Una sharing economy in cui non si condivide nulla

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Cos’è la sharing economy? E soprattutto cosa si condivide nella cosiddetta economia della condivisione? Cosa mettono in comune l’autista e il passeggero di Uber? Il proprietario e l’ospite temporaneo di Airbnb? Le studiose inglesi Giana Eckhardt e Fleura Bardhi si sono poste la domanda e la risposta che si sono date è che non si condivide niente. Al di là della legittimità e opportunità di far entrare nel mercato altri soggetti, è la definizione di sharing economy ad essere in discussione. Eckhardt e Bardhi propongono infatti di parlare più propriamente di economia dell’accesso, di affitti temporanei. Quello che emerge dai loro studi è che chi aderisce alle varie piattaforme web non è interessato a incontrare altra gente, ma prevalentemente a risparmiare e ad avere un buon servizio. Non a caso gli utenti di Airbnb, quando possono, preferiscono usare la casa in assenza del proprietario (senza quindi essere costretti a condividerne lo spazio). Non a caso lo slogan di Uber è “Better, faster and cheaper than a taxi”. Eckhardt e Bardhi arrivano a chiedersi se il minore successo del concorrente Lyft, che offre praticamente lo stesso servizio, puntando però sulla socializzazione (“Siamo un amico con una macchina”) non sia dovuto proprio al fatto che enfatizza troppo l’aspetto della condivisione!

da  Una Città 

Tutti parlano di sharing economy, l’economia della condivisione, e tutti danno per scontato che sia normale condividere qualcosa in cambio di un corrispettivo monetario. Ma si tratta di condivisione, allora?

Se sono insieme a qualcuno ad un convegno ad esempio, e il convegno si dilunga e il mio amico non si è portato il panino, se io sorridendo tiro fuori il mio panino e dico “Non preoccuparti, lo condivido volentieri!” davvero questo amico si aspetterà che gli chieda la metà del costo del panino? Io dico di no. Nè questa è la mia intenzione nella proposta di condivisione.

Forse più che di sharing economy bisognerebbe parlare di una come-faccio-a-far-fruttare-quello-che-ho economy. È il caso di Uber, di Air B and B, di Gnammo e di tutte quelle piattaforme in cui le persone offrono servizi a pagamento sfruttando qualcosa di loro (auto, camera in più, abilità culinarie).

Perché condividere significa un’altra cosa e quella cosa io l’ho sperimentata anni fa col CouchSurfing, la piattaforma che mette in contatto persone che in tutto il mondo offrono o cercano ospitalità non a pagamento. E quella sì che è una vera sharing economy perché con le persone che ti ospitano condividi qualcosa di tuo che non è monetarizzabile: il tempo, la tua storia, la reciproca conoscenza, il piacere a volte di visitare la città in questione in compagnia dell’ospite ospitante. E la bellezza di questo progetto era che non si tratta di un dare-avere, ma di mettere a disposizione la propria casa per qualcuno da cui  probabilmente non saremo ospitati, semplicemente perché magari nella nostra vita non andremo mai nella sua città di provenienza. A me è successo una volta sola di scambiare il favore con chi mi aveva ospitata. Ma per il resto si tratta di gettare secchiate di generosità, apertura e altruismo in un grande calderone da cui poi ognuno prenderà secondo propria necessità, senza sapere dove e quando.

Quando penso alla vera sharing economy ad esempio, penso all’utilissimo Weekly Motivational Planner creato dalla cara Von Calypso, che lei rende disponibile gratuitamente sul suo blog, con un puro intento di condivisione, senza nessun ritorno.

Non credo ci sia qualcosa di sbagliato di per sé nello sfruttare il proprio spirito imprenditoriale servendosi delle moderne tecnologie per crearsi uno stipendio. Certamente tutto questo sta creando tanti problemi di regolamentazione (e non solo) che andranno risolti, si vedrà come. Ma per favore non chiamiamola condivisione.

