Qual è il tuo “panino alla cacca”?

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Ho finito “Big Magic” di Elizabeth Gilbert è lo consiglio a chiunque stia percorrendo (o stia pensando di percorrere) la strada della vita creativa, qualunque sia il significato che si attribuisce a questo aggettivo. È uno di quei libri che mi ha dato molti spunti su cui riflettere e che, una volta finito, voglio rileggere per fissare in testa alcuni concetti.

Uno di quelli che mi ha colpita di più è quello del “panino alla cacca”. È una citazione che l’autrice prende in prestito dallo scrittore Mark Manson, il quale sostiene che per comprendere al meglio quale sia davvero la nostra passione bisogna farsi questa domanda:

Qual è il tuo panino alla cacca preferito?

Quel che vuole dire Manson (e Gilbert con lui) è che una vita creativa non è costellata da un successo dopo l’altro, ma di tanta fatica, problemi, imprevisti, scoraggiamenti che ne fanno parte tanto quanto l’ispirazione e ciò che siamo in grado di creare. Allora la domanda non è tanto “cosa ti piace fare” ma “qual è la mer*a che sei disposto a mangiare per fare quello che ti piace?”

Trovo che questa sia una domanda molto intelligente, perché spesso si ha una visone parziale e edulcorata dell’arte di creare, e non si prende mai in considerazione il lato oscuro. Il bello di questo libro (e di questo consiglio) è che vale per ogni ambito che venga investito dalla creatività, che può essere sviluppata in tanti modi diversi. Si può voler diventare dei bravi vignaioli bio ad esempio, ma se non si sopporta l’idea di passare mesi a potare la vigna, anche in condizioni climatiche avverse, forse non è il mestiere che fa per noi. Si potrebbe voler diventare un grande pianista, ma se solo a sentir parlare di solfeggio sveniamo dalla noia, evidentemente siamo solo abbagliati da un’idea e non siamo disposti a sostenere i sacrifici necessari al suo compimento.

Tutto questo è in linea con il discorso sui compromessi che ho fatto poco tempo fa e mi ha aiutata molto (ma davvero molto!) di ritorno dagli ultimi progetti, facendomi comprendere che la mer*a compresa nel pacchetto era proprio quella che ero disposta a mangiare per continuare a fare quello che voglio fare.

Osservare le proprie idee, le proprie passioni, lo scopo che crediamo di voler raggiungere nella vita da questa prospettiva ribaltata credo possa aiutare a chiarire le idee molto meglio di un generico “mi piacerebbe proprio fare…”.

Spesso diciamo che ci piacerebbe vedere il panorama dall’alto di una vetta, ma siamo consapevoli che per arrivarci dobbiamo fare molta fatica? E una volta consapevoli, siamo comunque disposti a farla? Se la risposta è sì, allora complimenti, l’abbiamo trovata: quella è la passione che fa per noi.

 

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8 pensieri riguardo “Qual è il tuo “panino alla cacca”?

  1. ho una certa esperienza di cose di questo tipo, data da alcuni “fallimenti” alle mie spalle che mi hanno insegnato sulla pelle che prevenire è meglio che curare soprattutto perchè l’avventura imprenditoriale, soprattutto in Italia, è qualcosa che può metterti davanti ad incognite che non ti aspetti (grazie ad una burocrazia che definire farraginosa è eufemistico), ma anche in generale… in ogni caso è dura.
    Molte volte mi sono sentita dire: ma allora perchè lo fai?
    Lo faccio e vado avanti perchè altro non so fare. Perchè quando le dà, le soddisfazioni sono enormi e ti ripagano degli sbattimenti che ti sei fatto. Devi essere preparato al fatto che ogni istante ed ogni tua decisione in merito costruirà il tuo futuro. Si a dirlo così viene l’ansia….ma è la pura e semplice realtà e se previeni il prevenibile (con un buon business plan per esempio) e impari ad ascoltare sia te stesso che i tuoi clienti tenendo sempre bene in mente l’obiettivo, stai sul pezzo insomma, ad un certo punto certi meccanismi diventano più semplici.
    Credo inoltre che non devi scambiare certe palesi mancanze di rispetto con i compromessi da fare e mi riferisco all’ultimo post sullo scherzo che ti hanno fatto, quello sulla violenza. I compromessi ci sono e sono quelli che stabilisci con il committente che parla con te in maniera franca e diretta. Nel caso tuo la preside potrebbe avere qualche problema organizzativo per soddisfare la richiesta di vedere una classe alla volta, é comprensibile, tuttavia è parlandone che si può arrivare a delle soluzioni perchè così come ha fatto invece ha creato molte difficoltà a te e in altri casi ha reso nullo il senso del tuo lavoro. Nel mio caso invece possono esserci lavori che potrebbero costicchiare ma avere un ottimo rendimento a livello economico e quindi il compromesso per me è quello di accettare pagamenti dilazionati o in natura (ciò che offrono, se mi interessa, in pari valore).
    Qual’è il mio panino alla cacca preferito? E’ riuscire a comunicare efficacemente e creare una relazione di fiducia e paritaria….non è propriamente cacca la cosa in se ma la difficoltà di riuscire ad interpretare ciò che vogliono e come sono i miei clienti.

