Etty Hillesum

In questi giorni ripenso molto alla figura di Etty Hillesum, la scrittrice olandese di origini ebraiche che ha scritto della sua vita in diari dal 1941 al 1942, in piena guerra e persecuzione nei confronti degli ebrei.

La sua capacità continua di vedere il bello nell’orrore che stava vivendo vorrei assurgerla a faro capace di illuminare la rotta della mia vita. In questi giorni in cui tante piccole cose non stanno andando per il verso giusto, provo a sviluppare la capacità di ridimensionarle, di gestire, di viverle, affrontarle e lasciarle fluire.

« Trovo bella la vita, e mi sento libera. I cieli si stendono dentro di me come sopra di me. Credo in Dio e negli uomini e oso dirlo senza falso pudore. La vita è difficile, ma non è grave. Dobbiamo prendere sul serio il nostro lato serio, il resto verrà allora da sé: e “lavorare sé stessi” non è proprio una forma di individualismo malaticcio.
Una pace futura potrà esser veramente tale solo se prima sarà stata trovata da ognuno in sé stesso – se ogni uomo si sarà liberato dall’odio contro il prossimo, di qualunque razza o popolo, se avrà superato quest’odio e l’avrà trasformato in qualcosa di diverso, forse alla lunga in amore se non è chiedere troppo. È l’unica soluzione possibile. E così potrei continuare per pagine e pagine. Quel pezzetto d’eternità che ci portiamo dentro può esser espresso in una parola come in dieci volumi. Sono una persona felice e lodo questa vita, la lodo proprio, nell’anno del Signore 1942, l’ennesimo anno di guerra. »

In questi giorni in cui mi interrogo rispetto a cosa muova la malvagità negli altri, mi ricordo che prima di tutto devo trovare la pace in me stessa.

Immaginare una giovane donna che nel dramma che stava vivendo è stata capace di scrivere “La vita è difficile, ma non è grave” muta il senso e la gravità delle mie piccole grandi ansie di questi giorni.

 

 

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Quella cosa intorno al collo

Quella cosa“Era giunta alla convinzione che essere genitori in America fosse un destreggiarsi fra ansie prodotte dall’eccesso di cibo: la pancia piena dava agli americani il tempo di preoccuparsi che i figli fossero affetti da una malattia rara di cui avevano appena letto, li faceva pensare che avessero il diritto di proteggere i figli da delusioni, mancanze e fallimenti. La pancia piena concedeva loro il lusso di autocompiacersi di essere buoni genitori, come se prendersi cura di un figlio fosse l’eccezione e non la regola”.

Due anni… e quasi me ne dimenticavo!

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L’intento era quello di scrivere un post sul tema della condivisione e di come questo se da un lato possa liberarci da tante gabbie, dall’altro sia molto difficile da progettare e portare avanti. Ma era tutto il giorno che questa data – 27 marzo – mi diceva qualcosa. E solo ora l’illuminazione! Oggi sono passati due anni esatti dall’apertura di questo blog ❤

Che tenerezza quel primo guardingo post con cui il blog è venuto alla luce 🙂

Da un po’ di tempo in effetti sono diventata parca di parole in questo spazietto virtuale. C’è una ragione che sentivo dentro di me, ma che non riuscivo bene a verbalizzare. E mi pare che questa sia simbolicamente la data giusta per mettere ancora una volta le riflessioni nero su bianco.

Circa un anno fa, in un post con un umore piuttosto diverso da quello che ho ora, scrivevo che “bisogna stare attenti con chi è felice” e oggi, seppur da un punto di vista diverso e per esperienze diverse, lo sottoscrivo di nuovo. Ed è quella attenzione che mi ha portata ad essere un po’ reticente di questi tempi perché lo ammetto: sono felice.

E mi accorgo che raccontare la tristezza, i casini, l’ansia, le preoccupazioni è più facile e forse anche più leggibile, perché ci si può riconoscere l’un l’altro. Nel raccontare la felicità invece mi sento un po’ intimorita, quasi che non ne avessi il diritto, come se pensassi che il lettore della mia felicità tutto sommato non sappia bene che farsene. Ma oggi credo che questa sia una felicità che vale la pena di essere raccontata, sia per come è stata ottenuta, sia per il suo significato.

Per ottenerla ho seguito prima il disagio, la frustrazione, ciò che mi comunicavano e ho capito che il lavoro che facevo non mi gratificava e mi sottraeva un sacco energie pur essendo part time. Mi sono licenziata e sono partita per fare volontariato, un volontariato utile tanto a me quanto agli altri (anzi, probabilmente più a me). Una volta tornata qualcosa si era mosso e ho iniziato a cullare e prendermi cura dell’idea che avevo, che non era poi nemmeno un’idea definita, si trattava solo di fare ciò che mi interessava e credere in quello che facevo. È stata dura perché per il primo anno mi sono immersa nelle mie passioni creando un progetto di comunicazione radiofonica che ho portato avanti gratuitamente, ma è stato molto bello e soprattutto mi ha fatto essere in contatto con ciò che DAVVERO amo fare. Spesso le persone con cui parlo non hanno le idee chiare sulle proprie passioni e il mio consiglio per tutti è: provate a viverle e ascoltatevi mentre le vivete. Anche se sembra una cosa molto freakkettona, il corpo sa e il corpo parla. E non è un caso che quest’anno per la prima volta da anni e anni ho passato l’autunno inverno senza febbre né raffreddore né mal di gola. Nulla. Il corpo sa. Il corpo parla. 

