Sessismo travestito da galanteria

Ci sono ancora molti re nudi che dobbiamo imparare a riconoscere come tali.

Komorebi

Pochi giorni fa mi trovavo in un grazioso paesino della lucania in compagnia di alcune amiche, di cui una originaria del luogo. Dopo aver visitato l’antica abbazia ed esserci perse tra vicoli e piazzette, dopo aver ammirato tramonti e conosciuto storie di singolari personaggi del paese, ci siamo sedute ad un tavolino di un bar per bere una birra e riposare le stanche membra. Il bar si affacciava su una delle piazze e nel momento in cui ci siamo sedute le campane della chiesa adiacente hanno iniziato a suonare annunciando l’uscita della statua di San Rocco, patrono del luogo, che accompagnato da una breve processione avrebbe raggiunto un’ altra chiesa, usanza tipica della festa patronale.

Come avviene in molti paesini del sud Italia, le processioni sono accompagnate dalla banda del paese, colonna sonora costante di questi eventi sentiti e partecipati.

La nostra cicerone ci fa notare che la banda è…

View original post 221 altre parole

Annunci

Statue e angeli

I chiostri sono luoghi che ho sempre amato molto. La mia vena eremitica si trova a suo agio in questi spazi che portano un po’ di esterno all’ interno. Si può guardare il fuori con le spalle ben protette dai muri familiari e rassicuranti del dentro. Sono luoghi raramente affollati e anche qualora lo fossero impongono contegno e sobrietà alla folla visitante. Le persone entrano come in punta di piedi, manifestando nei loro gesti misurati e sguardi la consapevolezza di essere ospiti temporanei, che la loro permanenza sarà breve, perché sono graditi, ma fino ad un certo punto: si sa che si tratterranno per il tempo scarso di una visita, che per quanto approfondita nulla sarà confronto al concetto di tempo proprio di questi luoghi.

C’era l’esposizione di una scultrice del luogo: una donna pensante di pietra mi ha catturata. Spesso ci sono immagini che ci chiamano e trovo interessante ciò che le nostre preferenze possono dirci di noi stessi.

La riguardo e ci trovo molto di me: se non fosse di pietra potrei essere io. L’incrocio di gambe, il viso poggiato sulla mano, l’aria assorta in pensieri filosofici. E il luogo: amo sedermi sui muretti dei chiostri e di certo su qualcuno mi ci sono seduta così.

C’è altro però: la pietra, che significa pesantezza e immobilismo. Due condizioni che in alcune fasi della vita mi hanno caratterizzata e di cui vorrei liberarmi. Non mi sento pesante ora e nemmeno immobile, anzi: ma so di esserlo stata e di quanto sia facile tornare ad esserlo. E siccome credo fortemente nell’utilità dei rituali come segno di conferma di un avvenuto passaggio, stavo pensando in questi giorni a quale potesse essere un rito adatto.

In queste giornate lucane mi è stato proposto il Volo dell’ Angelo. Mi era già stato proposto altre volte, in altre mie venute in queste belle terre, ma per una ragione o per l’altra la proposta non si è mai concretizzata.

Ora invece abbiamo la data, l’orario, manca solo il mio sì per cliccare sulla prenotazione. Il fatto è che un po’ me la cago sotto, come si suol dire ad Oxford. E più ci penso più la titubanza aumenta. Ma poi mi sono detta: ecco il tuo rituale.

Tu, da sola, appesa ad un filo, a volare sopra ai boschi. L’azione simbolica migliore per confermare di non essere più né pesanti, né immobili.

Si va.

Troppa felicità

Arrivata in stazione mi sentivo fortunata per il fatto che il mio treno (ancora direzione sud) non avesse ritardo, a differenza di quello per Bologna, in ritardo di 95 minuti. Salgo e mi dirigo fiduciosa verso il mio scompartimento. La porta è chiusa e le tende tirate, cosa che non promette nulla di buono. Apro e trovo dentro cinque esemplari di giovani maschi alfa, svaccati sui sedili e soprattutto senza scarpe, una puzza di piedi che manco negli spogliatoi delle medie dopo la corsa campestre.

