seguito, che non è educativo lasciar credere ai ragazzi e alle ragazze che nascosti nell’anonimato possano insultare le persone. É la stessa dinamica di Facebook, dove nascosti dietro l’anonimato tanti, troppi insultano pesantemente chiunque. Dovrò fare un report per professori e assessore, che restituiranno alle classi. Mi sta venendo qualche idea su come volgere il brutto in bello.

E se avete consigli, come sempre, sono i benvenuti 🙂

La prossima volta

Ieri hanno dato Fuocoammare su Rai 3 e in tante e tanti l’avete visto: l’ho letto nei vostri status di facebook, ognuno col suo commento, con la sua citazione, la sua tristezza.
Stamattina, mentre stavo per uscire dal bar in cui ero andata a fare colazione, è entrata una donna. Ero sovrappensiero e il significato delle sue parole m’è arrivato dopo, come in differita. Ha detto “Questi tutto il giorno a non fare un cazzo e invece noi paghiamo le tasse”. Si riferiva al ragazzo sorridente che chiedeva l’elemosina fuori dal bar. Un ragazzo nero.
Non possiamo noi, fisicamente, andarli a salvare in mezzo al mare. E ci sentiamo impotenti davanti a drammi umani così immensi. Però abbiamo il potere, tutti noi che crediamo nella solidarietà umana, di salvarli da un commento razzista. Perché chi si sente libero di entrare in un bar e inquinare l’aria con la sua ignoranza, la sua visione distorta del mondo, lo sguardo rivolto al suo ombelico, deve capire che no, non ha tutta questa libertà che crede. Che non sempre una frase populista ti fa passare indenne in mezzo alla gente. Che non tutti la pensiamo come te.
E’ tutto il giorno che penso a cosa avrei potuto dire, o fare. Sarà stancante, sarà spiacevole, sarà fonte di discussioni, insulti forse, ma è necessario: la prossima volta dirò e farò.

Lavoro, precarietà, libertà e felicità

IMG_20160628_113140
Alcuni ingredienti della mia felicità: una spiaggia libera, quattro bastoni portati dal mare, un telo rosso a farci da tetto, un libro, un incenso e un’amorevole compagnia.

Un paio di giorni fa leggevo lo sfogo di Sara sulla fatica di doversi dedicare quotidianamente ad un lavoro che non piace circondati da persone che ci fanno stare male, sul desiderio di invertire la rotta, mollare tutto e la paura di non farcela. Nel suo articolo si chiedeva se la vita le stesse suggerendo di prendere coraggio e mandare tutto a quel paese e se fosse il momento di mettere se stessa e i suoi bisogni al primo posto. Questa la mia risposta:

Cara Sara, io credo che le risposte tu te le sia già date in questo articolo. Farsi avvelenare quotidianamente è un male e la soluzione non credo sia farsi esami di coscienza per vivere meglio l’avvelenamento, ma smettere di avvelenarsi. So bene che non è facile, ne abbiamo parlato tanto anche privatamente, ma la vita è una, noi siamo uniche e sprecare il tempo a fare lavori che ci imbruttiscono non è ciò per cui siamo fatte. Serve coraggio, che non è assenza di paura, ma il riconoscimento della paura, l’accettazione di questa paura e la capacità di andare oltre. Serve immaginazione e fantasia, per pensarsi altro, per pensarsi altrove, per costruire scenari impensabili. Un abbraccio

Stamattina S., amica che lavora nella Pubblica Amministrazione come precaria, si sfoga su una chat di Wapp condivisa su quanto sia stanca di vedere intorno a sé canali preferenziali per richieste ferie o permessi in cui non è inserita in quanto precaria e senza conoscenze e di sentirsi costantemente a disagio e fuori luogo e dover ingoiare tutto e comportarsi come un cane obbediente e leccaculo nella speranza di un’assunzione. Nel risponderle le dicevo che certamente la precarietà può far tendere al servilismo, ma che poi l’asticella del grado di sopportazione ognuno la pone per sé e lei ha risposto lapidaria che “La precarietà è servilismo, non si può fare diversamente”.