Ma non è stato così facile perché una volta che capisci cosa ti piace fare, devi poi capire come fare a campare con quello che ami. E il percorso è stato lungo, pieno di sperimentazioni, tentativi, aggiustamenti, altri lavori che nel frattempo mi permettessero di campare. E che mi facessero capire quale fosse il grado di compromesso a cui fossi disposta ad arrivare. Anche questa è una cosa molto importante: molto! Perché si può fare molto più di quello che pensiamo, siamo esseri assolutamente adattabili, dobbiamo solo avere l’occasione di metterci alla prova, solo che siamo così abituati alle nostre comfort zone che ce ne siamo dimenticati e anche se quelle comfort zone a ben vedere sono spesso gabbie, ce ne stiamo chiusi nella gabbia perché diciamo di non sapere come aprirla, anche se abbiamo la chiave in mano e crediamo (o ci piace credere) che tutto sommato ciò che ci aspetta fuori sia peggio di ciò che, pur con libertà di movimento limitata, possiamo godere lì dentro.

È importante capire cosa ci renda felici, ma per capirlo c’è bisogno di tempo. Io di tempo ne ho avuto perché ho sempre scelto lavori part time, ma il tempo di cui c’è bisogno è proprio un tempo diverso: un tempo del raccoglimento, dello stare dentro. E così tre anni fa a giugno me ne sono andata in semi-eremitaggio (io e il cane) per 10 giorni ed è stato un altro passaggio importante.

Voi lo sapete cosa vi rende felici?

Io ci ho messo un po’ a capirlo, anche se a ben vedere erano tutte cose che avevo dentro quando avevo 17 anni, facevo gli scout e con la mia cara amica sognavamo di fondare una comune. Grossomodo la mia felicità non si discosta molto da lì, semplicemente include il fattore lavoro, un aspetto per me fondamentale. Ho scoperto che il non lavorare su cose che mi piacciono e mi appassionano e in cui credo mi aliena. Ho scoperto di aver bisogno di un lavoro etico, o meglio: che abbia un’etica. Si aprirebbe un capitolo enorme a proposito di ciò che si intende con questo termine, ma riuscire a campare lavorando per aiutare gli altri (e gli altri li si aiuta in tanti modi) è un pilastro fondante della mia felicità.

E ad oggi posso dire di essere felice. Ci sono le ansie, c’è la fatica, c’è il dubbio, l’incertezza, il lavorare sabato e domenica, la mente che fatica a staccare, il non avere orari, il gestire tutto dalla A alla Z nei miei progetti. C’è il timore della delusione.

Ma alla fine della fiera c’è la soddisfazione e il sentire di stare facendo cose in cui mi riconosco.

C’è un altro aspetto importante della faccenda, che mi preme comunicare: la resilienza. Sono felice di quello che sto facendo ma non penso di essere arrivata, anzi: mi terrorizzerebbe l’idea. Penso e sento che da cosa nasce cosa e che dall’essere immersi in ciò che piace è naturale conoscere persone, situazioni, progetti, realtà, opportunità simili ai propri interessi. Lavoro tramite contratti che non offrono nessun tipo di garanzia, né certezze o tutele. Ma sono sulla strada che volevo percorrere e sono fiduciosa del cammino che mi aspetta su questa rotta.

Oggi come oggi se qualcuno mi chiedesse consigli su come fare a fare ciò che si ama, direi che sono tre le cose basilari: capire cosa si ama davvero e una volta compreso fare di tutto per immergervisi, qualunque cosa significhi per voi. E la terza è che tutte le volte che pensiamo di non avere scelta o alternativa, dobbiamo solo guardare meglio perché l’alternativa c’è quasi sempre: i sogni meritano coraggio e il coraggio non è non avere paura, ma essere capaci di andare oltre la paura.

Dunque buon compleanno caro blog, che – a proposito di resilienza! – sei nato con l’intento di durare solo un anno e invece sei ancora qui 🙂

A colei che mi ha fatta uscire dalla stanza

Spesso, quando mi trovo a spiegare cosa siano le questioni di genere, mi capita di usare un’immagine: quella di una stanza con le pareti dipinte di azzurro.

Immaginate di essere nate e cresciute in una stanza con le pareti dipinte di azzurro. Crederete che quel colore sia la normalità, che tutto il mondo sia fatto di stanze con pareti azzurre. Fino a quando qualcuno entra, vi prende per mano e vi accompagna fuori. Allora non solo scoprite che l’azzurro non è l’unica scelta possibile per quelle pareti, ma anche che possono esserci altri modi di abitare o ripararsi, che le pareti possono essere fatte  di materiali diversi o addirittura potrebbero pure non essere necessarie.