Tempo, tempi

Che illusa sono stata nel pensare di avere una giornata in cui avrei potuto dedicare metà pomeriggio e sera agli affaracci miei! Portare mia nonna a fare una passeggiata con la sua nuova carrozzina, approfittando del sole che non vede da tempo, iniziare a scrivere la struttura del progetto editoriale che ho in mente, leggere, riposare, guardare un film magari. Fare le cose con calma. Dato che avrei dedicato la mia mattinata a sopravvivere ai gironi dell’Inps, mi sembrava un buon premio…

Eh no mia cara! Perché anche se sul sito c’è scritto che l’Inps è aperto dalle 8.30 alle 12.30, solo una volta che sei entrata, dopo che già eri arrivata alla soglia ma il cartello con su scritto “NON SI FANNO FOTOCOPIE:  per avere il pin venire già muniti di fotocopia di carta di identità e codice fiscale” ti ha fatto cercare la prima tabaccheria, dicevo solo dopo che sei entrata scopri che l’unico sportello aperto è quello delle pensioni. E un po’ ti viene da ridere a sentire la parola pensione, visto che tu sei lì per una gestione separata…Il tuo sportello è aperto solo lunedì, mercoledì e venerdì.

Ok. Non ti dai per vinta, tra sito Inps, contatti telefonici e addirittura una chiamata Skype riesci a sistemare la questione PIN. Peccato che una metà di questo codice numerico necessario per gestire le tue cose direttamente dal sito ti verrà consegnato…via posta! Speravi di essertela cavata in giornata e invece no!

Seconda chiamata skype con call center Inps: vuoi solo sapere se i tempi delle poste possono coincidere coi tempi dell’iscrizione alla gestione separata, ovvero domanda molto semplice: quanto tempo ho per l’iscrizione dall’inizio del contratto? Ti mettono in attesa e dopo 10 min la linea cade.

Ok. Non ti dai per vinta. E inizi a scartabellare su internet e la risposta la trovi da te. E questa sembra più o meno fatta. Così dai al via alle varie rendicontazioni di fine mese, verbali, rimborsi e pensi che in fondo sono solo le 11.40 e davvero potresti aver finito tutto nel primo pomeriggio.

E invece no! Perché arriva una bella telefonatina da un comune che vorrebbe tanto i tuoi progetti e per inserirli nella programmazione culturale ha bisogno che tu partecipi ad un bando di cui ti manderà tutta la modulistica da completare entro…

… domani!

E un po’ ripensi anche a quella volta che la referente che hai incontrato di sabato (perché hai spiegato di non avere un buco di tempo gli altri giorni) e che ti ha commissionato dei progetti ti scrive martedì mattina dicendoti di non aver ancora ricevuto nulla. O all’altra che hai sentito per telefono il venerdì alle 17 e ti ha chiesto una serie di cose per il progetto che vorrebbe da te e il lunedì mattina ti manda un wapp dicendo “non ho ancora ricevuto nulla”.

Gentili signore, lo sapete cos’è un week end?

E così vivo sulla mia pelle qualcosa di tipico dei nostri tempi, l’idea che siano tutti a disposizione sempre e che tutti stiano lavorando solo per te. Mi tornano in mente i tempi di scuola, quando non si capiva come mai le prof. ci mettessero così tanto a correggere quei 25 compiti in classe, e che diamine? Cosa ci vorrà mai?

Solo che all’epoca di queste pretese avevo 13 anni, la gente con cui ho a che fare ne ha qualcuno di più.

La mia politica sta diventando questa: a chi mi sollecita impropriamente aggiungo due giorni d’attesa, anche se ho il progetto quasi pronto, anche se avevo in mente di mandarlo la sera stessa. Se mi fai fretta immotivatamente, aspetti.

E allora anche in questa giornata in cui il tempo pare non esserci, mi prendo il tempo per sfogarmi un po’ sul mio caro blogghettino. E con voi cari pazienti naviganti della rete che tra un impegno e l’altro passate da queste parti. 😉

 

 

Primavera che vieni, fuori e dentro

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Che voglia di ascoltare musichine di gruppi indipendenti che ci riempiono di cose belle nel cuore, mentre arriva la primavera e sentiamo tutti i profumi dell’erba dei fiori dell’aria e del sole, e noi siamo sotto un portico arioso di una bella casa di sasso e su una lunga tavola ci sono colori, assi da dipingere, un po’ di erbe aromatiche, un tagliere, verdure da pulire. Le porte sono aperte, si vorrebbe essere scalze, qualcuno viene a pranzo e mangaremo cibo e berremo vino e suoneremo chitarre e canteremo canzoni e ci vorremo bene e faremo la nostra parte generando bellezza nel mondo.

