Una perla della bassa

Un giovedì sera di inizio autunno, in un comune della bassa padana. Un cinema di provincia.

Stasera ricominciavano i giovedì di rassegna dopo la pausa estiva. Il film iniziava alle 21.15, io sono arrivata alle 20.50 e questa era la fila. Volevo, dovevo catturare questo momento. La trovo un’immagine bellissima, densissima di significato.

Questo piccolo cinema è stato preso in gestione 15 anni fa da dei ragazzi bravi e pieni di passione, che nel corso degli anni sono riusciti a far affezionare tantissime persone alle loro proiezioni. In particolare hanno creato le rassegne bimestrali, con film in seconda visione a volte uniti da un filo conduttore a volte no, proiettati il giovedì sera. Ci sono  stati dei giovedì in cui la sala era talmente piena che nonostante l’aggiunta di sedie molta gente è dovuta restare fuori. In quei casi i gestori ripropongono il film nel mercoledì successivo, unico giorno di chiusura del film (e teoricamente di riposo per i ragazzi). Quanti cinema conoscete che fanno il pienone il giovedì?

Molte volte hanno associato i film a degli eventi a tema: prima de “Il Concerto ” di Radu Mihaileanu, ad esempio, hanno fatto suonare la banda del paese vicino. La sera di “Amore, cucina e curry” di Lasse Hallström hanno regalato a tutti i presenti un sacchettino di spezie, per la proiezione di “Veloce come il vento” di Matteo Rovere erano travestiti da meccanici, sul palco antistante lo schermo c’erano pneumatici ovunque e alla fine del film hanno fatto un concorso a premi inscenando un rally per i piccoli comuni dei dintorni. Non mancano poi appuntamenti con registi, autori, attori e attrici. Lì ad esempio ho scoperto quanto sia insopportabilmente egoico Lo Cascio. E a giugno, quando la stagione delle rassegne finisce, al termine dell’ultimo film c’è sempre una piccola festicciola per salutarsi con tanto di buffet dolce e salato.

Un po’ di tempo fa era uscita una promozione di diversi cinema per cui c’erano delle giornate in cui poteva andare al cinema non ricordo se a uno, due o tre euro. Ebbene, i ragazzi mandarono nella newsletter la spiegazione del perché non avrebbero aderito a questo gioco al ribasso: i loro prezzi sono rimasti identici da 15 anni, prime visioni a 7 euro e rassegne a 5 euro e chi fa l’abbonamento alla rassegna vede gli otto film a 3 euro l’uno e ha la riduzione per i film in prima visione. Ma far pagare così poco per un biglietto significa per loro rimetterci, per stare in un gioco al ribasso in cui ci guadagnano in pochi, i soliti grandi.

E la loro scelta è stat premiata, perché i loro film hanno continuato ad attrarre molto pubblico e non solo nessuno si è mai sognato di dire qualcosa a riguardo, ma credo che a nessuno sia importato nulla. Qualcuno direbbe che hanno saputo fidelizzare i clienti, generare consumatori consapevoli.

Io preferisco dire che quando le persone combinano onestà e passione nel proprio lavoro i risultati si vedono.

Penso non ci sia bisogno di dirvi quanto sia orgogliosa di questa perla della bassa ❤

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Etica e cibo

animali
immagine che mi è rimasta nel cuore fatta da Tippitappi (che grazie al post che state leggendo ho scoperto essere rediviva! 🙂 )

L’articolo ha il tono urticante di chi non vede l’ora di farti notare quanto sei incoerente (e quindi scemo gne gne gne), ma se riuscite a superare il fastidio dello stile di scrittura (non è facilissimo, me ne rendo conto), ci sono dati interessanti. So che molte delle persone che conosco li hanno presi già in considerazione, così come so bene che chi si avvicina al veganesimo per ragioni etiche non pensa a scomparti stagni, ma tende a guardare all’etica della vita a 360° e dunque anche all’impronta ecologica del cibo che mangia scegliendo locale, KM0, usando pochi ingredienti esotici con cura e rispetto e procurandoseli spesso da canali solidali.

Personalmente penso che la pecca di questo articolo sia proprio il ragionare per comparti stagni, senza pensare che chi è vegano per scelta etica difficilmente è la stessa persona che lo è per moda o per ragioni di salute e basta. Io non sono vegana, né vegetariana perché pur non mangiando carne mangio pesce. La mia cucina di base però è tendenzialmente vegana, e senza particolare sforzo, anche perché la nostra dieta mediterranea è piena di piatti senza ingredienti animali e perché in moltissimi piatti l’aggiunta di ingredienti animali la trovo del tutto superflua (zuppe, vellutate, torte salate, condimenti per la pasta, risotti).