Ieri è morta Anna Rossi Doria, colei che mi ha fatta uscire dalla stanza. Mi ha portata a vedere cosa ci fosse fuori, un’ora dopo l’altra, in quella che nel corso di laurea si chiamava “Storia delle donne in età contemporanea”, ma che lei ci disse essere una dicitura non corretta, perché non si stava facendo una storia delle donne, separata da quella degli uomini: piuttosto si sarebbe dovuta chiamare “Storia di genere”, perché era delle attribuzioni culturali dei ruoli che si stava parlando. Con l’auspicio che un giorno non fosse più necessario un corso “altro” e che si potesse chiamare finalmente “Storia” una disciplina in cui metà dell’umanità non fosse più assente.

E così, nel corso delle sue lezioni, si sgretolarono le verità assolute, come quella della generica bontà delle donne, smentita ad esempio dai focus sul ruolo attivo delle donne nel nazismo .

Ci si fece domande su concetti assodati, come quello della virilità. Cos’è la virilità? E soprattutto: perché è molto facile sentire frasi come “comportati da uomo! dimostra di essere un vero uomo!”, mentre ad una donna non si chiede mai di dimostrare di essere “vera” e si dà per scontato che lo sia? E perché la performance della virilità sembra passare dal rinnegare tutto ciò (comportamenti, inclinazioni) che è ritenuto femminile?

Si scoprì che quello delle donne durante la Resistenza non fu un “contributo”, come ce lo raccontarono a scuola in un trafiletto grigio a lato della storia importante – quella fatta dagli uomini ovviamente – ma che senza le donne non ci sarebbe stata nessuna resistenza. Ci si fermò a riflettere sulla scelta volontaria di chi, tenuta da sempre lontana dalla politica e non obbligata come gli uomini a scegliere tra leva obbligatoria e clandestinità, divenne partigiana. E ci si amareggiò nell’ascoltare che a liberazione avvenuta tutte queste storie furono occultate, a partire dalle sfilate nelle piazze liberate, sfilate in cui alle donne fu proibito di partecipare.

Ogni lezione una scoperta, una prospettiva nuova che ridimensionava quella stanza azzurra e che non solo mi ha dato la capacità di vedere che c’era un mondo altro già nel mondo in cui vivevo, ma ha fatto molto di più. L’azione di svelare qualcosa che fino a quel momento era nascosto ai nostri occhi può avere due effetti opposti:  essere un’esperienza illuminante o risolversi in un trauma. Dipende da come lo svelamento viene gestito, se vengono forniti strumenti adeguati alla comprensione o se dopo che il velo è stato sollevato si viene abbandonate a se stesse nella nuova complessità del mondo.

Per me si è trattato di una vera e propria illuminazione, perché nell’uscire da quella stanza ho portato con me due abilità: senso critico e capacità di analisi. Doni preziosi costruiti pazientemente spiegazione dopo spiegazione, pagina dopo pagina, libro dopo libro, che mi permettono oggi di vedere la vita da una prospettiva diversa e  allo stesso tempo di comprendere ciò che la nuova prospettiva di volta in volta mi svela . Non credo di essere in grado di pensare per me stessa a doni più belli.

Le tematiche di genere fanno paura perché ci dicono che quel che abbiamo sempre creduto essere naturale in realtà è solo abituale. Ci fanno paura perché gli stereotipi semplificano la complessità: quello è da maschio, quello è da femmina, se sei maschio fai così, se sei femmina fai colà. Le donne sono sempre state in casa a pensare ai bambini, gli uomini al lavoro e nella cosa pubblica. Questo è bene, quello è male, le stanze o sono azzurre o non sono.

Gli stereotipi che prendiamo per verità ci risparmiamo domande e ragionamenti, ci danno una stanza azzurra in cui chiuderci per ripararci dalla complessità del mondo, facendoci credere che quello sia il mondo. Ma per quanto timore abbiamo, per quanto vogliamo ostinarci a restare nella stanza, quella stanza non è il mondo: è solo una stanza.

E io sarò per sempre grata a colei che da lì mi ha fatta uscire.


Originariamente postato qui.

Non c’è tempo per la perfezione

typewriter-801921_1280Il grande romanziere americano Robert Stone disse una volta, con una battuta, di possedere le due qualità peggiori per chi voglia fare lo scrittore: sono pigro, affermò, e perfezionista. Se volete una vita creativa soddisfacente, date retta a me, evitate di farne uso. Al contrario, dovrete imparare a diventare una disciplinatissima schiappa.

La prima cosa da fare è dimenticare la perfezione. Non c’è tempo per la perfezione. E, in ogni caso, la perfezione è irraggiungibile. É una leggenda, una trappola, una ruota per i criceti che vi porta dritti alla morte. Lo spiega molto bene Rebecca Solnit: “Siamo in tanti a credere nella perfezione, e questo rovina tutto, perché la perfezione non solo è nemica del bene, ma anche della realtà, del possibile, del divertimento”.

Il perfezionismo ci impedisce di portare a termine un lavoro, ma peggio ancora spesso ci impedisce di iniziarloI perfezionisti decidono in anticipo che il risultato finale non potrà mai essere soddisfacente, quindi non ci si mettono nemmeno.