Addio comunismo, addio socialismo. Voglio una vita borghese, con quelle comodità tipo viaggi di ore senza temperature da carro bestiame, senza bambini urlanti e ragazzi cafonissimi. Addio ecologia.

Treno ti amo, ma la nostra relazione così non può più continuare.

E grazie Alice Munro, per avermi tolto parole di bocca.

Liguria: bella sì, ma che scomodità!

20170722_200109Avevo tre giorni, week end lungo dovuto ad un venerdì di recupero. Voglia di relax, mare (visto che al 20 di luglio non avevo ancora fatto un bagno…), letture, pesce e vino.
G. spinge per andare in Liguria, io tentenno, ma poi mi lascio convincere. C’è di bello che l’autostrada per arrivare a destinazione (Lerici) è sgombra: il viaggio è fluido e piacevole, lontano dal caos assoluto che c’è sulla A14 in direzione mare.

Si va un po’ all’avventura perché i campeggi contattati non prendono prenotazioni per meno di 5 giorni, quindi ci affidiamo al caso e fortunatamente troviamo posto (l’unico rimasto!) in un bel campeggio. Devo confessare che ho una passione smodata per il campeggio e che ci sono volte in cui vado da Decathlon in estate e resto affascinata da tutto il reparto camping, vorrei tutto: la sacca per la doccia, le bacinelle che si piegano, i set di piatti e stoviglie, le torce… insomma la nostra piazzola è carinissima, super ombreggiata e con vista mare.

Dopo aver montato il tutto, con il caldo del solleone ci rechiamo a passo spedito verso il mare. Chiediamo info al bar e il barista vedendoci con l’ombrellone ci dice “Non vi serve, tanto un po’ d’ombra la trovate! E poi siete bianche, dovete prenderlo un po’ di sole!”

Data la mia naturale avversione per chi crede di sapere meglio di me quanto sole io possa prendere, ovviamente l’ombrellone lo porto con me. Seguiamo le indicazioni e ad un certo punto della strada iniziamo la discesa per scalini super ripidi aspettandoci di trovare una spiaggia… e invece finiamo su un ammasso di scogli che finisce in una lingua di terra minuscola (grande come il mio bagno) in cui sono accalcate 10 persone. Vediamo in lontananza altre spiagge un minimo più grandi, ma sono impossibili da raggiungere se non riarrampicandosi su per gli scalini e tornando sulla strada. Dopo qualche centinaia di metri troviamo un’altra discesa al mare: la spiaggia è più grandicella ma ovviamente c’è ancora più gente ammassata e ai lati della spiaggia libera ci sono fazzoletti di spiaggia gestiti da privati che affittano lettini e ombrelloni. Accaldate e sfinite decidiamo di piantare l’ombrellone e fermarci lì, io non vedevo l’ora di buttarmi in acqua. Peccato che il mare fosse agitato e l’acqua non trasparente come tutti dicevano. Il pomeriggio trascorre così, ammassati sulla spiaggia dove non tira un filo di vento e rendendo grazie a tutte le divinità per l’ombrellone che ci riparava dal sole. Tra una lettura e un bagno guardo i miei vicini di spiaggia (mi sono quasi in braccio e la mia amica nello stendersi mette praticamente i piedi in faccia al ragazzo dell’ombrellone avanti al nostro) e mi chiedo come facciano a stare sotto quel sole senza ombra alcuna. Poi guardo le persone delle spiagge a gestione privata in cui i lettini sono talmente vicini da non capire dove finisca uno e inizi l’altro. Nel frattempo le onde si fanno più aggressive e iniziano a mangiare un po’ di quel poco di spiaggia concessa e nei bagni privati arrivano sotto ai lettini delle persone. Osservo tutto questo e mi chiedo: ma perché sono qui? E penso: ma tornare in campeggio e tuffarsi nella bella acqua della piscina e sdraiarsi comodamente, fosse anche solo sul pavimento? E proprio in quel momento G. mi guarda e mi dice “Ho una proposta da farti”. Mezz’ora dopo siamo in piscina.