No. Io non penso affatto così e sono fermamente convinta che dirsi che “non si può fare diversamente” sia il primo e più forte laccio delle nostre catene. Nessuno qui vuole mettere in discussione il fatto di vivere in un periodo economico buio, ingiusto, in cui tutte le sicurezze della generazione dei nostri genitori ora non esistono più. Ma il fatto è che quelle sicurezze erano in realtà un sogno collettivo durato decenni da un popolo che ha vissuto al di sopra delle proprie possibilità (avete presente il debito pubblico? Ecco…).

Posta questa base però convincersi che non ci sia scelta e che siamo tutti costretti ad essere servili non fa altro che farci permanere all’interno di situazioni che non ci piacciono perché ci convinciamo che si possa fare solo così. L’amica in questione parlava del fatto di essere soli, della perdita di potere dei sindacati e dell’impossibilità di vedere tutelati i propri diritti se lasciati soli a noi stessi. Ma a questa affermazione a me viene da chiedere: e tu quante volte hai scioperato? O sei andata ad una manifestazione? Hai partecipato a un collettivo, a una raccolta firme di tua volontà? I sindacati hanno funzionato quando c’era gente unita e disposta a scioperare per giorni per i propri diritti, al giorno d’oggi non trovi nemmeno quelli che scioperano qualche ora… Spesso noto molto scollamento tra ciò che ci si aspetta da una qualche entità superiore (Stato, società) e ciò che si è disposti a fare come individui appartenenti ad una collettività.

Ma oltre a questo il mio ragionamento di fondo è un altro: in un mondo del lavoro in cui anche se hai laurea, master, dottorato, fluent english, esperienza di quattro anni nella stessa mansione COMUNQUE non vai bene e ti trovi il più delle volte a non fare lavori per cui hai studiato, l’approccio deve cambiare. E deve cambiare prima di tutto dentro di noi. Dobbiamo zittire le aspettative inculcate dai genitori, dalla scuola, dai parenti, da noi stessi, dalla società per cui se vai a lavorare in un ufficio davanti al PC sei ok, se invece fai la fioraia sei sprecata. Ora come non mai dovremmo cercare di essere massimamente connessi con ciò che riteniamo importante nella nostra vita, con ciò che ci piace fare e che ci fa stare bene. Vi riporto tre esempi:

  • ESEMPIO 1: MIA SORELLA

La mia cara sorellina ha lavorato tutta l’estate scorsa ad una baracchina dei gelati per mettere da parte i soldi per l’Overseas che l’avrebbe portata un anno a studiare a Chicago. In questa baracchina si è trovata benissimo: grande amicizia con la proprietaria, super integrata con i clienti, tanto che quando è partita per gli States le mandavano messaggi e a volte la chiamavano tutti insieme su skype dai tavoli della baracchina. Ora è tornata in Italia, negli States è stata un mostro di bravura e ha preso il massimo dei voti in tutti gli esami, ma ugualmente va a fare delle serate in baracchina perchè lavorare lì le piace, le ore scorrono veloci e torna a casa serena. E’ il lavoro che si augura di fare tutta la vita? Direi di no, ma se non dovesse riuscire a fare ciò che vuole fare ha capito che è più importante lavorare serenamente che essere costretti  a fare il lavoro per cui si è studiato circondati da carogne, precarietà e frustrazione.

  • ESEMPIO 2: SORELLA DELLA MIA AMICA G.

Lavorava in una grande catena di bigiotteria: turni massacranti, a volte impossibilitata perfino ad andare in bagno, la sua vita era costellata di crisi di panico fino a quando ha detto basta. Si è licenziata ed è andata a raccogliere le pere. Estate serena come non succedeva da tempo e nel frattempo si era iscritta all’accademia delle belle arti. Adesso produce artigianalmente collane e prodotti vari, collabora con uno studio e da poco tempo ha aperto un suo studio in città con altre ragazze artigiane come lei. E’ piena di soldi? No. E’ faticoso? Sì. E’ serena? Sì, e si vede.

