Contrasti

Sabato sono andata a vedere una casa: è in sasso, ha un sacco di camere pronte ad accogliere tutte le potenziali persone che condividono con me il desiderio di vivere in un posto bello in mezzo alla natura. Ha anche un sacco di spazio “altro”: una stalla ristrutturata molto bella, che potrebbe diventare ottimo spazio di socialità per progetti vari, una rimessa, dei garage…

Come si fa a scegliere la casa dei sogni? Perché a me non è scattato l’innamoramento, solo un sacco di pensieri sui pro e i contro, le opportunità e le rinunce. Tra i pensieri c’è il fatto che sia troppo grande, tutta insieme e al momento non ho abbastanza fantasia per riempirla tutta e immaginarmela sistemata, viva, abitata.Ma d’altra parte essendo che non sto cercando una casa per viverci da sola ma per sviluppare un progetto di coabitazione, la casa DEVE essere grande :)È vuota da 20 anni e nonostante questo si presenta molto bene: i proprietari dodici anni fa hanno cambiato tutti gli infissi, fatto un ottimo pavimento di cotto, messo i termosifoni, ristrutturato gli esterni, la stalla.

Mi chiedo: ho voglia di spostare tutta la mia vita in montagna? Vero che i vicini di casa sono amici con già un giro di amicizie belle e interessanti, ma questa cosa mi fa sentire un po’ “stretta”. Inoltre sempre in questa coppia di amici, lei ha da poco avviato un posticino molto bello che è laboratorio di panificazione (lei fa pane, focacce, torte, biscotti, tigelle tutte con grani antichi, farine bio e pasta madre) e anche punto ristoro nel borghetto a ridosso di un bel parco regionale e ci diceva che ha fin troppo lavoro e avrebbe bisogno di una persona, quindi potenzialmente ci sarebbe anche una o più opportunità di lavoro.

Allo stesso tempo, per il mio lavoro, mi hanno chiesto il mio piano ferie per l’estate compreso settembre. E io che da un po’ di anni non dovevo più rendere conto delle mie ferie a nessuno, mi sento stretta. Non ho deciso ora che fare in estate, non solo non ho deciso dove andare, ma nemmeno quando. E pensando al dove, il mio desiderio più struggente sarebbe tornare nel mio posto del cuore o trovare qualcosa di simile: mare, isola selvaggia e poco frequentata, relax, libri, cibo, vino, vento e profumo di arbusti da macchia mediterranea. Da un paio di giorni ho fissa nella testa l’idea di Pantelleria.

Solo che mi metto a guardare voli, aliscafi, ore, date, prezzi… e la vera verità è che non ho voglia di incastrare tutto in pochi giorni, e a dirla tutta non ho nemmeno voglia di prendere gli aerei (lo detesto).

Allora penso alla casa grande in montagna, alla montagna in sé, al freddo, all’inverno e al mio struggimento momentaneo per le isole più o meno sperdute e qualcosa non mi torna.

Contrasti.

La mia casa dei sogni

Ha l’esterno in pietra, è antica. Se vicina c’è qualche casa da qui non si vede. L’interno è luminoso, con colori chiari, non bianco, o meglio: se c’è non è mai da solo. C’è del nocciola, c’è dell’azzurro, c’è dell’ocra, del marrone. C’è anche del rosso qua e là. Del verde acqua, forse in bagno.

Ci sono delle tende. Alle pareti bellezza e ricordi: intagli, quadri, foto,  luci, rami sbiancati, dalle forme strane, trovati in spiaggia.