Il giorno dopo proviamo in un’altra zona consigliatami il pomeriggio prima da una simpatica signora con cui ho chiacchierato beatamente distesa sul mio lettino dopo un rinfrescante bagno in piscina (e ancora avevo l’immagine del poveretto coi piedi della mia amica in faccia). Scogli scogli scogli. Ci arriviamo e ci guardiamo perplesse: il mare è molto mosso e la discesa in acqua dagli scogli non sembra serenissima. G. è preoccupata per la mancanza d’ombra. Ma con noi abbiamo il nostro fidato ombrellone (alla faccia del barista!), mi guardo intorno e vedo ottime crepe perfette per reggere la nostra ombra salvifica. E così facciamo. E siamo le uniche su questo grande scoglio ad avere un po’ di ombra. Arriva molta gente, tutta buttata al sole per ore e mi sorprendo a vederli ancora vivi, senza ustioni, né insolazioni. Forse noi fototipi chiari ci sorprendiamo con poco.

Insomma la situazione non è male, prendo confidenza con scogli onde e mare e riesco anche a fare tre o quattro bagni. Ma il sole fa il suo giro e dopo alcune ore l’ombra ci costringe in una parte di scoglio sco – mo – dis – si – ma. È il momento della giornata che amo di più per stare al mare quello che si avvicina alle sei di pomeriggio, ma di nuovo quel pensiero: perché stare scomodamente sdraiata su degli spuncioni che mi si conficcano nel costato quando so che c’è una bella piscina che mi aspetta con tanto di bar quasi a bordo vasca? E così  mezz’ora dopo eccoci a mollo nell’acqua dolce. Giusto il tempo di darci una rinfrescata perché la simpatica signora del giorno prima mi aveva segnalato una sagra a pochi km di distanza. E via che si va! Ci diciamo “Partiamo presto così non troviamo confusione!” . Ingenue! Parcheggiare la macchina è un’impresa titanica, ma alla fine ce la facciamo. Raggiungiamo il luogo della sagra e ci mettiamo in fila e aspettiamo pazienti quasi un’ora. Ma alla fine il tempo passa bene, il cibo arriva ed è buono e il vino va giù che è un piacere. La nostra scelta alcolica non passa inosservata al padre di famiglia con cui condividiamo il tavolo che nel veder portarci due brocche di vino bianco da mezzo litro commenta “Ah, beh! Vedo che bevete!”. Wow! Complimenti! Significa che hai gli occhi! Con due uomini seduti al suo tavolo che avessero preso un litro di vino avrebbe fatto lo stesso? Io dico di no.

Serata piacevole, ci sta bene anche la camminata verso la macchina, tutto bello ma… ecco il dubbio! Che ore sono? Le 22.50! E alle 23 il cancello del campeggio chiude e trovare parcheggio in quelle stradine minuscole e fitte di macchine è un’impresa difficilissima. Arriviamo al campeggio alle 23. 10, per fortuna vedo uno degli uomini che lavorano lì, non pretendiamo molto, solo lasciarla subito lì, dopo il cancello, in quel posticino che sembra vuoto proprio per noi… e il buon uomo tira fuori il telecomando e ci apre, salvandoci da un fine serata che altrimenti avremmo passato a peregrinare imprecando alla ricerca di un posto auto.

E quindi insomma: la Liguria è bella, sì! Ma che scomodità!

È uno di quei posti in cui mi piacerebbe tornare con qualcuno del luogo che mi suggerisca posticini incantevoli remoti e poco affollati. Utopia?  🙂

 

 

La famiglia che ho scelto

images-23Essere invitata a pranzo da una cara amica e chiacchierare di progetti, realzioni, vacanze, difficoltà, fatiche, dubbi, gioie. Uscire nell’aria di città finalmente frizzante, avvolta dalla luce bellissima del tardo pomeriggio e sentirsi completamente rigenerata. Ri-immergermi in provincia e raggiungere gli amici per l’aperitivo in un bel parco, seduti su sedie di plastica mangiamo crescentine fritte e beviamo birre, chiacchieriamo dell’ultimo matrimonio, della gelosia di tizia, delle ultime vicende di caio, dei vaccini, dei sorpassi in moto, del prossimo concertino che ci sarà in paese. È il più e il meno, è lo stare insieme contenti di stare insieme.