Nei miei periodi vegani lo sono sempre stata in maniera tendenzialmente “nostrana”. Difficilmente ho utilizzato ingredienti quali avocado, anacardi. Ho certamente usato molto soia, in particolare il latte, a volte per le colazioni, più spesso per le torte, ma non credo che il mio consumo si possa ritenere alto, sia perché ai tempi ci dotammo di una macchina per produrre il latte direttamente dalla soia (che compravamo italiana), sia perché poi iniziai a fare dolci senza usare il latte di soia, usando al suo posto della eticissima acqua.

Probabilmente è anche per questa mia tendenza che nel mio periodo di avvicinamento all’alimentazione vegetariana e poi vegana, pur amando le sperimentazioni, mi sono sempre data poco da fare con i dolci… già quando nell’elenco leggevo “panna di soia, panna di riso, burro di cocco” smettevo di leggere e passavo oltre. Oppure facevo la ricetta sostituendo un po’ a caso gli ingredienti, o eliminandoli del tutto.

Un’ altra cosa che in questo articolo mi stona è proprio il tono. Devo dire che l’essere vegetariana o vegana ha sempre destato molta curiosità nei miei commensali, è sempre successo che qualcuno ne chiedesse le ragioni e non mi sono mai sentita giudicata (tranne da un mio ex che non si capacitava di questa mia scelta turbato dal fatto di non poterci mai più mangiare una fiorentina al sangue insieme, che arrivò a dirmi “io le zuppe per te le cucino, perché tu non cucini per me le bistecche?”. Vabbè, non a caso è un ex.), perché so di parlare ed esporre le mie ragioni senza tensioni o giudizi.

Questo tono mi ricorda quelli che puntavano il dito contro a mio cugino che aveva fondato una comunità in un uliveto (l’ho descritta qui) per vivere in armonia con la natura e cercando di lasciare un’impronta ecologica il meno pensante possibile, a cui contestavano “Eh! però il cellulare lo usa! Eh, ma una macchina ce l’hanno anche loro! Eh però se devono andare a XXX l’aereo lo prendono!”.

È il tipico atteggiamento di chi ha la coda di paglia. Sa che potrebbe fare qualcosa di meglio e di diverso nella vita, ma siccome non ha la forza, il tempo, la costanza, la motivazione, il coraggio, allora spara a zero su quelle tante persone che nel loro piccolo provano a fare un pezzettino di questa strada, con ingenuità a volte, facendo errori (che certamente pagheranno), mostrando quanto il loro sforzo etico sia inutile. Perché lo fa? Perché si sente giudicato, si sente a sua volta il dito puntato contro e di conseguenza lo punta verso gli altri. E certamente tanti vegani/ecologisti buttano giudizi sprezzanti su chi non è come loro, però quelli sono estremisti e gli estremisti li troverete sempre un po’ ovunque, chi è estremista in qualcosa si trova per puro caso a perorare quella causa specifica, non è la causa ad interessarlo, ma il posizionarsi nei suoi confini più estremi.

Questo è quanto.

A voi che leggete l’invito a dire la vostra, vegani e non 🙂 Unica regola: parlare a segno e con intelligenza, lo chiarisco perché ho scoperto che quando si tratta di scelte alimentari le precauzioni non sono mai troppe .

 

 

Sessismo travestito da galanteria

Ci sono ancora molti re nudi che dobbiamo imparare a riconoscere come tali.

Komorebi

Pochi giorni fa mi trovavo in un grazioso paesino della lucania in compagnia di alcune amiche, di cui una originaria del luogo. Dopo aver visitato l’antica abbazia ed esserci perse tra vicoli e piazzette, dopo aver ammirato tramonti e conosciuto storie di singolari personaggi del paese, ci siamo sedute ad un tavolino di un bar per bere una birra e riposare le stanche membra. Il bar si affacciava su una delle piazze e nel momento in cui ci siamo sedute le campane della chiesa adiacente hanno iniziato a suonare annunciando l’uscita della statua di San Rocco, patrono del luogo, che accompagnato da una breve processione avrebbe raggiunto un’ altra chiesa, usanza tipica della festa patronale.

Come avviene in molti paesini del sud Italia, le processioni sono accompagnate dalla banda del paese, colonna sonora costante di questi eventi sentiti e partecipati.