Ci sono le librerie: è il posto in cui ho deciso che valeva la pena di tirare fuori i libri dagli scatoloni, finally.
È la casa in cui posso provare anche ad avere il pollice verde.
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Qualche volta mi concedo il lusso dei fiori freschi sulla tavola. C’è un divano, ampio, comodo, di quelli in cui si può stare in tre o quattro fitti, oppure in due belli distesi.
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C’è profumo di lavanda, è l’olio essenziale che compero al mercatino degli agricoltori locali, in inverno lo metto nei diffusori attaccati al termo.
Negli armadi ci sono i vestiti giusti per forma e numero, mi piacciono tutti, ho provveduto a dare via quelli che a guardarli mi fanno dire “Boh”. Ho ridotto drasticamente quelli della pila “senza carattere, ma comodi e caldi”. Intanto, quelli dell’altra stagione aspettano pazienti il loro turno dentro scatole con sacchetti profumati.
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C’è una vasca in bagno e sopra un vassoio di legno, che poggia sui bordi dei lati lunghi. Ci sono libri, una candela, un pettine di legno, mi impegno a fare bagni rilassanti, usando ogni tanto del sale, delle foglie di alloro, degli oli essenziali.
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Le lenzuola e gli asciugamani hanno colori che mi piace guardare. Le lenzuola in particolare, le piego con cura da bagnate, lasciandole riposare la notte sopra la lavatrice. Le stendo l’indomani, contenta di quella bella piega liscia. La sensazione che provo infilandomi nel letto appena fatto con le lenzuola pulite mi acquieta i pensieri.
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Nella mia casa dei sogni mi torna la voglia di cucinare vegan molto più spesso. Qui ho gli ingredienti giusti, i legumi son sono anche belli da vedere, in comodi in barattoli di vetro, e anche le farine. Forse, qualcuno che non sono io, ha organizzato un orto: pomodori, zucchine, peperoni, carciofi, peperoncini, cetrioli, insalate. E un po’ di semi li ha buttati a caso nel resto del prato, in zone nascoste, vicino a una quercia (come mi piacerebbe ci fosse una quercia!), dietro ad un masso, per vedere che corso prenderà la natura. Forse quella stessa persona ha anche fatto la spirale delle erbe aromatiche, cosa che mi fa tornare voglia di usarle. E non solo quelle: rieccomi a infilare nei miei piatti tutte le erbe selvatiche che da tempo non uso più.
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Nei momenti di festa c’è attenzione a piccole cose, come alla tavola, dove un fiore è legato alle posate e al tovagliolo, appoggiati delicatamente nel piatto. Mi piacciono i piatti, mi piacciono i bicchieri, li ho scelti con cura, senza fretta. Me li sono fatti capitare, magari a un mercatino, forse in qualche svendita in cui passeggiavo casualmente, apparentemente senza speranza di trovare un tesoro. E invece era lì.
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Ci sono le feste, tutte. Le ho riscoperte, ne ho compreso il senso aggiungendogli il mio: a Natale troviamo il momento per fare doni di cuore a chi amiamo, il Capodanno ci regala il giusto umore per fare qualche buon proposito che saremo felici di mantenere, a Pasqua festeggiamo la rinascita che arriva puntuale dopo la morte apparente dell’inverno, il 25 Aprile la Liberazione in qualche maniera nostra per ricordarci che ciò che si dimentica può tornare, per ricordarci di restare vigili. Festeggeremo l’autunno con il vino novello e le castagne e se ne avremo bisogno inventeremo feste nuove, per aiutarci a vivere, elaborare, per ricordarci di celebrare.
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La mia casa dei sogni è un sogno sempre più vivido.

Il tempo della non programmazione

È stato un inverno per me molto attivo: l’unione dello yoga col cross training ha fatto si che avessi 4 tardo pomeriggi/sere impegnati a settimana in attività fisiche. Credo sia una delle ragioni per cui non mi sono ammalata ed è stato bello rispettare questi impegni con una costanza di cui non mi credevo capace.

Adesso però questi appuntamenti fissi iniziano a starmi stretti. Sarà il cambio di stagione, sarà che i lavori che faccio mi occupano tanto spazio mentale e sono difficilmente arginabili in tempi e orari esatti e esondando mi hanno portato via alcuni fine settimana impedendomi il recupero, sarà che sento una gran mancanza del dolce far nulla.

O semplicemente si cambia. E la calendarizzazione delle attività che fino a poco tempo fa mi ha aiutato a darmi una routine sana ora fa a cazzotti con il tempo fitto che vivo quotidianamente, e non lascia spazio all’improvvisazione, o forse ha creato una routine che in quanto tale, inizia ad andarmi stretta.

Si avvicina il periodo pasquale, ho preso due giorni da attaccare alle feste e così mi aspettano cinque giorni di stacco. E alla fine la non programmazione avrà la meglio: l’unico programma è passare del tempo con F., ché ne abbiamo bisogno. A fare cosa penseremo di volta in volta, cercando di capire di cosa abbiamo voglia: una passeggiata in Appennino? Una mostra? Cucinare? Una mangiata in qualche osteria? Leggere? Guardare uno o dieci film? Stenderci nei prati? Fare un picnic? Ricominciare a cantare e suonare? Vedere gli amici? Vedere i parenti? Nessuna di queste cose? Tutte?