A colei che mi ha fatta uscire dalla stanza

Spesso, quando mi trovo a spiegare cosa siano le questioni di genere, mi capita di usare un’immagine: quella di una stanza con le pareti dipinte di azzurro.

Immaginate di essere nate e cresciute in una stanza con le pareti dipinte di azzurro. Crederete che quel colore sia la normalità, che tutto il mondo sia fatto di stanze con pareti azzurre. Fino a quando qualcuno entra, vi prende per mano e vi accompagna fuori. Allora non solo scoprite che l’azzurro non è l’unica scelta possibile per quelle pareti, ma anche che possono esserci altri modi di abitare o ripararsi, che le pareti possono essere fatte  di materiali diversi o addirittura potrebbero pure non essere necessarie.

Ieri è morta Anna Rossi Doria, colei che mi ha fatta uscire dalla stanza. Mi ha portata a vedere cosa ci fosse fuori, un’ora dopo l’altra, in quella che nel corso di laurea si chiamava “Storia delle donne in età contemporanea”, ma che lei ci disse essere una dicitura non corretta, perché non si stava facendo una storia delle donne, separata da quella degli uomini: piuttosto si sarebbe dovuta chiamare “Storia di genere”, perché era delle attribuzioni culturali dei ruoli che si stava parlando. Con l’auspicio che un giorno non fosse più necessario un corso “altro” e che si potesse chiamare finalmente “Storia” una disciplina in cui metà dell’umanità non fosse più assente.

E così, nel corso delle sue lezioni, si sgretolarono le verità assolute, come quella della generica bontà delle donne, smentita ad esempio dai focus sul ruolo attivo delle donne nel nazismo .

Ci si fece domande su concetti assodati, come quello della virilità. Cos’è la virilità? E soprattutto: perché è molto facile sentire frasi come “comportati da uomo! dimostra di essere un vero uomo!”, mentre ad una donna non si chiede mai di dimostrare di essere “vera” e si dà per scontato che lo sia? E perché la performance della virilità sembra passare dal rinnegare tutto ciò (comportamenti, inclinazioni) che è ritenuto femminile?

Si scoprì che quello delle donne durante la Resistenza non fu un “contributo”, come ce lo raccontarono a scuola in un trafiletto grigio a lato della storia importante – quella fatta dagli uomini ovviamente – ma che senza le donne non ci sarebbe stata nessuna resistenza. Ci si fermò a riflettere sulla scelta volontaria di chi, tenuta da sempre lontana dalla politica e non obbligata come gli uomini a scegliere tra leva obbligatoria e clandestinità, divenne partigiana. E ci si amareggiò nell’ascoltare che a liberazione avvenuta tutte queste storie furono occultate, a partire dalle sfilate nelle piazze liberate, sfilate in cui alle donne fu proibito di partecipare.

Ogni lezione una scoperta, una prospettiva nuova che ridimensionava quella stanza azzurra e che non solo mi ha dato la capacità di vedere che c’era un mondo altro già nel mondo in cui vivevo, ma ha fatto molto di più. L’azione di svelare qualcosa che fino a quel momento era nascosto ai nostri occhi può avere due effetti opposti:  essere un’esperienza illuminante o risolversi in un trauma. Dipende da come lo svelamento viene gestito, se vengono forniti strumenti adeguati alla comprensione o se dopo che il velo è stato sollevato si viene abbandonate a se stesse nella nuova complessità del mondo.

Per me si è trattato di una vera e propria illuminazione, perché nell’uscire da quella stanza ho portato con me due abilità: senso critico e capacità di analisi. Doni preziosi costruiti pazientemente spiegazione dopo spiegazione, pagina dopo pagina, libro dopo libro, che mi permettono oggi di vedere la vita da una prospettiva diversa e  allo stesso tempo di comprendere ciò che la nuova prospettiva di volta in volta mi svela . Non credo di essere in grado di pensare per me stessa a doni più belli.

Le tematiche di genere fanno paura perché ci dicono che quel che abbiamo sempre creduto essere naturale in realtà è solo abituale. Ci fanno paura perché gli stereotipi semplificano la complessità: quello è da maschio, quello è da femmina, se sei maschio fai così, se sei femmina fai colà. Le donne sono sempre state in casa a pensare ai bambini, gli uomini al lavoro e nella cosa pubblica. Questo è bene, quello è male, le stanze o sono azzurre o non sono.