  • ESEMPIO 3: AMICA DI AMICO C.

Lavorava in una azienda di formazione, faceva progetti vari, nelle scuole e con gli adulti. Orari assurdi, gestione caotica, paga misera: dopo anni ha deciso che non ne valeva più la pensa. Si è licenziata e per puro caso ha fatto un periodo di prova da una fioraia. Ha scoperto che era un lavoro che le piaceva moltissimo e dopo qualche anno la titolare è andata in pensione e le ha chiesto se voleva rilevare l’attività. Ora vende fiori in centro a Bologna.

Tornando alla discussione su Wapp l’amica V. ha detto che lei si trovava in una via di mezzo tra il pessimismo di S. e il mio idealismo, dicendo che a differenza di S. pensava che le possibilità ci fossero, ma a differenza mia credeva fosse necessario scendere a compromessi. 

Ora. Sappiamo tutti che Wapp non è lo spazio ideale per queste conversazioni, però. Mi fa effetto che qualcuno giudichi idealista questo mio pensiero e mi fa effetto che qualcuno pensi che io non scenda a compromessi. Perché per me non è questione di seguire “nobili ideali”, ma di essere connessa con quello che sento. E aver lavorato per due anni in un’azienda che non c’entrava nulla non solo con ciò che avevo studiato, ma nemmeno con ciò che vagamente mi interessava cos’è, se non un compromesso tra ciò che si vorrebbe fare e il voler portare a casa la pagnotta? E ancora: lavorare per anni in un doposcuola in cui la gestione era talmente sbagliata, i genitori così incapaci e i bambini così problematici da aver passato un anno in cui mi ammalavo a tutte le feste comandate e in tutti i giorni di vacanza? Solo io ci leggo dei segnali? No, non mi sono licenziata per idealismo, a meno che qualcuno non creda che il perseguire una vita serena e sana sia addirittura un ideale.

Certo che i compromessi esistono, ma ci sono compromessi e compromessi. Compromessi che ci logorano e altri che tutto sommato ci permettono di trovare un buon equilibrio di vita. Dovremmo solo smettere di credere che passare giornate a studiare per concorsi che se vinti ti permetterebbero di avere un contratto a tempo indeterminato in un ambito in cui il lavoro che  fai ti annoia mortalmente e la gente che hai intorno non ti piace sia meglio che vendere fiori. O servire caffè.

Quanto ci serve per essere felici? E soprattutto: COSA? Siamo sicuri che ciò che diciamo di desiderare lo desideriamo davvero o ce l’hanno fatto desiderare?

 

La fatica (e il piacere) di essere quel che si è

THATQualche tempo fa ho letto un bel post dal titolo “Essere vero a te stesso” che mi ha fatto ripensare a un episodio di un anno e mezzo fa: in  una chat di amici il solito amico aveva fatto l’ennesima battuta in cui prendeva in giro una ragazza del gruppo dandole sottilmente della stupida. Era un tema ricorrente e se c’è una cosa che non sopporto è quando si vuole far ridere sfottendo qualcuno, il famoso ridere “di” invece che ridere “con”. Di pancia era una cosa che mi irritava molto e mi sono chiesta che fare: appesantire la chat condivisa facendo notare che la battuta non mi faceva ridere o lasciar correre? Ho optato per la prima, pur sapendo che ne avrei pagato le conseguenze. E infatti così è stato. Perché chiaramente tu hai tutto il diritto di prendere in giro qualcuno, mentre io non ho il diritto di rovinare il “bellissimo clima gaudente” di quella chat. Perché poi sono io la persona pesante, che non sa stare allo scherzo (e che bello scherzo!). Sono io quella che se la prende, la battuta era ingenua, infatti la diretta interessata non si è lamentata, perché devi farlo tu? Lo faccio perché una cosa non è ingiusta solo se a ritenerla tale è la diretta interessata, per la stessa ragione per cui se vedo maltrattare un venditore di rose o accendini nei locali dico qualcosa, anche se lui non dice nulla. So’ fatta così.