Buona Pasqua a voi allora, ché alla fine le religioni hanno tante colpe dei mali del mondo, ma anche tanto fascino nella saggezza delle loro routine, perché questa idea di resurrezione in qualche modo cade a pennello con quello che sento di stare vivendo adesso, oltre che con la primavera inoltrata.

 

Quella cosa intorno al collo

Quella cosa“Era giunta alla convinzione che essere genitori in America fosse un destreggiarsi fra ansie prodotte dall’eccesso di cibo: la pancia piena dava agli americani il tempo di preoccuparsi che i figli fossero affetti da una malattia rara di cui avevano appena letto, li faceva pensare che avessero il diritto di proteggere i figli da delusioni, mancanze e fallimenti. La pancia piena concedeva loro il lusso di autocompiacersi di essere buoni genitori, come se prendersi cura di un figlio fosse l’eccezione e non la regola”.

Messaggi

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Fumavo una sigaretta in terrazza,

pensavo alla vita, alle scelte altrui e alle mie

e nel buio della notte

mi sei venuto in mente tu, nonno.

In quell’istante brevissimo

che corre tra il pensiero e l’azione

ho alzato gli occhi al cielo

nel tempo perfetto per veder correre

chiara dall’inizio alla fine

una stella cadente.

Due anni… e quasi me ne dimenticavo!

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L’intento era quello di scrivere un post sul tema della condivisione e di come questo se da un lato possa liberarci da tante gabbie, dall’altro sia molto difficile da progettare e portare avanti. Ma era tutto il giorno che questa data – 27 marzo – mi diceva qualcosa. E solo ora l’illuminazione! Oggi sono passati due anni esatti dall’apertura di questo blog ❤

Che tenerezza quel primo guardingo post con cui il blog è venuto alla luce 🙂

Da un po’ di tempo in effetti sono diventata parca di parole in questo spazietto virtuale. C’è una ragione che sentivo dentro di me, ma che non riuscivo bene a verbalizzare. E mi pare che questa sia simbolicamente la data giusta per mettere ancora una volta le riflessioni nero su bianco.

Circa un anno fa, in un post con un umore piuttosto diverso da quello che ho ora, scrivevo che “bisogna stare attenti con chi è felice” e oggi, seppur da un punto di vista diverso e per esperienze diverse, lo sottoscrivo di nuovo. Ed è quella attenzione che mi ha portata ad essere un po’ reticente di questi tempi perché lo ammetto: sono felice.

E mi accorgo che raccontare la tristezza, i casini, l’ansia, le preoccupazioni è più facile e forse anche più leggibile, perché ci si può riconoscere l’un l’altro. Nel raccontare la felicità invece mi sento un po’ intimorita, quasi che non ne avessi il diritto, come se pensassi che il lettore della mia felicità tutto sommato non sappia bene che farsene. Ma oggi credo che questa sia una felicità che vale la pena di essere raccontata, sia per come è stata ottenuta, sia per il suo significato.

Per ottenerla ho seguito prima il disagio, la frustrazione, ciò che mi comunicavano e ho capito che il lavoro che facevo non mi gratificava e mi sottraeva un sacco energie pur essendo part time. Mi sono licenziata e sono partita per fare volontariato, un volontariato utile tanto a me quanto agli altri (anzi, probabilmente più a me). Una volta tornata qualcosa si era mosso e ho iniziato a cullare e prendermi cura dell’idea che avevo, che non era poi nemmeno un’idea definita, si trattava solo di fare ciò che mi interessava e credere in quello che facevo. È stata dura perché per il primo anno mi sono immersa nelle mie passioni creando un progetto di comunicazione radiofonica che ho portato avanti gratuitamente, ma è stato molto bello e soprattutto mi ha fatto essere in contatto con ciò che DAVVERO amo fare. Spesso le persone con cui parlo non hanno le idee chiare sulle proprie passioni e il mio consiglio per tutti è: provate a viverle e ascoltatevi mentre le vivete. Anche se sembra una cosa molto freakkettona, il corpo sa e il corpo parla. E non è un caso che quest’anno per la prima volta da anni e anni ho passato l’autunno inverno senza febbre né raffreddore né mal di gola. Nulla. Il corpo sa. Il corpo parla. 