La nostra cicerone ci fa notare che la banda è…

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Statue e angeli

I chiostri sono luoghi che ho sempre amato molto. La mia vena eremitica si trova a suo agio in questi spazi che portano un po’ di esterno all’ interno. Si può guardare il fuori con le spalle ben protette dai muri familiari e rassicuranti del dentro. Sono luoghi raramente affollati e anche qualora lo fossero impongono contegno e sobrietà alla folla visitante. Le persone entrano come in punta di piedi, manifestando nei loro gesti misurati e sguardi la consapevolezza di essere ospiti temporanei, che la loro permanenza sarà breve, perché sono graditi, ma fino ad un certo punto: si sa che si tratterranno per il tempo scarso di una visita, che per quanto approfondita nulla sarà confronto al concetto di tempo proprio di questi luoghi.

C’era l’esposizione di una scultrice del luogo: una donna pensante di pietra mi ha catturata. Spesso ci sono immagini che ci chiamano e trovo interessante ciò che le nostre preferenze possono dirci di noi stessi.

La riguardo e ci trovo molto di me: se non fosse di pietra potrei essere io. L’incrocio di gambe, il viso poggiato sulla mano, l’aria assorta in pensieri filosofici. E il luogo: amo sedermi sui muretti dei chiostri e di certo su qualcuno mi ci sono seduta così.

C’è altro però: la pietra, che significa pesantezza e immobilismo. Due condizioni che in alcune fasi della vita mi hanno caratterizzata e di cui vorrei liberarmi. Non mi sento pesante ora e nemmeno immobile, anzi: ma so di esserlo stata e di quanto sia facile tornare ad esserlo. E siccome credo fortemente nell’utilità dei rituali come segno di conferma di un avvenuto passaggio, stavo pensando in questi giorni a quale potesse essere un rito adatto.

In queste giornate lucane mi è stato proposto il Volo dell’ Angelo. Mi era già stato proposto altre volte, in altre mie venute in queste belle terre, ma per una ragione o per l’altra la proposta non si è mai concretizzata.

Ora invece abbiamo la data, l’orario, manca solo il mio sì per cliccare sulla prenotazione. Il fatto è che un po’ me la cago sotto, come si suol dire ad Oxford. E più ci penso più la titubanza aumenta. Ma poi mi sono detta: ecco il tuo rituale.

Tu, da sola, appesa ad un filo, a volare sopra ai boschi. L’azione simbolica migliore per confermare di non essere più né pesanti, né immobili.

Si va.

Troppa felicità

Arrivata in stazione mi sentivo fortunata per il fatto che il mio treno (ancora direzione sud) non avesse ritardo, a differenza di quello per Bologna, in ritardo di 95 minuti. Salgo e mi dirigo fiduciosa verso il mio scompartimento. La porta è chiusa e le tende tirate, cosa che non promette nulla di buono. Apro e trovo dentro cinque esemplari di giovani maschi alfa, svaccati sui sedili e soprattutto senza scarpe, una puzza di piedi che manco negli spogliatoi delle medie dopo la corsa campestre.

Addio comunismo, addio socialismo. Voglio una vita borghese, con quelle comodità tipo viaggi di ore senza temperature da carro bestiame, senza bambini urlanti e ragazzi cafonissimi. Addio ecologia.

Treno ti amo, ma la nostra relazione così non può più continuare.

E grazie Alice Munro, per avermi tolto parole di bocca.

Liguria: bella sì, ma che scomodità!

20170722_200109Avevo tre giorni, week end lungo dovuto ad un venerdì di recupero. Voglia di relax, mare (visto che al 20 di luglio non avevo ancora fatto un bagno…), letture, pesce e vino.
G. spinge per andare in Liguria, io tentenno, ma poi mi lascio convincere. C’è di bello che l’autostrada per arrivare a destinazione (Lerici) è sgombra: il viaggio è fluido e piacevole, lontano dal caos assoluto che c’è sulla A14 in direzione mare.

Si va un po’ all’avventura perché i campeggi contattati non prendono prenotazioni per meno di 5 giorni, quindi ci affidiamo al caso e fortunatamente troviamo posto (l’unico rimasto!) in un bel campeggio. Devo confessare che ho una passione smodata per il campeggio e che ci sono volte in cui vado da Decathlon in estate e resto affascinata da tutto il reparto camping, vorrei tutto: la sacca per la doccia, le bacinelle che si piegano, i set di piatti e stoviglie, le torce… insomma la nostra piazzola è carinissima, super ombreggiata e con vista mare.

Dopo aver montato il tutto, con il caldo del solleone ci rechiamo a passo spedito verso il mare. Chiediamo info al bar e il barista vedendoci con l’ombrellone ci dice “Non vi serve, tanto un po’ d’ombra la trovate! E poi siete bianche, dovete prenderlo un po’ di sole!”