E l’inganno peggiore del perfezionismo è che si maschera da virtù. Ai colloqui di lavoro, ad esempio, la gente spende il perfezionismo come se fosse un punto di forza, mostrandosi fiera di qualcosa che invece impedisce di godere appieno di una vita creativa. Le persone si appuntano al petto il perfezionismo come se fosse una medaglia all’onore, simbolo di gusti raffinati e standard altissimi.

Io la vedo in modo diverso. Credo che il perfezionismo sia una versione esasperata e griffata della paura, niente di più. Credo sia semplicemente paura, agghindata con un paio di scarpe alla moda e una pelliccia di visone, che finge eleganza per allontanare il terrore. Perché sotto la patina lucente del perfezionismo si nasconde una profonda angoscia esistenziale, che sottintende questo pensiero: “Non sono abbastanza bravo e non lo sarò mai”.

É un’esca pericolosa in particolar modo per le donne, che a mio parere sono più esigenti con se stesse rispetto agli uomini. Ci sono molte ragioni per cui ai giorni nostri le voci e le visioni delle donne non sono sufficientemente rappresentate in campo creativo. Parte della loro esclusione si può imputare alla solita vecchia misoginia, ma anche al fatto che molto spesso sono proprio le donne ad astenersi dal parteciparne. Non mettono in gioco le loro idee, il loro contributo, la loro capacità di leadership e il loro talento. Sono ancora troppo convinte di non meritare il permesso di farsi avanti fino a quando non reputano che il loro lavoro sia perfetto e al di sopra di ogni possibile critica.

D’altro canto, il fatto di proporre qualcosa di decisamente non perfetto raramente impedisce agli uomini di partecipare al dialogo culturale. Dico per dire. E non è una critica agli uomini, in ogni caso. Mi piace questa loro caratteristica, questa loro assurda sproporzionata fiducia in se stessi che li porta a dire: “Sono qualificato al quarantuno per cento per questo compito, quindi datemi il lavoro!”. Certo, a volte i risultati sono disastrosi e ridicoli, ma per quanto possa sembrare strano, altre volte funziona – e così, un uomo che apparentemente non è pronto per un dato compito, che non ne è all’altezza, chissà come accresce in un batter d’occhi il proprio potenziale, con uno di quei balzi sconsiderati che si fanno quando credi davvero in qualcosa.

Mi piacerebbe ci fossero più donne disposte a fare questi balzi sconsiderati.

E invece ho sempre visto sin troppe donne fare esattamente il contrario: Ho visto sin troppe ragazze brillanti e dotate dire: “Sono qualificata al novantotto per cento per questo compito, ma finché non mi guadagno quello spicchio di competenza che mi manca me ne resto in disparte, per sicurezza”:

Non riesco proprio a immaginare perché mai le donne pensino di dover essere perfette per poter essere amate o avere successo. (Ah ah ah, sto scherzando! Me lo immagino benissimo: è colpa di tutti i messaggi che la società ci invia ogni giorno da sempre! Grazie, storia dell’umanità!) Ma noi donne dovremmo spezzare questa catena dentro di noi – e siamo davvero le uniche a poterlo fare. Dobbiamo capire che tendere al perfezionismo è una corrosiva perdita di tempo, perché niente è mai al riparo delle critiche. A prescindere da quanto vi dedichiate a tentare di rendere impeccabile qualcosa, ci sarà sempre qualcuno che ci troverà una pecca (c’è ancora qualcuno che considera le sinfonie di Beethoven un tantino troppo… come dire… rumorose). A un certo momento dovete mettere uno stop al vostro lavoro e lasciarlo andare così com’è – se non altro per avere la possibilità di mettervi a fare altro, con il il cuore risoluto e contento.

da “Big Magic”,
Elizabeth Gilbert

(corsivo suo, grassetto mio)

Da alcuni anni cerco di “spacciare” il più possibile questo interessantissimo articolo di Internazionale sulla fiducia che le donne hanno in loro stesse.  L’articolo riguarda un libro che ha fatto molto discutere negli Stati Uniti e il tema centrale è il tentativo di rispondere alla domanda su come mai pur studiando, lavorando e facendo carriere, le donne guadagnino meno degli uomini e non arrivino quasi mai ai vertici. Si parla di questioni fondamentali, tra cui l’approccio al fallimento, che per ragioni culturali viene appreso in maniera diversa da uomini e donne, insegnando indirettamente ai primi che il fallimento fa parte della vita, è solo uno degli step possibili, mentre per le donne il peso del fallire è quello di una scure che cade sulla propria autostima. Molto interessanti e valide anche le considerazioni differenti, a latere, di Jessica Valenti.

Da quando faccio girare questo articolo sono state molte le donne che si sono riconosciute in toto o in parte nelle considerazioni in esso contenute: a proposito della stima dello stipendio atteso, ad esempio, o dell’approccio nella ricerca del lavoro (sostanzialmente quanto dice Gilbert nel brano qui riportato). Mi è piaciuto integrarlo col discorso sul perfezionismo, lo trovo molto aderente alla realtà, mia ma non solo. E trovo che sia una prospettiva molto interessante quella di al perfezionismo dal punto di vista della paura.