Mentre me ne torno verso casa, ultima in questa nostra breve fila di macchine e moto sulla strada costeggiata da tigli, penso che ai miei amici voglio proprio bene e mi accorgo delle tante questioni che sento finalmente depositarsi sul fondo. A galla c’è il bello che questo capitale umano costruito anno dopo anno, avventura dopo avventura, mi sa dare. Il senso di casa che mi solleva in giorni pesanti, la fortuna in questo reciproco piacere di passare il tempo insieme.

Loro, gli amici. La famiglia che ho scelto.

Normale

Mia madre la settimana scorsa, parlando di un ragazzo con cui sono stata anni fa:
“Certo che L. era ben strano!”
A ripensarci oggi mi verrebbe da risponderle: ma perché, tu invece ti ritieni una persona normale? 🙂

E alla fine la conclusione della faccenda è questa: riteniamo normale chi è strano al nostro stesso modo.

Le parole dell’estate

Cicale, libri, idee di vacanze con mare e fiumi in cui stare stesa, improvvisazione, musica,  amici, lavoro, letture, riflessioni, pensieri, ragionamenti, comprendere che i desideri sono cambiati, equilibrio nella complessità, dubbi che ci sono sempre e imparo a rendere amici, accettazione di sé, accettazione degli altri, imparare una maggiore onestà, imparare a fare i sacrifici che non sapevo fare, vedere l’evoluzione in me e negli altri, guardare indietro alla strada fatta e sorridere a quella che sono stata, a quella che non sono più e a quella che sono ancora. Voglia di posizionarmi, comprensione che il silenzio non è più neutrale. Necessità di costruire la bellezza con cose non necessarie: un braccialetto, un quadro, un decoro, l’attenzione ai colori che metto su una tavola quando ospiti bussano alla mia porta, il piacere di prendersi cura degli altri, la volontà di non presentarsi mai più a mani vuote.

[Fatico a mettere in fila i pensieri, ma mi piace ancora metterli qui, ogni tanto i flussi di parole tornano utili.

Fatico a mettere i pensieri in fila e ogni tanto penso a questo blog: non tratta un tema specifico, non ha un filo logico, è un sovrapporsi di pensieri che varia al variare del mio umore, non ha un calendario editoriale e non fa attenzione alle parole chiave, è una bottiglia nel mare con un messaggio che ultimamente fatica ad arrivare. Forse perché non è più chiaro nemmeno a me.  Un mese fa ragionavo sull’apertura di un altro blog, specifico su sessismo e razzismo, due temi che mi stanno molto a cuore e le cui sfumature noto tutti i giorni a causa dei lavori che faccio. Vedremo. Ma intanto una traccia di questa estate mi piace lasciarla in questo spazietto].

 

Lettera a D. ovvero: ancora sulla complessità

Sto cercando di confrontarmi con la cara persona di cui scrivevo qui, a proposito delle questioni di quel post. Questa persona è lontana, in viaggio per il mondo, così le nostre comunicazioni avvengono virtualmente. Questa una mia  risposta alla sua risposta alle mie considerazioni. Per ragioni di privacy non pubblico la sua risposta, ma i temi li potete evincere.

Pubblico questa lettera perché approfondisce meglio il concetto del post precedente e chiarisce alcune mie posizioni su alcuni temi.