Gli stereotipi che prendiamo per verità ci risparmiamo domande e ragionamenti, ci danno una stanza azzurra in cui chiuderci per ripararci dalla complessità del mondo, facendoci credere che quello sia il mondo. Ma per quanto timore abbiamo, per quanto vogliamo ostinarci a restare nella stanza, quella stanza non è il mondo: è solo una stanza.

E io sarò per sempre grata a colei che da lì mi ha fatta uscire.


Originariamente postato qui.

Corsi per… scollocarsi?

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Ieri sera la cara amica G. mi ha chiesto un consiglio su un corso di due giorni sul tema “scollocamento”, ovvero sulla volontà di lasciare il proprio stressante lavoro, la propria stressante vita e reinventarsi, trovando il modo di saltarci fuori tra costi, impegno, desiderio, paure e volontà.

Essendo tendenzialmente scettica sulla effettiva utilità di una due giorni a pagamento per trattare i temi del “cambiare vita” le ho espresso con cautela le mie perplessità. Se le aspettava, mi conosce :), ma provando ad andare un po’ più in profondità ho pensato che magari un incontro del genere potrebbe essere fruttuoso anche solo per l’energia che viene movimentata, o per la possibilità di incontrare altre persone simili, che hanno voglia di cambiare vita e nel mare magnum delle nostre condizioni precarie, non sanno bene da dove iniziare per organizzare e gestire la complessità. A volte si può aver bisogno semplicemente di metodo, c’è chi di base è un ottimo organizzatore e chi invece necessita di consigli, strutture, modelli a cui provare ad ispirarsi.

Di certo c’è il fatto che in qualche modo ognuno, se vuole cambiare qualcosa della propria vita, deve trovare la modalità di uscire dal proprio circolo vizioso fatto di ripetizione di gesti, lavori, prassi e giornate che non lasciano il tempo per riflettere su cosa si vuole davvero e quali competenze si possono spendere per attuarlo.

Il mondo editoriale e del web è piano di libri e siti che forniscono consigli e modalità a riguardo e non metto in dubbio che alcune pratiche si possano provare a copiare, sperimentare… quello che credo però è che sia necessario un tempo interiore in cui fare i conti con se stessi, farsi domande e darsi risposte.

Ad esempio per quanto mi riguarda ho capito che un passaggio importante era la rottura con la mia comfort zone, il dire basta definitivamente ad un lavoro che mi permetteva di mantenermi ma non mi piaceva e in qualche modo mi abbruttiva, non perché fosse brutto in sé, ma perché non era quello che volevo e il fatto di averlo e di avere entrate garantite non mi permetteva di investire tutta me stessa nei miei progetti. Io sono una che ha bisogno della terapia d’urto, a volte: di essere buttata in mare per imparare a nuotare. E così ho fatto.

È passato un anno e mezzo da quella decisione e sì: ce l’ho fatta. Sono riuscita a campare senza quel lavoro, ho impegnato tutta me stessa in altro e da un anno e mezzo posso dire di vivere con i guadagni di lavori in cui credo. Non tutto è stato perfetto, non tutto è andato a buon fine, ci sono collaborazioni che mi hanno lasciata anche negativamente allibita, ma fa parte del percorso: non sono finita sotto un ponte, non sono dovuta tornare a casa dei miei, ma soprattutto non ho mai, mai e dico mai rimpianto la decisione di lasciare i lavori che ho lasciato.

L’essere umano appartiene ad una specie altamente adattabile. Pensateci! Quale altra specie può vivere all’equatore e al polo nord? Noi siamo adattabili, solo che ci infiliamo in routine quotidiane che ci fanno perdere coscienza di questa nostra grande capacità.

Allora quello che mi preme dire sono due cose. La prima è che bisogna sapere cosa c’è nel proprio hard disk: non mentitevi, ditevelo! Solo così la ricerca può avere senso. E la seconda, che bisognerebbe davvero stampare e appendere ad un muro di casa che si vede spesso, è che non c’è tempo per la perfezione!

Il tempo è adesso. E forse lo è sempre stato.