Voi ci avete mai pensato? É qualcosa che vi risuona o sentite distante?

Eudaimonìa

Trovo bellissimi i video di Internazionale in cui Alain De Botton spiega i filosofi. In quello su Platone De Botton è molto bravo a far capire quanto questo pensatore sia assolutamente attuale.

Platone, vissuto nell’Atene di 2400 anni fa, dedica la sua vita ad aiutare le persone a raggiungere l’eudaimonìa, ovvero la felicità (o completezza).

Sono quattro le idee che Platone suggerisce per raggiungere la felicità

  1. Pensare di più: invece di accettare opinioni preconfezionate da un senso comune pieno di errori, superstizioni e pregiudizi bisogna conoscere se stessi e sottoporre le proprie idee all’analisi, piuttosto che agire d’impulso.
  2. Lasciare che la persona amata ci cambi: secondo Platone “il vero amore è ammirazione”, ovvero l’interesse nei confronti di qualità che l’altra persona ha e che a noi mancano e stando vicini si può reciprocamente migliorare se stessi acquisendo in parte quelle qualità.
  3. Decodificare il messaggio della bellezza: Platone si chiede “Perché le cose belle ci piacciono?”. La sua risposta è: perché ci sussurrano cose interessanti. Ci piacciono cose belle quando sussurrano qualità di cui avremmo bisogno ma che mancano nella nostra vita. Gli oggetti belli educano la nostra anima.
  4. Riformare la società: Platone si domandava “In che modo una società può produrre persone felici?”. La società ateniese del tempo era molto concentrata su particolari figure: personaggi ricchi o famosi atleti. la celebrità influenza il nostro comportamento e gli “eroi negativi”rendono i difetti del carattere affascinanti agli occhi di tutti. Platone voleva dare quindi alla città nuove celebrità che incarnassero ideali di saggezza e bene. Allo stesso tempo voleva far terminare la democrazia ad Atene, ma non per instaurare una dittatura. Aveva notato che pochissime persone pensano prima di votare e così Atene aveva governanti assai inadeguati. Voleva evitare che la gente votasse prima di aver iniziato a pensare, ovvero prima che fossero diventati filosofi. Ecco perché fondò l’ Accademia, una scuola in cui le persone imparavano non solo la matematica e l’ortografia, ma anche come essere buone e oneste. Il suo obiettivo era che i politici diventassero filosofi e i filosofi politici.

Buona visione! 

Lavoro, precarietà, libertà e felicità

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Alcuni ingredienti della mia felicità: una spiaggia libera, quattro bastoni portati dal mare, un telo rosso a farci da tetto, un libro, un incenso e un’amorevole compagnia.

Un paio di giorni fa leggevo lo sfogo di Sara sulla fatica di doversi dedicare quotidianamente ad un lavoro che non piace circondati da persone che ci fanno stare male, sul desiderio di invertire la rotta, mollare tutto e la paura di non farcela. Nel suo articolo si chiedeva se la vita le stesse suggerendo di prendere coraggio e mandare tutto a quel paese e se fosse il momento di mettere se stessa e i suoi bisogni al primo posto. Questa la mia risposta:

Cara Sara, io credo che le risposte tu te le sia già date in questo articolo. Farsi avvelenare quotidianamente è un male e la soluzione non credo sia farsi esami di coscienza per vivere meglio l’avvelenamento, ma smettere di avvelenarsi. So bene che non è facile, ne abbiamo parlato tanto anche privatamente, ma la vita è una, noi siamo uniche e sprecare il tempo a fare lavori che ci imbruttiscono non è ciò per cui siamo fatte. Serve coraggio, che non è assenza di paura, ma il riconoscimento della paura, l’accettazione di questa paura e la capacità di andare oltre. Serve immaginazione e fantasia, per pensarsi altro, per pensarsi altrove, per costruire scenari impensabili. Un abbraccio

Stamattina S., amica che lavora nella Pubblica Amministrazione come precaria, si sfoga su una chat di Wapp condivisa su quanto sia stanca di vedere intorno a sé canali preferenziali per richieste ferie o permessi in cui non è inserita in quanto precaria e senza conoscenze e di sentirsi costantemente a disagio e fuori luogo e dover ingoiare tutto e comportarsi come un cane obbediente e leccaculo nella speranza di un’assunzione. Nel risponderle le dicevo che certamente la precarietà può far tendere al servilismo, ma che poi l’asticella del grado di sopportazione ognuno la pone per sé e lei ha risposto lapidaria che “La precarietà è servilismo, non si può fare diversamente”.

No. Io non penso affatto così e sono fermamente convinta che dirsi che “non si può fare diversamente” sia il primo e più forte laccio delle nostre catene. Nessuno qui vuole mettere in discussione il fatto di vivere in un periodo economico buio, ingiusto, in cui tutte le sicurezze della generazione dei nostri genitori ora non esistono più. Ma il fatto è che quelle sicurezze erano in realtà un sogno collettivo durato decenni da un popolo che ha vissuto al di sopra delle proprie possibilità (avete presente il debito pubblico? Ecco…).