Buona lettura. E se avete qualcosa da dire in merito, fatelo 🙂


Caro D,

capisco molto bene l’esperienza intensa che stai facendo in questo periodo: è un cammino tuo, che ti starà di certo aprendo mondi e insegnando cose. Cose in  sintonia con te, adatte a te, così come l’esperienza che sto facendo io a me ne sta insegnando altre. Le nostre esperienze sono intercambiabili? No, perché vogliamo approfondire cose diverse, usiamo metodi diversi, approcci diversi. Quindi quello che può essere illuminante e meraviglioso per te non è detto che lo sia per me, e viceversa. È questo il limite dell’esperienza: è una cosa personale e anche molto emotiva. Sai meglio di me che a seconda dello stato d’animo una cosa un giorno può farti del gran bene e un altro giorno lasciarti indifferente, o magari un giorno una cosa detta da qualcuno non ti tocca e il giorno in cui sei emotivamente provato sì e ti fa male.
Ecco perchè esiste il metodo scientifico. Perchè le nostre emozioni non sono sufficienti a validare o meno una ricerca, possono valere per noi stessi e come vedi chiamano in causa una serie di causali che non sempre sono replicabili. Ciò che viene provato dal metodo scientifico e ciò che viene provato dalle emozioni non sono due cose paragonabili, proprio perché l’emozione altera il dato. Quante volte in una relazione che non funziona le cose viste da dentro sembrano complicatissime, poi parli con qualcuno che le vede da fuori e ti illumina, ti dà una visione chiara di ciò che sta avvenendo? Questo avviene con la ricerca, con la sperimentazione: alla scienza non interessa “la verità”, non appoggia una o l’altra sponda, ma fa le sue ricerche, applicando metodi su migliaia e migliaia di casi alla volta e traendone conseguenze, che ci piacciano o no.
Visto che dubiti di tutto, cosa ti fa pensare che le ricerche che hai letto siano valide? Dove sono le prove che ci sono state 300.000 persone a cui sono stati somministrati i vaccini correttamente che hanno avuto tutte le stesse malattie? Dove sono le pubblicazioni scientifiche che dimostrano che le malattie sono state causate dai vaccini? Non ti parlo di pubblicazioni e basta, perché tutti possono pubblicare un libro. Ti parlo di scienza, di cose provate e validate. Se ci fermiamo alle emozioni, è chiaro che una madre o un padre con un figlio autistico vivano un dramma e vogliano trovare un colpevole, ma tu lo sai cos’è l’autismo? Come si manifesta? Lo sai che le recenti ricerche dicono che addirittura si possono rilevare tracce di autismo già nel feto? Cosa c’entrerebbe questo coi vaccini? Ma soprattutto: dove sta scritto e comprovato che c’è questa correlazione? Da nessuna parte.
Poi tu mi parli di interessi economici, ma perché c’è forse qualcuno di quelli che si propongono come esperti della medicina alternativa che non abbia interessi economici? Non avete pagato 80 euro a testa a visita le vostre consulenze alimentari all’ecovillaggio? E ti sembra poco? Per dare a voi la stessa dieta che avevano consigliato a V., donna incinta di pochi mesi? Stessa dieta identica? Ti sembra che questo abbia senso? Ti sembra che qui non ci sia qualche interesse economico? Tu basi questo sull’esperienza, ma tu che ne sai ad esempio di quali siano adesso i tuoi livelli di B12? Credi davvero che non abbia effetti una carenza di questo tipo? E che la lettura del sangue fatta da un sedicente esperto di una certa medicina possa rilevarla?
Poi per favore mandami qualche dato di questa “SRL Republic of Italy”, così mi documento un po’. So bene quanto sia complessa la situazione mondiale e da quando lavoro coi rifugiati lo so ancora di piu’. So bene che non sia tutto rose e fiori, che c’è tanto sfruttamento e tanti interessi economici in ballo, ma davvero credi che la soluzione sia dare aria ai deliri di Bebbe Grillo il quale ha appena dichiarato cose fasciste come “Stop. Questa storia si chiude qua. Ora a Roma si cambia musica. Chiusura dei campi rom, censimento di tutte le aree abusive e le tendopoli. Chi si dichiara senza reddito e gira con auto di lusso è fuori. Chi chiede soldi in metropolitana, magari con minorenni al seguito, è fuori. In più sarà aumentata la vigilanza nelle metro contro i borseggiatori. Nessuno prima d’ora aveva mai affrontato il problema in questo modo”? In realtà lo avevano già affrontato in questo modo. E come è andata a finire ce l’ha raccontato la storia, ma evidentemente abbiamo la memoria corta. 
E’ pericoloso vedere il mondo con un unico colore. Tu vedi lo Stato come la causa di tutti i mali. Io di certo non lo vedo come la migliore delle organizzazioni possibili, ma visto che parli di esperienza, la mia esperienza di adesso mi parla di un bambino rifugiato siriano in Italia con la sua famiglia (quindi se è potuto scappare dalla guerra ed essere accolto e sostenuto qui è grazie a delle leggi internazionali e a dei programmi dello Stato), malato di talassemia e che ha appena avuto un trapianto di midollo (fatto in ospedale, operazione delicatissima che gli permetterà se non rigettato di prolungare una vita che altrimenti sarebbe molto breve, e questa operazione complicata e lunghissima è per lui, per loro – come per noi tutti – a costo zero, perché è coperta dal sistema sanitario quindi dallo Stato) che adesso deve essere dimesso e l’associazione per cui lavoro sta cercando per loro una casa più grande di quella che in cui sono adesso perché deve stare in ambiente sterile per scongiurare il rigetto del trapianto (associazione che lavora grazie ai fondi europei deputati a questo, quindi ancora non solo Stato ma Unione europea) e sai dove lo troviamo il problema? Non nello Stato, ma nel razzismo della gente che non vuole affittare casa a degli immigrati, gente comune, quelli che gridano “ci stanno invadendo!” quando tutti i dati dei conti degli arrivi (e si torna al metodo scientifico) dicono che non è vero, quelli che danno la colpa di tutto ai rom fomentati nell’odio da politici senza scrupoli,  che disdicono l’appuntamento per vedere la casa un giorno prima pur sapendo che ci deve andare a stare un bambino trapiantato che ne ha urgente bisogno. Ah, chiaramente questo bambino se dovesse prendersi qualche malattia che si diffonde a causa della mancata copertura vaccinale sappiamo bene che fine farebbe. Speriamo che la gente intorno a lui sia tutta vaccinata.
L’esperienza è importante, certo, ma non può fare a meno della cultura, della conoscenza e della capacità di muoversi nella complessità, che significa anche riconoscere notizie attendibili e non attendibili, essere capaci di valutare le fonti. Io inseguo un mondo migliore da quando ho 12 anni, sono 25 anni che abbatto muri, scavalco recinti, faccio esperienze, leggo, mi documento, ragiono, rifletto e cerco di prendere in considerazione le cose in maniera oggettiva, non solo quelle che fanno comodo a me perchè si adattano con la mia idea di mondo, perchè hanno lo stesso colore del mondo che vorrei, anche se a volte  è doloroso, anche se certamente è faticoso, ma non ci sono altre strade per provare a raggiungere la verità.
Un abbraccio.