 

Giornata della memoria corta

miriamcoverC’è uno splendido libro di Majgull Axelsson che racconta la storia di Malika, adolescente rom che nel corso della deportazione da Auschwitz a Ravensbruck assume l’identità di una ragazza ebrea di nome Miriam. A liberazione avvenuta le è chiaro che la finzione che le ha permesso di sopravvivere all’inferno dei campi di concentramento  dovrà continuare per tutta la vita: anche nella civilissima Svezia in cui si trasferirà e in cui riceverà un’ottima educazione, si sposerà e diventerà madre e nonna, essere una sopravvissuta ebrea sarà di gran lunga meglio che essere una sopravvissuta rom. Malika vive così la vita riservata a Miriam, fino al suo ottantacinquesimo compleanno, giorno in cui circondata dalla famiglia all’improvviso dice “Io non mi chiamo Miriam”, frase che dà il titolo al libro.

La storia di Malika – Miriam ci parla di tentativi di rimozione, delle identità da cui si fugge e verso cui si torna, di vite umane considerate talmente misere da non valer la pena di essere ricordate. Racconta di sopravvissuti di serie A e serie B, di come a guerra finita l’orrore non fosse stato sufficiente ad insegnare il rispetto per la diversità e il diverso fosse accolto e risarcito solo a patto che non fosse poi così diverso.

“[…] Sì, le era stato offerto un risarcimento dopo la guerra, e sì, Olof si era indignato e aveva preteso che lei rinunciasse. E Miriamo si era adeguata. Dunque può nascondersi dietro di lui, ma la verità è che non l’aveva fatto per mostrarsi una moglie ubbidiente. E nemmeno per paura che le sue menzogne venissero smascherate. L’aveva fatto per una sorta di lealtà alla rovescia nei confronti del suo popolo. Ai rom non era stato offerto nessun risarcimento. Non erano stati sterminati per ragioni razziali, avevano spiegato le autorità tedesche dopo la guerra, ma perché erano criminali. Fino all’ultimo. Anche le quattordicenni come Anuscha e i bambini come Didi. E gli onesti argentieri come il padre di Malika. Ed era stato per loro che Malika aveva strappato la lettera arrivata dalla Germania”.

E così oggi la nostra Giornata della Memoria ci ricorda quanto questa memoria sia corta, non si può pensare altro guardando le strazianti foto dei migranti in fila sotto la neve a Belgrado per un pasto caldo. E ci ricorda anche quanto questa memoria sia parziale e selettiva, che ritiene degne solo alcune differenze, arrogandosi il diritto di disprezzarne altre.
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Fa male constatare che oggi come allora siamo incapaci di vedere a cosa possano portare i fascismi e le intolleranze quotidiane. Ricordiamocelo quando fra qualche decennio qualcuno chiederà – come noi qualche decennio fa – “Ma come avete fatto a non capire? A non sapere? A non immaginare dove si sarebbe andati a finire?”
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Pare che non sia nient’altro che questa la banalità del male: avere davanti agli occhi e non vedere. Avere davanti agli occhi e non solo girarsi dall’altra parte, ma puntare il dito contro. Nel silenzio assordante di chi dovrebbe dire qualcosa e invece tace.
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Originariamente postato qui

Portare a galla le risposte giuste

Che sensazioni vi danno queste immagini? Cosa ci leggete? Cosa vi raccontano?

Se ne avete voglia prima di andare avanti potete rispondere: basta avere un foglietto di carta e lasciarvi trasportare dall’ispirazione. Possono essere semplici parole o frasi complesse. Può essere tutto ciò che volete. Prendetevi il tempo che vi serve, io vi aspetto 🙂

Oggi, di fronte a una scelta che mi si prospettava, ho cercato la risposta nel profondo. E a volte la risposta può venire a galla anche grazie a ciò che ci colpisce, a quello che attira la nostra attenzione.

Il dubbio era questo: presentare o no domanda per un posto di lavoro nel pubblico, a tempo determinato, in un paese vicinissimo al mio, ad occuparmi di comunicazione per 36 ore a settimana con ferie, permessi, mutua e tredicesima?

Il fatto è che se la cosa fosse andata in porto (e a meno che non fosse un concorso fatto ad hoc per inserire qualcuno di preciso qualche carta buona da giocare l’avrei avuta 😉 ) l’unica ragione per cui sarei stata contenta sarebbero state le sicurezze (sicurezza da precari, chiaramente, ma anche nel precariato, si sa, c’è la serie A e la serie B…): i soldi certi a fine mese e le tutele.