Il fatto – nonché il cuore di questo post – è che mi pare di vivere da sempre una lotta tra come sono fatta e la gestione delle conseguenze delle mie azioni. Ci pensai dopo l’episodio della chat e ne scrissi qui. Averne scritto mi ha aiutata, ma ecco che ci torno a pensare oggi, giornata in cui ho commentato un post su fb di un tizio che conosco solo per un interessante lavoro di critica delle gabbie della mascolinità appresa, di quella continua e costante performace che è la “virilità”. Insomma, un tizio di cui condivido i contenuti, ma che oggi sparava a zero su un articolo di Serra a proposito di femminicidio. E insomma, non so se avete presente la sensazione, ma di nuovo dentro di me quel misto di sentimenti: dire la mia, andando controcorrente (e sapendo di sollevare polveroni di sostenitori del tizio in questione). O tacere e starmene tranquilla. Come immaginerete ho di nuovo optato per la prima, ed ecco una pioggia di commenti “contrari” al mio punto di vista. E di nuovo quell’altra sensazione, che per un momento mi fa pensare “eh, se fossi stata zitta…” ma poi zitta non ci so stare e ho rincarato la dose con un ulteriore lunghissimo commento, che certamente non passerà inosservato. E mentre aspetto l’ennesima pioggia di commenti che “mi rimettano al mio posto”, mi accorgo che in realtà nel cuore sono felice. Perché io sono così e devo farmene una ragione: non posso piacere a tutti, così come non tutti mi  piacciono. E in realtà c’è un bel sorriso in fondo al mio cuore: quello che mi viene dal pensare che sono andata oltre la paura, il timore. Che forse qualcuno mi darà dell’ignorante perché nelle mie riflessioni ho sottovalutato questo e quello, non ho preso in considerazione quella teoria, non ho calcolato le reazioni di certe parole. Evabbè. Ma avevo una cosa da dire, e l’ho detta, ché anche la libertà di parola ha bisogno di allenamento, consapevole che gli allenamenti non sempre sono indolori.

Buone aperte dichiarazioni a tutte e tutti!

Dipendenze

125329-hd

“Che ne dici se spegniamo la tv, saliamo di sopra, ci mettiamo a letto e accendiamo i nostri computer?”. (fonte foto Internazionale)

 

[Attenzione: post ad alto contenuto di “si stava meglio quando si stava peggio”]

Nell’ ultimo mese e mezzo ho avuto problemi di connessione, ma poco male: devo dire che di solito le situazioni che fanno mancare qualcosa a cui mi sono abituata mi piacciono sempre, nonostante le scomodità che possano comportare. Mi piace ad esempio rendermi conto sulla mia pelle di quanto siamo diventati dipendenti da internet e non c’è nulla di meglio di un forzato digiuno (o dieta, và) dallo stesso per capirlo. In questi giorni ho peregrinato tra biblioteche e case di amiche gentilmente messe a disposizione e… sono sopravvissuta! Anzi: nonostante questo sono riuscita a fare delle ricerche per una nuova collaborazione iniziata, a lavorare per l’associazione con cui porto progetti nelle scuole e nei comuni, ma in più sono uscita molto più spesso di quanto non avrei fatto, ho letto più libri di quanto faccio normalmente (ogni tanto lo sguardo si perdeva tra gli scaffali e un titolo attirava la mia attenzione), incontrato più persone.

Ora abbiamo di nuovo la connessione (inciso: io sono certa che i gestori ADSL sarebbero riusciti a far innervosire anche Gandhi. Ne ho cambiati 4 o 5 da quando sono non vivo più in casa coi miei e ogni volta c’è qualche problema che fa sì che i tempi promessi non siano MAI MAI rispettati. Vabè).