Strumenti per affrontare la complessità

Sono il genere di persona che si è sempre interessata alla cultura “altra”, lontana dal mainstrem. Sarà perché amo ascoltare, sarà perché non sono dogmatica, sarà per il mio spirito critico, sarà per la tendenza alla diffidenza, ma difficilmente ho trovato qualcosa che mi convincesse di primo impatto. Il mio atteggiamento è sempre piuttosto analitico, nelle cose a cui mi avvicino tendo sempre a fare l’avvocata del diavolo per mettere alla prova teorie e ragionamenti.

Mi sono sempre sentita attratta da modi alternativi di vivere, mangiare, lavorare. Ho sperimentato dimensioni di vario genere e varia durata di vita comunitaria, di sobrietà negli acquisti, sono consapevole di votare ogni volta che faccio la spesa. Ho provato a produrre quanto più possibile il cibo che ho mangiato, ho cercato canali altri in cui fare la spesa. Ho ragionato sulla mia alimentazione, ho sperimentato a lungo l’alimentazione vegana, vegetariana, pure una settimana crudista e sono stata attenta agli effetti sul mio corpo e il mio benessere in generale. Ho sperimentato modi altri di viaggiare, facendomi trasportare e trasportando sconosciuti e dormendo a casa di gente mai vista prima. Ho conosciuto realtà di comunità e ecovillaggi molto diverse tra loro, da quella super spirituale a quella prettamente pratica e fattiva. Anni fa, quando diverse amiche hanno avuto figli e mi parlavano delle loro perplessità nei confronti dei vaccini prima e delle scuole poi, mi sono sentita fortunata a non dovermi preoccupare di queste cose, che mi parevano enormi e complessissime.