E cosa avrei perso? Avrei dovuto mettere in stand by il lavoro a cui mi sto dedicando da tempo, che sta evolvendo insieme a me, che sta crescendo e che mi permette di dedicarmi a ciò che amo e che mi appassiona. Un lavoro cucito su di me, sul mio desiderio di creare, di stravolgere a volte, di sperimentare, di voler carta bianca, di organizzare, di formarmi.

E c’è di più: come un dono prezioso è arrivata questa neonata collaborazione con una ONLUS che si occupa di rifugiati e richiedenti asilo, in cui le persone con cui ho avuto a che fare mi sembrano tutte serie, competenti, motivate e umane.

Quindi la questione si pone in questi termini: possibilità di stipendio decente facendo un lavoro che almeno dalla descrizione sembra un po’ meno noioso di tanti altri lavori nel pubblico VS pochi soldi e nessuna sicurezza facendo quello che amo. Scegliendo il primo dovrei dire addio al lavoro coi rifugiati e mettere in stand by la mia attività autonoma per un paio d’anni (cosa che equivarrebbe a sferrarle un colpo di grazia). Optando per il secondo perderei l’occasione di un lavoro nel pubblico con tutte le sicurezze che comporta, anche solo per due anni (ma si sa che una volta nel pubblico è facile se non restarci, almeno prolungare i contratti).

Dunque mentre mi apprestavo a scrivere questo post, ho cercato le immagini che avrebbero potuto rappresentarlo. Le ho scelte istintivamente. E solo dopo ho cercato di capire cosa significassero, per me.

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Una strada da seguire

Un cammino su cui mi trovo e che percepisco bello, che mi invoglia a continuare a percorrerlo.

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La luce dietro la curva

Il sole, che aspetta splendente dopo la curva, e che se anche in questo tratto di sentiero non c’è, in realtà c’è già, c’è ugualmente: lo si percepisce nell’atmosfera, nei raggi che filtrano tra le foglie.

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Una presenza che si manifesta

Un’immagine confusa, in cui si vede poco o nulla, ma quel poco che si vede dà lo conferma di trovarsi in dirittura d’arrivo, i contorni sfuocati sono sufficienti per raccontare cosa mi attende.

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Bellezza e leggerezza

La leggerezza, la bellezza e l’assenza di paura nei confronti della fragilità.

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Piacevolezza nell’assenza di nitidezza

La nebbia che abbellisce e non confonde, che nasconde qualcosa di bello da scoprire, che è bella già di suo perché permette di immaginare, perché cattura e muta la luce, perché crea l’atmosfera giusta.

Questo per me significa che sono contenta della strada che sto percorrendo, che l’incertezza non mi preoccupa ma anzi mi incuriosisce. Che ci sono tanti segnali che sto trovando sulla giustezza di questo camino. Che ho voglia di camminare, di proseguire, che so che la vita è bella e fragile, come una bolla di sapone. Che la fatica non mi spaventa e che dietro la curva, in fondo al sentire, in mezzo alla nebbia, oltre alla tempesta ti neve, c’è qualcosa di bello.

La conclusione sono certe che l’abbiate capita anche voi 🙂

 

Servi e capitani

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L’altra sera, mentre cenavo fuori con mia madre e mia sorella, ecco arrivare al tavolo di fianco a noi un gruppo di genitori più bambini, che si dispone in questo modo: uomini tutti da una parte, donne tutte in mezzo e poi i bambini (“naturalmente” dalla parte opposta rispetto agli uomini, “naturalmente” vicini alle mamme). Chiassosi, tutti: grandi e piccoli. Bambini di cinque anni a cui appena seduti è stato dato in mano il tablet, con giochi a cui non si sono nemmeno presi la briga di togliere la suoneria. Ma come aspettarselo quando la stessa ala  (anagraficamente) adulta  non faceva altro che ascoltare canzoni e video rumorosissimi in vivavoce dai propri smartphone? Musiche e schiamazzi erano tali da non farmi sentire quello che dicevano le mie commensali.