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    1. Cara, il mio panino non è una preside che si approfitta della mia disponibilità (o, detta col beneficio del dubbio, un errore di comunicazione, dato che lei diceva di aver detto all’assessore della sua intenzione di accorpare due classi nel primo turno, che poi sono diventate quattro… ed evidentemente l’assessore ha scordato di comunicarcelo), questa è una questione che va assolutamente chiarita e che non deve più verificarsi. Per “panino alla cacca” intendo quel qualcosa di insito nel tuo lavoro, che ne fa parte per la natura stessa del lavoro che si fa. Il mio panino sono i commenti spiacevoli di ragazzi e ragazze: qualcosa che devo tenere conto che possa verificarsi, soprattutto nelle situazioni scolastiche più problematiche. Tener conto del fatto di non poter andare bene a tutti e che quando ci si espone con la propria arte, il proprio lavoro, la critica è una delle possibilità. Se non lo accetto, questo non è il lavoro che fa per me. Ma ricevere critiche sul mio lavoro (e quindi sul mio pensiero), trovare resistenze perché tocco nervi scoperti e faccio riflettere su situazioni problematiche (come sono le relazioni di coppia o gli stereotipi – che sono tanto comodi perché ci permettono di non dover stare sempre a ragionare su tutto, ci fanno avere un’identità senza la fatica della sua costruzione, un’identità in cui si dice che gli uomini sono così, le donne cosà e tra moglie e marito non mettere dito) fa parte del mio percorso, è il panino alla cacca compreso nel prezzo. E mi sta bene: lo accetto. In questo senso mi ha aiutato la riflessione sul farsi andare bene gli aspetti che non ci piacciono congeniti nelle cose di cui ci si occupa.

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      1. ho capito… allora posso dirti uno che ho scoperto nei mesi scorsi… ma che però è stato eliminato da altri problemi non di mia diretta responsabilità: nel mio progetto iniziale c’era l’idea di fare i banchetti al mercato…. man mano che mi avvicinavo all’obiettivo però mi sono resa conto del fatto che purtroppo la mia misantropia mi rende già difficile vedere le poche persone che conosco e frequento attualmente in maniera continuativa perchè purtroppo sono una persona molto empatica… anzi diciamo sovra-empatica e assorbo le emozioni altrui…figuriamoci stare a contatto con la gente (tanta!) per quasi 12 ore di fila! In ogni caso è un’esperienza che mi affascina e intendo affrontarla, ma non adesso. Sono anche certa che risolvendo il panino alla cacca attuale….arriverò ad una soluzione anche per i miei problemi con la gente.

        Adesso il mio panino alla cacca è riuscire a comunicare efficacemente con cliente i miei bisogni in termini di rispetto di certe condizioni di lavoro che se ci pensi va tutto a loro vantaggio.

        Io credo che però il problema delle critiche sia un “panino alla cacca” per molti che intraprendono un lavoro autonomo e che ci mettono la faccia, e questo panino sia compreso nel pasto alla cacca della “relazione con il cliente”. Hai ragione, molti dovrebbero evitare di farlo il che non implica in alcuni casi smettere di fare quello che amano fare…ma semplicemente trovare altri modi come per esempio il lavoro dipendente. Io ho smesso di fare la grafica perchè mi sono resa conto che non avevo ancora capito quello che volevo e come comunicare questo al cliente. Come posso da grafica pubblicitaria pretendere di insegnare e/o aiutare a comunicare il mio cliente (coi suoi clienti) se non so farlo io? Non ho rinunciato alla cosa…ma ho deciso di fare un passo indietro.
        Sia mia madre che un mio amico mi hanno raccontato di loro sponte che ci hanno provato ad avere un’attività autonoma (mia madre parrucchiera, il mio amico: grafico) ma che si son resi conto che il loro panino alla cacca era proprio l’essere autonomi e quindi doversi occupare di tutto: dalla contabilità, alla relazione con i clienti ma anche coi fornitori, alla propria promozione oltre che fare ciò che sapevano fare. Molto meglio il lavoro dipendente per loro.
        Io invece non c’è la faccio, riconosco che questo panino alla cacca deriva dalle mie pessime esperienze con i capi ma un grosso panino alla cacca del lavoro da dipendente per me è il rapporto con i capi. E diventa non commestibile assolutamente quando mi rendo conto che è un cretino.

        Recentemente però riguardo ad un’altro panino alla cacca che mi opprime, ma intendo superare: lo stress… ho trovato un video…veramente figo. Comunque l’espressione: panino alla cacca mi piace e credo che lo integrerò nel mio post che comincerò a pubblicare fra qualche giorno. Perchè tra le riflessioni tue e quelle scaturite da me in relazione alle tue, il blog c+b… e sto video ho capito che devo un pò stravolgerlo.

        🙂 see yaa soon. :*

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