Certo la vita è un cammino continuo e una cosa che apprezzo di me è la capacità di mettere in discussione posizioni precedentemente assunte a fronte di nuove informazioni che, una volta soppesate, ritengo credibili e che possono mutare le conclusioni a cui ero arrivata.

La vita è un cammino continuo e non si finisce mai di imparare, ma ci sono una serie di cose su cui al momento ho tirato le somme e su cui ho definito la mia posizione. In fondo il bello di avere 36 anni è anche questo, potersi posizionare nella vita sulla base delle esperienze maturate. Al momento la questioni sono tre: vaccini (e medicina alternativa), scuola e alimentazione.

Parto dalla questione salute e mi riservo di toccare gli argomenti scuola e alimentazione in un post successivo.

Una decina di anni fa, quando una delle mie più care amiche ebbe una figlia, mi confrontai con la “questione vaccini”: diverse persone intorno a me che avevano figli o li stavano per avere iniziavano ad avere molti dubbi sul fatto che vaccinare i figli fosse necessario e soprattutto iniziava a girare l’idea che i rischi fossero più alti dei benefici. Parlai, da profana, con diverse persone riguardo a questa cosa, persone che avevano letto, si erano documentate, avevano letto manuali vari e avuto informazioni da associazioni. Io, di mio, ero felice di non dover fare questo tipo di scelta non avendo figli (ma intanto nei miei viaggi extra europei ho sempre continuato a fare tutte le vaccinazioni del caso, senza nessun dubbio). Insomma questo punto di vista sulla dannosità dei vaccini e la loro inutilità visto che le molte malattie erano scomparse nel corso degli anni apparteneva a sempre più persone intorno a me e così, pur non dovendo decidere su nessun figlio, ho deciso di provare ad informarmi. Ho parlato con una cugina medico di base su dubbi, paure e perplessità e ho letto un libro che mi ha chiarito davvero tante, ma tante cose.  Ora non avrei dubbi se fossi un genitore, così come non ho dubbi sulla mia persona: è mia intenzione andare a verificare il mio profilo vaccinale e fare tutti i vaccini che mi mancano. Qualcuno dirà: “sì, il libro che hai letto tu dice così, ma quello che ho letto io dice colà”. Ed è proprio questo il dramma dei nostri tempi: che tutti possono pubblicare libri, dicendo tutto e il contrario di tutto: e chi controlla che ciò che viene spacciato per verità rivelate sia effettivamente tale? Una cosa in particolare nella mia ricerca mi ha colpita. La mia amica mi disse che nelle sue letture aveva trovato un grafico che mostrava che alcuni  vaccini erano stati introdotti  quando determinate malattie stavano già scomparendo da sole. Questa immagine del grafico mi rimase in testa e mi colpì molto quando la trovai trattata nel libro di cui sopra. In poche parole l’autore diceva che quel grafico era sì vero, ma era stata una menzogna far vedere solo l’andamento della malattia negli anni precedenti, perchè quel morbo (il morbillo mi pare) si caratterizzava con picchi di epidemie e poi bassissimi livelli di contagio, a cui però seguivano altri picchi di epidemie. L’introduzione del vaccino ha fatto sì che dall’ultimo picco il calo dei contagi fosse costante fino ad arrivare allo zero.  Usare in un libro informativo solo il pezzettino di grafico che è utile ad avallare i propri ragionamenti mi sembra davvero ignobile. E quel che mi preoccupa di più è vedere tanta gente incontro a me che (come me) non sa nulla di immunologia condividere post fiume del dottore X o della dottoressa Y che mescolano dati, leggi, reazioni chimiche, nomi di metalli, malattie in modo che è impossibile per chi legge avere la competenza di dire “Sì, ha ragione” o “No, è una cretinata”.