Data la mia naturale avversione per chi crede di sapere meglio di me quanto sole io possa prendere, ovviamente l’ombrellone lo porto con me. Seguiamo le indicazioni e ad un certo punto della strada iniziamo la discesa per scalini super ripidi aspettandoci di trovare una spiaggia… e invece finiamo su un ammasso di scogli che finisce in una lingua di terra minuscola (grande come il mio bagno) in cui sono accalcate 10 persone. Vediamo in lontananza altre spiagge un minimo più grandi, ma sono impossibili da raggiungere se non riarrampicandosi su per gli scalini e tornando sulla strada. Dopo qualche centinaia di metri troviamo un’altra discesa al mare: la spiaggia è più grandicella ma ovviamente c’è ancora più gente ammassata e ai lati della spiaggia libera ci sono fazzoletti di spiaggia gestiti da privati che affittano lettini e ombrelloni. Accaldate e sfinite decidiamo di piantare l’ombrellone e fermarci lì, io non vedevo l’ora di buttarmi in acqua. Peccato che il mare fosse agitato e l’acqua non trasparente come tutti dicevano. Il pomeriggio trascorre così, ammassati sulla spiaggia dove non tira un filo di vento e rendendo grazie a tutte le divinità per l’ombrellone che ci riparava dal sole. Tra una lettura e un bagno guardo i miei vicini di spiaggia (mi sono quasi in braccio e la mia amica nello stendersi mette praticamente i piedi in faccia al ragazzo dell’ombrellone avanti al nostro) e mi chiedo come facciano a stare sotto quel sole senza ombra alcuna. Poi guardo le persone delle spiagge a gestione privata in cui i lettini sono talmente vicini da non capire dove finisca uno e inizi l’altro. Nel frattempo le onde si fanno più aggressive e iniziano a mangiare un po’ di quel poco di spiaggia concessa e nei bagni privati arrivano sotto ai lettini delle persone. Osservo tutto questo e mi chiedo: ma perché sono qui? E penso: ma tornare in campeggio e tuffarsi nella bella acqua della piscina e sdraiarsi comodamente, fosse anche solo sul pavimento? E proprio in quel momento G. mi guarda e mi dice “Ho una proposta da farti”. Mezz’ora dopo siamo in piscina.

Il giorno dopo proviamo in un’altra zona consigliatami il pomeriggio prima da una simpatica signora con cui ho chiacchierato beatamente distesa sul mio lettino dopo un rinfrescante bagno in piscina (e ancora avevo l’immagine del poveretto coi piedi della mia amica in faccia). Scogli scogli scogli. Ci arriviamo e ci guardiamo perplesse: il mare è molto mosso e la discesa in acqua dagli scogli non sembra serenissima. G. è preoccupata per la mancanza d’ombra. Ma con noi abbiamo il nostro fidato ombrellone (alla faccia del barista!), mi guardo intorno e vedo ottime crepe perfette per reggere la nostra ombra salvifica. E così facciamo. E siamo le uniche su questo grande scoglio ad avere un po’ di ombra. Arriva molta gente, tutta buttata al sole per ore e mi sorprendo a vederli ancora vivi, senza ustioni, né insolazioni. Forse noi fototipi chiari ci sorprendiamo con poco.

Insomma la situazione non è male, prendo confidenza con scogli onde e mare e riesco anche a fare tre o quattro bagni. Ma il sole fa il suo giro e dopo alcune ore l’ombra ci costringe in una parte di scoglio sco – mo – dis – si – ma. È il momento della giornata che amo di più per stare al mare quello che si avvicina alle sei di pomeriggio, ma di nuovo quel pensiero: perché stare scomodamente sdraiata su degli spuncioni che mi si conficcano nel costato quando so che c’è una bella piscina che mi aspetta con tanto di bar quasi a bordo vasca? E così  mezz’ora dopo eccoci a mollo nell’acqua dolce. Giusto il tempo di darci una rinfrescata perché la simpatica signora del giorno prima mi aveva segnalato una sagra a pochi km di distanza. E via che si va! Ci diciamo “Partiamo presto così non troviamo confusione!” . Ingenue! Parcheggiare la macchina è un’impresa titanica, ma alla fine ce la facciamo. Raggiungiamo il luogo della sagra e ci mettiamo in fila e aspettiamo pazienti quasi un’ora. Ma alla fine il tempo passa bene, il cibo arriva ed è buono e il vino va giù che è un piacere. La nostra scelta alcolica non passa inosservata al padre di famiglia con cui condividiamo il tavolo che nel veder portarci due brocche di vino bianco da mezzo litro commenta “Ah, beh! Vedo che bevete!”. Wow! Complimenti! Significa che hai gli occhi! Con due uomini seduti al suo tavolo che avessero preso un litro di vino avrebbe fatto lo stesso? Io dico di no.