Posta questa base però convincersi che non ci sia scelta e che siamo tutti costretti ad essere servili non fa altro che farci permanere all’interno di situazioni che non ci piacciono perché ci convinciamo che si possa fare solo così. L’amica in questione parlava del fatto di essere soli, della perdita di potere dei sindacati e dell’impossibilità di vedere tutelati i propri diritti se lasciati soli a noi stessi. Ma a questa affermazione a me viene da chiedere: e tu quante volte hai scioperato? O sei andata ad una manifestazione? Hai partecipato a un collettivo, a una raccolta firme di tua volontà? I sindacati hanno funzionato quando c’era gente unita e disposta a scioperare per giorni per i propri diritti, al giorno d’oggi non trovi nemmeno quelli che scioperano qualche ora… Spesso noto molto scollamento tra ciò che ci si aspetta da una qualche entità superiore (Stato, società) e ciò che si è disposti a fare come individui appartenenti ad una collettività.

Ma oltre a questo il mio ragionamento di fondo è un altro: in un mondo del lavoro in cui anche se hai laurea, master, dottorato, fluent english, esperienza di quattro anni nella stessa mansione COMUNQUE non vai bene e ti trovi il più delle volte a non fare lavori per cui hai studiato, l’approccio deve cambiare. E deve cambiare prima di tutto dentro di noi. Dobbiamo zittire le aspettative inculcate dai genitori, dalla scuola, dai parenti, da noi stessi, dalla società per cui se vai a lavorare in un ufficio davanti al PC sei ok, se invece fai la fioraia sei sprecata. Ora come non mai dovremmo cercare di essere massimamente connessi con ciò che riteniamo importante nella nostra vita, con ciò che ci piace fare e che ci fa stare bene. Vi riporto tre esempi:

  • ESEMPIO 1: MIA SORELLA

La mia cara sorellina ha lavorato tutta l’estate scorsa ad una baracchina dei gelati per mettere da parte i soldi per l’Overseas che l’avrebbe portata un anno a studiare a Chicago. In questa baracchina si è trovata benissimo: grande amicizia con la proprietaria, super integrata con i clienti, tanto che quando è partita per gli States le mandavano messaggi e a volte la chiamavano tutti insieme su skype dai tavoli della baracchina. Ora è tornata in Italia, negli States è stata un mostro di bravura e ha preso il massimo dei voti in tutti gli esami, ma ugualmente va a fare delle serate in baracchina perchè lavorare lì le piace, le ore scorrono veloci e torna a casa serena. E’ il lavoro che si augura di fare tutta la vita? Direi di no, ma se non dovesse riuscire a fare ciò che vuole fare ha capito che è più importante lavorare serenamente che essere costretti  a fare il lavoro per cui si è studiato circondati da carogne, precarietà e frustrazione.

  • ESEMPIO 2: SORELLA DELLA MIA AMICA G.

Lavorava in una grande catena di bigiotteria: turni massacranti, a volte impossibilitata perfino ad andare in bagno, la sua vita era costellata di crisi di panico fino a quando ha detto basta. Si è licenziata ed è andata a raccogliere le pere. Estate serena come non succedeva da tempo e nel frattempo si era iscritta all’accademia delle belle arti. Adesso produce artigianalmente collane e prodotti vari, collabora con uno studio e da poco tempo ha aperto un suo studio in città con altre ragazze artigiane come lei. E’ piena di soldi? No. E’ faticoso? Sì. E’ serena? Sì, e si vede.

  • ESEMPIO 3: AMICA DI AMICO C.

Lavorava in una azienda di formazione, faceva progetti vari, nelle scuole e con gli adulti. Orari assurdi, gestione caotica, paga misera: dopo anni ha deciso che non ne valeva più la pensa. Si è licenziata e per puro caso ha fatto un periodo di prova da una fioraia. Ha scoperto che era un lavoro che le piaceva moltissimo e dopo qualche anno la titolare è andata in pensione e le ha chiesto se voleva rilevare l’attività. Ora vende fiori in centro a Bologna.

Tornando alla discussione su Wapp l’amica V. ha detto che lei si trovava in una via di mezzo tra il pessimismo di S. e il mio idealismo, dicendo che a differenza di S. pensava che le possibilità ci fossero, ma a differenza mia credeva fosse necessario scendere a compromessi. 

Ora. Sappiamo tutti che Wapp non è lo spazio ideale per queste conversazioni, però. Mi fa effetto che qualcuno giudichi idealista questo mio pensiero e mi fa effetto che qualcuno pensi che io non scenda a compromessi. Perché per me non è questione di seguire “nobili ideali”, ma di essere connessa con quello che sento. E aver lavorato per due anni in un’azienda che non c’entrava nulla non solo con ciò che avevo studiato, ma nemmeno con ciò che vagamente mi interessava cos’è, se non un compromesso tra ciò che si vorrebbe fare e il voler portare a casa la pagnotta? E ancora: lavorare per anni in un doposcuola in cui la gestione era talmente sbagliata, i genitori così incapaci e i bambini così problematici da aver passato un anno in cui mi ammalavo a tutte le feste comandate e in tutti i giorni di vacanza? Solo io ci leggo dei segnali? No, non mi sono licenziata per idealismo, a meno che qualcuno non creda che il perseguire una vita serena e sana sia addirittura un ideale.