Purtroppo quel che succede è che molto poche delle persone che conosco sono disposte a mettere in discussione la loro visione della vita, ciò in cui vorrebbero credere. Ma come diceva Elena Cattaneo in questa interessantissima intervista che consiglio di guardare, “Il nostro è un cervello emotivo che fa fatica a convivere con la scienza. La scienza ci strappa via le emozioni ci porta a dover accettare la nuda realtà che tutti vorremmo fosse diversa” .

Vedo che spesso chi abbraccia uno stile di vita alternativo in un qualche modo esce da una casella per entrare in un’altra: non voglio fare di tutta l’erba un fascio, ma dalla mia esperienza di questi anni è così. Non parlo solo degli altri, ma anche di me. Cibo bio, magari vegetariani o vegani, scuola alternative, no vaccini, cure omeopatiche o di medicina cinese o altro, tendenza a vedere tutto nell’ottica del complotto, tendenza a non riconoscere nulla di positivo nella nostra società o nel nostro essere Stato. A volte mi sembra quasi che nel costruire su questi blocchi la propria identità poi non si dia più possibilità al proprio pensiero di cambiare, come se tornare sui propri passi su un aspetto della vita (come può essere quello sanitario e nello specifico vaccinale) facesse cadere a pezzi tutto il resto.

Ci sono persone vicine a me, a cui tengo molto, che continuano a condividere articoli del tipo “Ecco la verità che nessuno ti dice, i vaccini sono stati decisi per usarci come cavie!” etc etc e io provo un’immensa fatica nel pensare alle parole giuste per provare a rispondere, e sempre di più ripenso alle parole del grande Pepe Mujica quando all’incontro a Ferrara disse: “Noi crediamo di pensare e poi parlare, ma di fatto prima parliamo e poi andiamo a cercare tesi a sostegno di quel che vogliamo credere, prima parliamo e poi pensiamo”.  Ciò è molto vero, lo noto anche in me stessa. Lo noto nella mia reazione all’intervista alla Cattaneo quando parla di OGM, mi accorgo che di base mi verrebbe da dire “No, sicuramente hai capito male!”. Io che dico così a una grande scienziata? Cos’è più probabile, che lei dopo decenni di studi e ricerche non sappia fare il suo lavoro o che io con la mia visione della vita abbia una resistenza a qualcosa che non voglio accettare nella mia idea di mondo? E nel mondo dell’informazione di adesso è ancora più evidente: molti usano solo FB come spazio di informazione senza sapere che FB ti propone sempre notizie simili ai tuoi interessi. Così la cara persona a cui tengo continuerà a leggere post antivaccinisti e complottisti e crederà di conoscere la verità, quando la verità è davvero difficile da trovare, ma è impossibile se non si hanno strumenti per affrontare la complessità. E quegli strumenti per me sono cultura, cultura e ancora cultura. Quella vera però. Perché il metodo scientifico non è un’opinione, il tetano nemmeno.

Ultimo inciso: quello che non capisco da parte di chi vede complotti dappertutto è questo.  Ormai lo dicono anche i muri che le compagnie farmaceutiche non si arricchiscono producendo vaccini, tant’è che molte si sono sfilate da questo tipo di produzione. L’ambito in cui invece si arricchiscono è proprio quello dei medicinali per curare le malattie. Allora mi dico che se io fossi un’amante della teoria del complotto, delle due mi chiederei: a chi giova l’abbassarsi della copertura vaccinale, l’assenza dell’immunità di gregge, il ritorno di malattie dolorose, debilitanti e potenzialmente mortali?

Datevi voi la risposta.

Qui pagine da consultare:

Vademecum Valigiablu (sito di informazione serio che stimo molto per la professionalità): http://www.valigiablu.it/vademecumvaccini/

Pagina di Burioni, l’autore di cui sopra (e a proposito delle emozioni di cui sopra, sarebbe bello essere capaci di andare al di là del fatto che una persona possa risultarci simpatica o no) https://www.facebook.com/robertoburioniMD/

Intervista alla scienziata Elena Cattaneo:  http://www.huffingtonpost.it/2017/04/21/nella-scienza-le-opinioni-valgono-zero-sia-benedetta-la-ricerc_a_22049141/