Tornando su quanto la nostra vita sia ormai dipendente da internet, ne parlavo qualche tempo fa con un paio di persone, che mi dicevano di non essere affatto preoccupate da questa cosa e che anzi, come oramai diamo per scontata l’energia elettrica, così sta avvenendo con internet. Sarà. Chi mi conosce sa che difficilmente tendo  a demonizzare qualcosa, e sono ben cosciente delle ottime opportunità offerte dalla rete (non a caso ho un blog 🙂 ). Ma ho come l’impressione che dipendenza dall’elettricità e da internet non siano esattamente paragonabili, perché mi pare che il delegare sempre più cose alla rete, a programmi e applicazioni ci stia un po’ impoverendo. Spero di non apparire troppo nostalgica (lo sono?), ma quando viaggio in macchina se da un lato godo molto del fatto che per arrivare a destinazione sia sufficiente mettere il nome della località nel mio smartphone, dall’altro una punta di disagio si affaccia nella mia mente, per la perdita dell’abitudine di consultare cartine, della capacità di orientarsi, o al limite di chiedere indicazioni. Ma chissà, forse è il fatto di essere tendenzialmente restia a fidarmi e ad affidarmi a qualcosa/qualcuno che mi porta a ragionare così.

O forse sarà anche perché l’avvento di internet e la possibilità che gli smartphone offrono di essere sempre connessi sta estremizzando distorsioni sociali che prima erano più nascoste, obbligandoci a fare i conti col fatto che spesso preferiamo essere in un mondo virtuale che in quello reale. Avete presente le coppie al ristorante, seduti uno di fronte all’altra, ognuno con lo smartphone di fianco al piatto, che chattano molto di più di quanto parlano? Sarò vintage, ma mi mettono tristezza. Così come mi fa storcere il naso l’abitudine  di molte persone (tra cui amiche e amici) con cui si decide di vedersi per un aperitivo, una cena o una birra per fare due chiacchiere e la prima cosa che fanno è poggiare il telefono sul tavolo. Boh. Vabè, vi avevo avvertiti, no? 🙂

E voi che ne pensate? Com’è il vostro rapporto con internet?

Sbocciare

IMG-20160319-WA0015

C’è stata fatica, ansia, dolore e sì, anche momenti di disperazione.

Chissà se è quello che prova anche il seme prima di dar vita al germoglio, o la gemma, prima di aprirsi e fiorire.

Adesso è il momento di sbocciare.

Il corpo amico

Durante una delle asana della lezione di yoga di venerdì, mentre ero concentrata sui miei muscoli, sulle mie ossa e i miei tendini e godevo della sensazione di benessere data dalla fatica “giusta” ho pensato alla bellezza di vivere il proprio corpo come amico e a quanto sia poco scontata questa relazione, in particolare per le donne.

Che spreco passare il tempo a sentirsi continuamente inadeguate: troppo grasse o troppo secche, troppo basse o troppo alte, troppo poco toniche, con troppe o troppo poche tette, i polpacci troppo grossi, oppure troppo magri. Ad essere in lotta con la pancia, coi fianchi, col culo. Che spreco passare la vita a percepire il corpo come un nemico da combattere, una situazione da cambiare. Che perdita incommensurabile la tendenza ad omologarsi, a credere che la bellezza sia solo una e soprattutto che il raggiungimento di quella unica bellezza (resa appositamente irraggiungibile… e che? Vogliamo forse perdere tutti gli introiti derivanti dal senso di inadeguatezza delle donne?) debba passare attraverso grandi, grandissimi sacrifici.

Conosco donne a dieta da una vita. Una vita! Ma avete presente cosa significhi vivere in un continuo stato di privazione di qualcosa che piace? Cosa deve aver fatto una di male per infliggersi una punizione del genere? Che colpa deve espiare?

Ha perfettamente ragione Naomi Wolf quando definisce la dieta come il più potente sedativo politico delle donne e aggiunge:

“una popolazione con una così tranquilla ossessione è una popolazione facilmente manipolabile”.