Ma non è stato così facile perché una volta che capisci cosa ti piace fare, devi poi capire come fare a campare con quello che ami. E il percorso è stato lungo, pieno di sperimentazioni, tentativi, aggiustamenti, altri lavori che nel frattempo mi permettessero di campare. E che mi facessero capire quale fosse il grado di compromesso a cui fossi disposta ad arrivare. Anche questa è una cosa molto importante: molto! Perché si può fare molto più di quello che pensiamo, siamo esseri assolutamente adattabili, dobbiamo solo avere l’occasione di metterci alla prova, solo che siamo così abituati alle nostre comfort zone che ce ne siamo dimenticati e anche se quelle comfort zone a ben vedere sono spesso gabbie, ce ne stiamo chiusi nella gabbia perché diciamo di non sapere come aprirla, anche se abbiamo la chiave in mano e crediamo (o ci piace credere) che tutto sommato ciò che ci aspetta fuori sia peggio di ciò che, pur con libertà di movimento limitata, possiamo godere lì dentro.

È importante capire cosa ci renda felici, ma per capirlo c’è bisogno di tempo. Io di tempo ne ho avuto perché ho sempre scelto lavori part time, ma il tempo di cui c’è bisogno è proprio un tempo diverso: un tempo del raccoglimento, dello stare dentro. E così tre anni fa a giugno me ne sono andata in semi-eremitaggio (io e il cane) per 10 giorni ed è stato un altro passaggio importante.

Voi lo sapete cosa vi rende felici?

Io ci ho messo un po’ a capirlo, anche se a ben vedere erano tutte cose che avevo dentro quando avevo 17 anni, facevo gli scout e con la mia cara amica sognavamo di fondare una comune. Grossomodo la mia felicità non si discosta molto da lì, semplicemente include il fattore lavoro, un aspetto per me fondamentale. Ho scoperto che il non lavorare su cose che mi piacciono e mi appassionano e in cui credo mi aliena. Ho scoperto di aver bisogno di un lavoro etico, o meglio: che abbia un’etica. Si aprirebbe un capitolo enorme a proposito di ciò che si intende con questo termine, ma riuscire a campare lavorando per aiutare gli altri (e gli altri li si aiuta in tanti modi) è un pilastro fondante della mia felicità.

E ad oggi posso dire di essere felice. Ci sono le ansie, c’è la fatica, c’è il dubbio, l’incertezza, il lavorare sabato e domenica, la mente che fatica a staccare, il non avere orari, il gestire tutto dalla A alla Z nei miei progetti. C’è il timore della delusione.

Ma alla fine della fiera c’è la soddisfazione e il sentire di stare facendo cose in cui mi riconosco.

C’è un altro aspetto importante della faccenda, che mi preme comunicare: la resilienza. Sono felice di quello che sto facendo ma non penso di essere arrivata, anzi: mi terrorizzerebbe l’idea. Penso e sento che da cosa nasce cosa e che dall’essere immersi in ciò che piace è naturale conoscere persone, situazioni, progetti, realtà, opportunità simili ai propri interessi. Lavoro tramite contratti che non offrono nessun tipo di garanzia, né certezze o tutele. Ma sono sulla strada che volevo percorrere e sono fiduciosa del cammino che mi aspetta su questa rotta.

Oggi come oggi se qualcuno mi chiedesse consigli su come fare a fare ciò che si ama, direi che sono tre le cose basilari: capire cosa si ama davvero e una volta compreso fare di tutto per immergervisi, qualunque cosa significhi per voi. E la terza è che tutte le volte che pensiamo di non avere scelta o alternativa, dobbiamo solo guardare meglio perché l’alternativa c’è quasi sempre: i sogni meritano coraggio e il coraggio non è non avere paura, ma essere capaci di andare oltre la paura.

Dunque buon compleanno caro blog, che – a proposito di resilienza! – sei nato con l’intento di durare solo un anno e invece sei ancora qui 🙂

#LottoMarzo e la fatica di staccarsi dal lavoro di cura

Komorebi

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L’avevo già percepito al tavolo tematico di Non Una di Meno a cui ho partecipato, quando nella seconda delle due giornate dello scorso febbraio ci siamo messe a ragionare sullo sciopero e a elencare in che modo ognuna di noi avrebbe aderito.