Ieri nel corso di un progetto sulle scienziate che ho tenuto in una scuola media della provincia di Bologna, mentre i ragazzi e le ragazze lavoravano divisi in gruppi, la professoressa mi ha detto “Sono ragazzi brillanti, hanno un’ottima testa, peccato che non siano abituati ad usarla. Più del ragionamento usano l’intuizione, sono bravissimi e velocissimi nell’utilizzo dei programmi, sanno usarli sì, ma non sono in grado di riprodurli: dipendono interamente da qualcosa che altri hanno creato per loro. Saranno dei perfetti esecutori, dei servi perfetti”.

In Italia l’1% degli italiani detiene il 25% della ricchezza complessiva. Come disse Mujica quando lo sentii a Ferrara “Viviamo nell’epoca in cui le macchine e la tecnologia potrebbero rendere la vita più facile a tutti, ma quello che succede è che la ricchezza, come sempre, finisce nelle mani di chi possiede le chiavi di quella tecnologia: a vantaggio di pochi, a discapito di tutti gli altri”.

Ho visto “Captain Fantastic” la settimana scorsa, un film che mi ha emozionata dall’inizio alla fine. È la storia di una famiglia che alleva i suoi figli nel bosco, insegnando loro la meditazione e lo lo yoga, la storia, della letteratura, le lingue, l’anatomia, ma anche a coltivare e procacciare il cibo, insieme all’importanza della musica e delle arti espressive. Il tutto scandito da constante e a tratti duro allenamento fisico. È stato l’unico film che mi ha fatto venire voglia di fare figli (e chi passa ogni tanto di qui sa bene quanto sia difficile che succeda). I temi dell’educazione, delle scuole alternativa a quella statale, i ragionamenti sulla giustezza o meno della disciplina, sulla differenziazione tra autorità e autorevolezza per quel che riguarda l’insegnante, tra motivazione e obbligo per quel che riguarda lo studio mi hanno sempre coinvolta molto. Avendo familiari e amiche che lavorano nella scuola statale, avendo avuto a che fare per tanto tempo con ragazzini che avevano bisogno di un sostegno extrascolastico, vedendo da vicino l’esperienza di chi ha scelto percorsi di educazione alternativa e avendo parlato con diverse persone in vari ecovillaggi rispetto alle scelte più disparate (educazione paterna, familiare, libertaria, montessoriana, statale), ho potuto ritrovare nel film molte delle questioni su cui ho riflettuto in questi anni.

Ogni volta che vado nelle scuole a portare i miei progetti tocco con mano quanta voglia abbiano bambini e bambine, ragazzi e ragazzi di essere messi di fronte a domande che non si erano mai posti, che spesso permettono loro di trovare soluzioni (o iniziare a indagarle) su problemi che percepiscono ma a cui non sanno dare un nome, né una spiegazione. I momenti che amo di più sono quelli in cui colgo nei loro sguardi che piano piano stanno mettendo in fila le informazioni, la luce sta arrivando, la comprensione è vicina. Spesso nei questionari di gradimento scrivono “Grazie per avermi aperto la mente”.

Se mentre otto persone nel mondo detengono la stessa ricchezza del 50% della popolazione  noi stiamo qui a farci la guerra tra poveri, chiudere le frontiere e incolpare gli stranieri per il nostro impoverimento, questo dipende dalla totale assenza di cultura diffusa, dalla completa incapacità di  ragionare con la nostra testa. Viviamo in un mondo di sovra-informazione, in cui non sappiamo più distinguere una bufala da una notizia reale, crediamo che leggere i post su facebook significhi formarci e uscire dall’ignoranza, quando in realtà facebook permette all’ignoranza che abbiamo scelto di rimanere tale, selezionando cosa farci vedere a seconda di ciò che ci piace, il che significa che  se mettiamo un like ad un articolo che parla di una pietra che tenuta in camera cura il cancro, ci verrano fatti vedere altri articoli simili, generando in noi la convinzione che ciò che leggiamo sia vero e di essere nel giusto a pensarlo.

Solo la cultura può generare in noi il senso critico, la capacità di analisi necessaria a non essere solo esecutori, a saper mettere le mani nelle informazioni che riceviamo. E la cultura costa fatica. La lettura dei classici costa fatica, rifare un’equazione che non siamo riusciti a sviluppare al primo colpo costa fatica, il solfeggio costa fatica. Indagare e mettere alla prova i propri pensieri, scrivere e cancellare se il discorso non fila, correggere gli errori quando ci sono, tutto costa fatica.