N. Wolf, The Beauty Myth

Continua a leggere “Il corpo amico”

Le maglie del tempo

IMG_20160116_142448
Sabato, dalla finestra

Venerdì ero a cena con S. e V., care amiche con lavoro precario. S. ha un contratto fino a luglio   V. dovrebbe lavorare fino a maggio – giungo, e poi si vedrà.  Il tema del lavoro, del posto fisso, delle garanzie, della relativa ansia economica entra ovviamente spesso nei nostri discorsi.

Però c’è un però. Nei giorni scorsi pensavo da quanto tempo è che non lavoro otto ore al giorno per qualcuno che non sia io, per un progetto che non sia mio, e a come l’idea di un’assunzione a tempo indeterminato per quaranta ore a settimana più che una manna dal cielo mi paia una prigione in cui mi sentirei chiusa a doppia mandata. Quando lavoravo in azienda dopo un periodo di part time orizzontale sono passata quello verticale, lavorando solo tre giorni a settimana full time: martedì,  mercoledì e  giovedì, in modo da avere un lunghissimo week end per rigenerarmi. Ugualmente però dedicarmi otto ore al giorno ad un lavoro noioso, che non solo non mi valorizzava e non valorizzava le mie capacità e competenze, ma che in certe giornate mi costringeva a stare appiccicata al pc, seduta ad una sedia anche se non c’era nulla da fare, inventando modi per ingannare il tempo fino al timbro d’uscita del cartellino, mi ha prosciugata e il lungo week end non era mai abbastanza lungo per riuscire a recuperare le energie che sentivo essere ai minimi storici. Avevo molto tempo libero ed ero impegnata in diverse attività creative e piacevoli (radio, organizzazione di festival di artisti di strada, eventi culturali), ma non erano sufficienti. Continua a leggere “Le maglie del tempo”

Influenza e (quasi) veganesimo

IMG_20160108_204903

In questi giorni di riposo forzato dovuto all’influenza devo dire che mi sento molto bene. Anche se sembra una contraddizione, perché il mal di testa, la febbricciola, gli occhi lucidi e gli starnuti sono effettivamente una scocciatura, mi sto godendo il tempo lento, la tranquillità della casa, il nutrirmi di alimenti vegetali. Ho pensato che fosse l’occasione giusta per seguire tutti i consigli letti e ascoltati negli anni in merito alla questione malattia/ guarigione e di seguire una strada i cui effetti benefici avevo già sperimentato tempo fa: il veganesimo. Mi sono ritrovata a pensare a questa forma di alimentazione e a ragionare su come i primi tempi in cui mi cibavo esclusivamente di cibi di origine vegetale mi sentissi incredibilmente piena di energia. E in questi periodi mi lamento spesso della stanchezza che mi sento buttata addosso… quindi perchè non cogliere l’occasione data dall’influenza e riprendere per un po’ un’alimentazione vegan? Quindi eccomi qui, felice della spesa fatta poco prima di entrare nella casa nuova, grata all’amica che ieri è venuta a trovarmi portandomi su commissione un kg e mezzo di arance (e una stecca di fazzoletti da naso 🙂 ), che rispolvero ricette per me un tempo abituali e che mi curo con prodotti naturali.

La cena di ‘sta sera è stata molto semplice, ma resta sempre uno dei miei piatti preferiti: zucca e patate a dadini, due fettine di zenzero a pezzetti, uno spicchio d’aglio tagliato grossolanamente, olio, sale e un pizzico di pepe. Si inforna a 180°C e si mangia quando le patate sono cotte (dipende dal forno). A pochi minuti dalla fine della cottura ho aggiunto del tofu affumicato anch’esso a dadini, giusto per mangiare un po’ di proteine in una giornata che ne era stata completamente priva.