Serata piacevole, ci sta bene anche la camminata verso la macchina, tutto bello ma… ecco il dubbio! Che ore sono? Le 22.50! E alle 23 il cancello del campeggio chiude e trovare parcheggio in quelle stradine minuscole e fitte di macchine è un’impresa difficilissima. Arriviamo al campeggio alle 23. 10, per fortuna vedo uno degli uomini che lavorano lì, non pretendiamo molto, solo lasciarla subito lì, dopo il cancello, in quel posticino che sembra vuoto proprio per noi… e il buon uomo tira fuori il telecomando e ci apre, salvandoci da un fine serata che altrimenti avremmo passato a peregrinare imprecando alla ricerca di un posto auto.

E quindi insomma: la Liguria è bella, sì! Ma che scomodità!

È uno di quei posti in cui mi piacerebbe tornare con qualcuno del luogo che mi suggerisca posticini incantevoli remoti e poco affollati. Utopia?  🙂

 

 

La famiglia che ho scelto

images-23Essere invitata a pranzo da una cara amica e chiacchierare di progetti, realzioni, vacanze, difficoltà, fatiche, dubbi, gioie. Uscire nell’aria di città finalmente frizzante, avvolta dalla luce bellissima del tardo pomeriggio e sentirsi completamente rigenerata. Ri-immergermi in provincia e raggiungere gli amici per l’aperitivo in un bel parco, seduti su sedie di plastica mangiamo crescentine fritte e beviamo birre, chiacchieriamo dell’ultimo matrimonio, della gelosia di tizia, delle ultime vicende di caio, dei vaccini, dei sorpassi in moto, del prossimo concertino che ci sarà in paese. È il più e il meno, è lo stare insieme contenti di stare insieme.

Mentre me ne torno verso casa, ultima in questa nostra breve fila di macchine e moto sulla strada costeggiata da tigli, penso che ai miei amici voglio proprio bene e mi accorgo delle tante questioni che sento finalmente depositarsi sul fondo. A galla c’è il bello che questo capitale umano costruito anno dopo anno, avventura dopo avventura, mi sa dare. Il senso di casa che mi solleva in giorni pesanti, la fortuna in questo reciproco piacere di passare il tempo insieme.

Loro, gli amici. La famiglia che ho scelto.

Normale

Mia madre la settimana scorsa, parlando di un ragazzo con cui sono stata anni fa:
“Certo che L. era ben strano!”
A ripensarci oggi mi verrebbe da risponderle: ma perché, tu invece ti ritieni una persona normale? 🙂

E alla fine la conclusione della faccenda è questa: riteniamo normale chi è strano al nostro stesso modo.

Le parole dell’estate

Cicale, libri, idee di vacanze con mare e fiumi in cui stare stesa, improvvisazione, musica,  amici, lavoro, letture, riflessioni, pensieri, ragionamenti, comprendere che i desideri sono cambiati, equilibrio nella complessità, dubbi che ci sono sempre e imparo a rendere amici, accettazione di sé, accettazione degli altri, imparare una maggiore onestà, imparare a fare i sacrifici che non sapevo fare, vedere l’evoluzione in me e negli altri, guardare indietro alla strada fatta e sorridere a quella che sono stata, a quella che non sono più e a quella che sono ancora. Voglia di posizionarmi, comprensione che il silenzio non è più neutrale. Necessità di costruire la bellezza con cose non necessarie: un braccialetto, un quadro, un decoro, l’attenzione ai colori che metto su una tavola quando ospiti bussano alla mia porta, il piacere di prendersi cura degli altri, la volontà di non presentarsi mai più a mani vuote.

[Fatico a mettere in fila i pensieri, ma mi piace ancora metterli qui, ogni tanto i flussi di parole tornano utili.

Fatico a mettere i pensieri in fila e ogni tanto penso a questo blog: non tratta un tema specifico, non ha un filo logico, è un sovrapporsi di pensieri che varia al variare del mio umore, non ha un calendario editoriale e non fa attenzione alle parole chiave, è una bottiglia nel mare con un messaggio che ultimamente fatica ad arrivare. Forse perché non è più chiaro nemmeno a me.  Un mese fa ragionavo sull’apertura di un altro blog, specifico su sessismo e razzismo, due temi che mi stanno molto a cuore e le cui sfumature noto tutti i giorni a causa dei lavori che faccio. Vedremo. Ma intanto una traccia di questa estate mi piace lasciarla in questo spazietto].