I primi interventi parlavano di questa giornata come un giornata di sensibilizzazione: qualcuna avrebbe dedicato le lezioni al tema della violenza contro le donne, all’educazione senza stereotipi, qualcuna avrebbero chiesto la collaborazione dei commercianti del suo paese per diffondere la notizia e sensibilizzare, ma non voleva chiamarlo sciopero “perché è un termine che fa paura e allontana”. C’era chi diceva che lavorava al nido e non avrebbe scioperato per non far venire meno quel percorso educativo costruito giorno dopo giorno con bambini e bambine, per non creare problemi alle colleghe, disagi ai genitori. E ancora oggi su Facebook leggo post di persone che appoggiano lo sciopero, ma non sciopereranno.

A me e…

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Una sharing economy in cui non si condivide nulla

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Cos’è la sharing economy? E soprattutto cosa si condivide nella cosiddetta economia della condivisione? Cosa mettono in comune l’autista e il passeggero di Uber? Il proprietario e l’ospite temporaneo di Airbnb? Le studiose inglesi Giana Eckhardt e Fleura Bardhi si sono poste la domanda e la risposta che si sono date è che non si condivide niente. Al di là della legittimità e opportunità di far entrare nel mercato altri soggetti, è la definizione di sharing economy ad essere in discussione. Eckhardt e Bardhi propongono infatti di parlare più propriamente di economia dell’accesso, di affitti temporanei. Quello che emerge dai loro studi è che chi aderisce alle varie piattaforme web non è interessato a incontrare altra gente, ma prevalentemente a risparmiare e ad avere un buon servizio. Non a caso gli utenti di Airbnb, quando possono, preferiscono usare la casa in assenza del proprietario (senza quindi essere costretti a condividerne lo spazio). Non a caso lo slogan di Uber è “Better, faster and cheaper than a taxi”. Eckhardt e Bardhi arrivano a chiedersi se il minore successo del concorrente Lyft, che offre praticamente lo stesso servizio, puntando però sulla socializzazione (“Siamo un amico con una macchina”) non sia dovuto proprio al fatto che enfatizza troppo l’aspetto della condivisione!

da  Una Città 

Tutti parlano di sharing economy, l’economia della condivisione, e tutti danno per scontato che sia normale condividere qualcosa in cambio di un corrispettivo monetario. Ma si tratta di condivisione, allora?

Se sono insieme a qualcuno ad un convegno ad esempio, e il convegno si dilunga e il mio amico non si è portato il panino, se io sorridendo tiro fuori il mio panino e dico “Non preoccuparti, lo condivido volentieri!” davvero questo amico si aspetterà che gli chieda la metà del costo del panino? Io dico di no. Nè questa è la mia intenzione nella proposta di condivisione.

Forse più che di sharing economy bisognerebbe parlare di una come-faccio-a-far-fruttare-quello-che-ho economy. È il caso di Uber, di Air B and B, di Gnammo e di tutte quelle piattaforme in cui le persone offrono servizi a pagamento sfruttando qualcosa di loro (auto, camera in più, abilità culinarie).

Perché condividere significa un’altra cosa e quella cosa io l’ho sperimentata anni fa col CouchSurfing, la piattaforma che mette in contatto persone che in tutto il mondo offrono o cercano ospitalità non a pagamento. E quella sì che è una vera sharing economy perché con le persone che ti ospitano condividi qualcosa di tuo che non è monetarizzabile: il tempo, la tua storia, la reciproca conoscenza, il piacere a volte di visitare la città in questione in compagnia dell’ospite ospitante. E la bellezza di questo progetto era che non si tratta di un dare-avere, ma di mettere a disposizione la propria casa per qualcuno da cui  probabilmente non saremo ospitati, semplicemente perché magari nella nostra vita non andremo mai nella sua città di provenienza. A me è successo una volta sola di scambiare il favore con chi mi aveva ospitata. Ma per il resto si tratta di gettare secchiate di generosità, apertura e altruismo in un grande calderone da cui poi ognuno prenderà secondo propria necessità, senza sapere dove e quando.

Quando penso alla vera sharing economy ad esempio, penso all’utilissimo Weekly Motivational Planner creato dalla cara Von Calypso, che lei rende disponibile gratuitamente sul suo blog, con un puro intento di condivisione, senza nessun ritorno.

Non credo ci sia qualcosa di sbagliato di per sé nello sfruttare il proprio spirito imprenditoriale servendosi delle moderne tecnologie per crearsi uno stipendio. Certamente tutto questo sta creando tanti problemi di regolamentazione (e non solo) che andranno risolti, si vedrà come. Ma per favore non chiamiamola condivisione.