Certo che i compromessi esistono, ma ci sono compromessi e compromessi. Compromessi che ci logorano e altri che tutto sommato ci permettono di trovare un buon equilibrio di vita. Dovremmo solo smettere di credere che passare giornate a studiare per concorsi che se vinti ti permetterebbero di avere un contratto a tempo indeterminato in un ambito in cui il lavoro che  fai ti annoia mortalmente e la gente che hai intorno non ti piace sia meglio che vendere fiori. O servire caffè.

Quanto ci serve per essere felici? E soprattutto: COSA? Siamo sicuri che ciò che diciamo di desiderare lo desideriamo davvero o ce l’hanno fatto desiderare?

 

La bellezza intorno

IMG_20160612_230651In questi giorni mi sento molto molto consapevole delle belle cose che ho intorno. Pur pensando sempre alla mia casetta in sasso in un bel posto nella natura, non posso fare a meno di notare la fortuna che ho nella mia attuale condizione abitativa: a tre minuti a piedi da casa mia c’è la palestra in cui faccio yoga, con un’insegnante molto brava le cui lezioni mi piacciono molto.
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A un quarto d’ora di macchina, in un paesino vicino, c’è il mio cinemino adorato, di quelli ancora piccoli, con le poltrone di velluto rosso, preso in gestione una decina d’anni fa da dei ragazzi molto bravi che hanno ideato le rassegne del giovedì a 5 euro sempre con bei titoli e anche la programmazione del week end è spesso interessante, pur dovendo fare i conti con una realtà di provincia. Che meraviglia poter vedere i film sul grande schermo in una realtà in cui consoci i proprietari che ti accolgono sempre col sorriso e ti danno il tagliando da 1 a 10 per votare il film! Perché altrimenti sarei dovuta andare in città, partendo un’ora e mezza prima e rischiando di perdere il film a causa della mancanza di parcheggio, cosa già successa un paio di volte (impossibile andare in serata in città coi mezzi pubblici: non ci sono).
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E che dire poi della biblioteca del mio paese? Avere tutta quella cultura a disposizione, sentire un titolo di un libro che vorrei leggere, cercarlo da me nel sito del sistema intrabibliotecario e sapere che se la mia biblioteca non l’ha ci sono buone probabilità che la stessa biblioteca possa trovarlo e farselo arrivare dalle biblioteche associate, senza alcun costo per me.
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E con un’oretta di macchina arrivo in Appennino, in posti balsamici per il cuore: da un lato fiumi che scorrono nelle gole, con tanto di cascata; dall’altro fiumi placidi con cascatelle e paesini minuscoli in cui terminare la giornata fiume con uno spritz nel pratone del bar del paese da cui si domina la vallata; o passeggiate nei boschi, come quella di sabato notte, alla ricerca delle lucciole: una serata incantata, in cui accompagnati di una guida del territorio, siamo partiti al buio, illuminati dalla luna, camminando in mezzo alla natura accompagnati da centinaia di lucciole e sostando ad ascoltare poesie, informazioni su questi piccoli e magici insetti, e la musica di flauti, ghironde e arpe medievali in mezzo ad un bellissimo parco regionale.
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E finisco ricordandomi la fortuna di vivere con qualcuno che ti vuole bene e con cui sai di poterti confrontare e consigliare a vicenda. Qualcuno che rispetti e che ti rispetta, anche nei tempi e nei modi.
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Tutto questo non per dire che voglio restare qui per sempre, ma che a volte nell’inseguire sogni di gloria e paesaggi immaginari, ci si dimentica della bellezza che è intorno. E che, nel mio caso, mi pare tanta. E’ un peccato darla per scontato, e mi pare un bell’esercizio quello di fermarsi un momento e raccontarsela. Se volete raccontarmi la vostra, sono tutta orecchie!

La fatica (e il piacere) di essere quel che si è

THATQualche tempo fa ho letto un bel post dal titolo “Essere vero a te stesso” che mi ha fatto ripensare a un episodio di un anno e mezzo fa: in  una chat di amici il solito amico aveva fatto l’ennesima battuta in cui prendeva in giro una ragazza del gruppo dandole sottilmente della stupida. Era un tema ricorrente e se c’è una cosa che non sopporto è quando si vuole far ridere sfottendo qualcuno, il famoso ridere “di” invece che ridere “con”. Di pancia era una cosa che mi irritava molto e mi sono chiesta che fare: appesantire la chat condivisa facendo notare che la battuta non mi faceva ridere o lasciar correre? Ho optato per la prima, pur sapendo che ne avrei pagato le conseguenze. E infatti così è stato. Perché chiaramente tu hai tutto il diritto di prendere in giro qualcuno, mentre io non ho il diritto di rovinare il “bellissimo clima gaudente” di quella chat. Perché poi sono io la persona pesante, che non sa stare allo scherzo (e che bello scherzo!). Sono io quella che se la prende, la battuta era ingenua, infatti la diretta interessata non si è lamentata, perché devi farlo tu? Lo faccio perché una cosa non è ingiusta solo se a ritenerla tale è la diretta interessata, per la stessa ragione per cui se vedo maltrattare un venditore di rose o accendini nei locali dico qualcosa, anche se lui non dice nulla. So’ fatta così.