Bevo molte tisane e spremute d’arancia e ho sperimentato anche l’antibiotico all’aglio: uno spicchio di aglio fresco, tagliato sottile, infilato in un cucchiaino di miele (ecco perché dico quasi vegan) e ingoiato con l’aiuto di un sorso d’acqua). Sì, lo so, sembra disgustoso e nonostante io adori l’aglio non mi aggrada molto assumerlo in questo modo (molto meglio sulle bruschette!), ma devo dire che stanotte ho fatto una bella sudata e stamattina la febbre era scesa a 37°C. Sarà stato l’aglio? Sarebbe scesa comunque? Non importa, l’importante è che io stia bene.

Altro consiglio medicamentoso, questa volta anche gustoso 🙂 è la tisana di zenzero:

IMG_20160108_204756Semplicissima da fare: occorre un pezzetto di radice di zenzero fresco, succo di limone, miele e acqua. In un pentolino si mette a bollire per 10 minuti una fetta piuttosto spessa di radice di zenzero, sbucciata e tagliata a fettine. Trascorso questo tempo si versa l’infuso in una tazza con un cucchiaino di miele e un po’ di succo di limone (un cucchiaio). Bere a piccoli sorsi leggendo un buon libro!

Di casa in casa #7

IMG_20160107_144751
Combattere l’influenza a tavola

Per la gioia di qualche affezionata lettrice ( 🙂 ) riprende la serie “di casa in casa”, ovvero le avventure raminghe del mio cercare casa. Ci eravamo salutati con il mio trasloco dalla casa desing per un breve ritorno a casa dei miei a cui sarebbe dovuta seguire una bella partenza che mi avrebbe portata in giro per il sud Italia (Abruzzo, Giardino, Matera), ma che a causa di sfortunate coincidenze e avvenimenti è saltata. Periodo delle feste tra alti e bassi fino al 6 gennaio, giorno del mio nuovo trasloco. Devo dire che non ero particolarmente entusiasta, ho fatto gli ennesimi preparativi con poca convinzione (e ancora meno voglia), anche se ammetto di essere molto soddisfatta per la capacità acquisita di selezionare le cose giuste: essenziali e funzionali, hanno occupato una borsone, una borsa di mede dimensioni, il Mac infilato nella mia borsa e una quarta borsa con viveri gentilmente offerti dai genitori. Ad aiutarmi il fidato F.

La mia coinquilina non c’è, è all’estero e tornerà il 14 (sette giorni di casa tutti per me! Tutto l’opposto della casa da cui venivo). Sapevo però che mi aspettava un problemino da risolvere: la ragazza che era venuta fino a ieri a dare da mangiare alla gatta mi aveva chiamata per dirmi che non funzionava più la luce, che il contatore dell’appartamento era ok e bisognava capire cosa fosse successo. Insomma, per farla breve, il fidato F. ha avuto la brillante idea, dopo che avevamo controllato i contatori esterni ed era tutto a posto anche lì, semplicemente di tirare giù e poi di nuovo su la levetta: e luce fu!

E’ pomeriggio e sotto i portici in questa via del centro  i fruttivendoli sono aperti nonostante il giorno festivo. Così si va fare spesa e mentre cammino, finalmente alleggerita dal trasloco, inizia a salirmi il buonumore. Passeggiamo un po’, facciamo spesa e torniamo a casa a preparare da mangiare: una bella crema di zucca e dei carciofi stufati, oltre a dei bei bicchieri di succo d’arancia perché sia a me che a F. sono iniziati in maniera abbastanza intensa i primi sintomi del raffreddore.

Sintomi che si sfogano mano a mano che passa la serata e che mi costringono ad una nottata insonne, tra starnuti, fazzoletti e un mal di testa opprimente. E così oggi me ne sto a casa, sotto le coperte, a riposarmi. Uniche preoccupazioni: medicine e cibo per la micia, spremute d’arancia per me (meno male che ieri dal fruttivendolo sono stata abbondante!), letture e scritture quando il mal di testa (come in questo momento) mi dà tregua. E sonno da recuperare.