Questo mi è piaciuto del film: la grande importanza che viene attribuita alla conoscenza, allo studio, alla formazione. Il messaggio è chiaro: per creare un’alternativa bisogna conoscere l’esistente. Solo così si potrà essere liberi: liberi da chi ci darà una lettura della società preconfezionata utile solo al proprio tornaconto, liberi da chi chiederà il nostro voto promettendoci l’impossibile. Liberi anche da chi si proporrà a noi come il cambiamento che cerchiamo, quando invece non potrà cambiare nulla, se non in peggio.

E in un mondo in cui ci dicono che con la cultura non si mangia, che per trovare lavoro bisogna fare i programmatori o studiare economia, che una laurea in filosofia non serve a nulla, un film così andrebbe assunto prima e dopo i pasti.

“I nostri figli potrebbero diventare re filosofi e questo mi rende felice”.

 “Captain Fantastic”

Ingredienti giusti

spices-1914130__340Negli ultimi giorni del 2016 è stato piacevole accorgersi di non aver nessuna urgenza di vederne arrivare la fine. A conti fatti è stato per me un bell’anno: lo è stato senza eventi particolari e ciò mi rallegra, perché significa che è stato bello in sé. Sono state piccole grandi conquiste quotidiane a renderlo bello, come la buona riuscita di un progetto, ma anche la capacità di superare momenti difficili o situazioni spiacevoli. È stato un anno che mi ha fatta ragionare e mettere insieme ingredienti per me fondamentali, di cui avevo bisogno da tempo. Uno dei più importanti è la capacità di superare il fallimento. Sebbene questo apprendimento necessiti di un lavoro costante, ora la mia testa non trasforma più automaticamente un no in un sipario con la parola “FINE” calato sui miei sogni, ma lo riconosce e accetta come parte integrante del percorso. In questo devo dire che mi ha aiutata molto la scoperta di quale fosse il mio personale “panino alla cacca“. (Vi siete mai chiesti quale sia il vostro? Consiglio di farlo, vi sarà utile!).

Un’altro ingrediente importante è stato l’accettazione dell’impossibilità di andare bene a tutti, che può sembrare cosa semplice e ovvia, ma finché non sono arrivata a focalizzarla davvero non mi sono resa conto di quanto questa assurda pretesa avesse condizionato le mie scelte, azioni e reazioni. E ho capito anche (ingrediente fondamentalissimo!) il livello di compromesso oltre cui non voglio più scendere, grazie anche alle parole di Pepe Mujica.

Un’ultima cosa di cui non ho mai parlato che sta giocando un ruolo fondamentale sul mio benessere è l’attività fisica. Non si tratta solo di benessere psicologico: per la prima volta da tempo immemore ho passato gli ultimi mesi dell’anno senza nemmeno un raffreddore! Da tre mesi ho trovato la perfetta combinazione di sport che mi permettono di staccare la testa, rinforzare il corpo e imparare a superare i miei limiti con la costanza, l’ascolto e l’allenamento: yoga e cross training. Due attività molto diverse, praticamente opposte, che rispondono a quel che cerco nello sport: benessere psicofisico e assenza di noia.

Queste le ragioni per cui nel 2017 non brindo a ciò che è finito, ma all’evoluzione di ciò che è già in atto. La sensazione che mi accompagna è quella che sia l’anno giusto per fare le cose che voglio fare. E più che i buoni propositi da seguire, sento la voglia di dichiarare i cattivi propositi che spero di aver lasciato nel 2016. Il primo sono le scuse. Voglio zittire tutte le motivazioni che mi do per autosabotarmi e non fare quello che so di dover fare, dalle piccole inezie di tutti i giorni alle sfide più complesse. Il secondo cattivo proposito da cui voglio prendere le distanze è l’egoismo. Senza troppi giri di parole: l’egoismo ci rende tutti più brutti. Io voglio circondarmi di bellezza e non posso farlo se la prima ad essere brutta sono io: la persona che voglio essere non è egoista. E non trova scuse per non fare ciò che deve.

Dunque buon 2017 a voi che siete passati di qui, che sia un anno pieno di bellezza e vuoto di scuse!