Il fatto – nonché il cuore di questo post – è che mi pare di vivere da sempre una lotta tra come sono fatta e la gestione delle conseguenze delle mie azioni. Ci pensai dopo l’episodio della chat e ne scrissi qui. Averne scritto mi ha aiutata, ma ecco che ci torno a pensare oggi, giornata in cui ho commentato un post su fb di un tizio che conosco solo per un interessante lavoro di critica delle gabbie della mascolinità appresa, di quella continua e costante performace che è la “virilità”. Insomma, un tizio di cui condivido i contenuti, ma che oggi sparava a zero su un articolo di Serra a proposito di femminicidio. E insomma, non so se avete presente la sensazione, ma di nuovo dentro di me quel misto di sentimenti: dire la mia, andando controcorrente (e sapendo di sollevare polveroni di sostenitori del tizio in questione). O tacere e starmene tranquilla. Come immaginerete ho di nuovo optato per la prima, ed ecco una pioggia di commenti “contrari” al mio punto di vista. E di nuovo quell’altra sensazione, che per un momento mi fa pensare “eh, se fossi stata zitta…” ma poi zitta non ci so stare e ho rincarato la dose con un ulteriore lunghissimo commento, che certamente non passerà inosservato. E mentre aspetto l’ennesima pioggia di commenti che “mi rimettano al mio posto”, mi accorgo che in realtà nel cuore sono felice. Perché io sono così e devo farmene una ragione: non posso piacere a tutti, così come non tutti mi  piacciono. E in realtà c’è un bel sorriso in fondo al mio cuore: quello che mi viene dal pensare che sono andata oltre la paura, il timore. Che forse qualcuno mi darà dell’ignorante perché nelle mie riflessioni ho sottovalutato questo e quello, non ho preso in considerazione quella teoria, non ho calcolato le reazioni di certe parole. Evabbè. Ma avevo una cosa da dire, e l’ho detta, ché anche la libertà di parola ha bisogno di allenamento, consapevole che gli allenamenti non sempre sono indolori.

Buone aperte dichiarazioni a tutte e tutti!

Confederazione delle anime

%22...e limonatepienedi zucchero%22“Voglio farle una domanda, disse il dottor Cardoso, lei conosce i mèdecins-philosophes? No, ammise Pereira, non li conosco, chi sono? I principali sono Thèodule Ribot e Pierre Janet, disse il dottor Cardoso, è sui loro testi che ho studiato a Parigi, sono medici e psicologi, ma anche filosofi, sostengono una teoria che i pare interessante, quella della confederazione delle anime. Mi racconti questa teoria, disse Pereira. Ebbene, disse il dottor Cardoso, credere di essere “uno” che fa parte a sé, staccato dalla incommensurabile pluralità dei propri io, rappresenta un’illusione, peraltro ingenua, di un’unica anima di tradizione cristiana, il dottor Ribot e il dottor Janet vedono la personalità come una confederazione di varie anime, perché noi abbiamo varie anime dentro di noi, nevvero, una confederazione che si pone sotto il controllo di un io egemone. Il dottor Cardoso fece una piccola pausa e poi continuò: quella che viene chiamata la norma, o il nostro essere, o la normalità, è solo un risultato, non una premessa, e dipende dal controllo di un io egemone che si è imposto nella confederazione delle nostre anime; nel caso che sorga un altro io, più forte e più potente, codesto io spodesta l’io egemone e ne prende il posto, passando a dirigere la coorte delle anime, meglio la confederazione, e la preminenza si mantiene fino a quando non viene spodestato a sua volta da un altro io egemone che sta prendendo la testa della confederazione delle sue anime, dottor Pereira, e lei non può farci nulla, può solo eventualmente assecondarlo.

Il dottor Cardoso finì di mangiare la sua macedonia e si asciugò la bocca con il tovagliolo. E dunque cosa mi resterebbe da fare?, chiese Pereira. Nulla, rispose il dottor Cardoso, semplicemente aspettare, forse c’è un io egemone che in lei, dopo una lenta erosione, dopo tutti questi anni passati nel giornalismo a fare la cronaca nera credendo che la letteratura fosse la cosa più importante del mondo, forse c’è un io egemone che sta prendendo la guida della confederazione delle sue anime, lei lo lasci venire alla superficie, tanto non può fare diversamente, non ci riuscirebbe e entrerebbe in conflitto con se stesso, e se vuole pentirsi della sua vita si penta pure, e anche se ha voglia di raccontarlo a un sacerdote glielo racconti, insomma dottor Pereira, se lei comincia a pensare che quei ragazzi hanno ragione e che la sua vita finora è stata inutile, lo pensi pure, forse da ora in avanti la sua vita non le sembrerà più inutile, si lasci guidare dal suo nuovo io egemone e non compensi il suo tormento con il cibo e le limonate piene di zucchero”.

da Sostiene Pereira
Antonio Tabucchi