Non voler abituarsi alla violenza

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Ho passato la mattinata di ieri in una scuola superiore della provincia, in Appennino. É stata una mattinata faticosa: sarei dovuta essere con una mia collega e avremmo dovuto lavorare in parallelo, una classe a testa in contemporanea. Ognuna avrebbe ripetuto il progetto per tre volte, quindi tre classi a testa nel corso della mattinata e sei classi in tutto coinvolte nei progetti. Se non fosse successo che a pochi giorni dalla data dei progetti, la mia collega mi ha detto di essere impossibilitata a venire. Ormai la data era fissata, i progetti erano finanziati dal comune che aveva fatto una delibera apposita per quella giornata, cambiare data era molto problematico. Ho deciso di andare ugualmente, facendomi accompagnare da un’aiutante d’eccezione, ma che essendo appunto d’eccezione non avrebbe potuto gestire i progetti da sola. Da qui la proposta di unire le classi due alla volta gestendole in due persone.

Erano progetti organizzati in occasione del 25 Novembre, anche se sviluppati una settimana dopo. Avremmo parlato di pubblicità, di sessimo pubblicitario, dell’uso del corpo della donna nelle pubblicità, di photoshop, di corpi inesistenti perché massivamente modificati, del significato dell’utilizzo di corpi di donne o pezzi di corpi slegati dal prodotto in vendita, dell’oggetitvazione della donna, delle ricadute di questo, del legame con la violenza, di pubblicità che normalizzano la violenza e di come quasi in tutta Europa esistano leggi contro la pubblicità sessista e in Italia no.

Devo fare una premessa: l’anno precedente eravamo già andate in questo istituto, che comprende varie tipologie di percorsi superiori tutti nella stessa scuola, dal liceo, ai tecnici ai professionali. Eravamo andate in due, la scuola aveva richiesto di fare incontri con quattro classi alla volta, noi c’eravamo opposte ed eravamo arrivate alla mediazione di accorpare due classi per ciclo. Sentivo che la cosa sarebbe stata problematica, ma sia per venire incontro alle richieste dei committenti che per verificare un’impressione non supportata da prove, abbiamo accettato. Ed è stata durissima.

Questa la ragione per cui quest’anno avevamo accordato la nostra collaborazione, ma a patto che si lavorasse su una classe alla volta: immaginate dunque il mio stato d’animo nel dover rimettere insieme due classi.

L’avete immaginato? Bene. Ora immaginatevi come l’ho presa quando, arrivata a scuola, la professoressa di riferimento che ci ha accompagnate in aula magna ci ha detto che al primo turno avremmo avuto Q U A T T R O classi. Avevano deciso così. Non volevano privare delle classi del progetto. L’avevano comunicato all’assessore di riferimento. Peccato che a noi nessuno avesse detto nulla. Ma ormai eravamo in ballo, non restava che entrare nell’arena.

Come dicevo, l’istituto era composto da vari indirizzi e in quella prima ora e mezza le quattro classi erano sia di liceo che di istituto professionale. Dovevamo iniziare alle 8 e alle 8.25 mancava ancora una classe: non si sapeva dove fosse, quale fosse, chi dovesse chiamarla. Finalmente alle 8.30 la bidella va a chiamarla, la classe arriva, composta solo da ragazze (e molto poche) che si siedono tutte in fondo all’aula magna, chiediamo loro di venire avanti, che non ha senso che stiano così lontane, ci rispondono strafottenti di no, lo richiediamo, ma nulla, la professoressa non dice nulla, non fa nulla. E non è un buon inizio.

Insomma, le ore passano, le classi si avvicendano, arriviamo al terzo e ultimo turno, in cui sono mixate una classe di ragazze  del tecnico e una di ragazzi del professionale, una trentina: questi si siedono tutti disordinatamente in fondo all’aula, coi cellulari in mano, parlano fra di loro, i professori non dicono nulla. Decido di non stare alla cattedra ma di andare a parlare in mezzo a loro, la cosa un po’ funziona, un po’ no, è un progetto interattivo, è previsto che si discuta, ma quelli hanno una sorta di comportamento di branco, quel modo di ostentare che sono-grandi-e-se-ne-fottono-di-quello-che-dici.

Mentre parlo mi fermo. C’è un ragazzo che continua a fare il cretino, vado verso di lui e molto serenamente gli dico: “Guarda, questo progetto è fatto per voi. Non è una normale lezione, si parla di cose che normalmente non vengono dette nei programmi scolastici. É un’opportunità per voi, ma se non vi interessa, se non ti interessa, non voglio di certo che mi ascolti per forza. Se non interessa a te stare qui, figurati a me! Io queste cose le so. Quindi: se sei stanco, annoiato, e se il tuo professore è d’accordo, perché non vai a farti un giro fuori? Fai due passi, prendi una boccata d’aria e noi continuiamo, ok? “. A quel punto il prof si sveglia, interviene e gli intima di uscire. E lui mi dice che non vuole, che vuole stare in classe, continuare a sentire la lezione.

Alla fine di ogni progetto diamo i questionari di gradimento in cui chiediamo con varie domande le impressioni di ragazze e ragazzi sui progetti. Li lasciamo anonimi, perché si sentano liberi di esprimersi senza timori di ritorsioni, chiediamo solo di indicare la classe e la sezione. Ma il fatto che siano anonimi non significa che io non sia in grado, per alcuni, di risalire a chi l’ha scritto. Le mie overdose di Foxcrime danno i loro frutti.

E così vedo subito che la ragazza oppositiva della classe arrivata in ritardo ha riempito il questionario di insulti e ci consiglia di cambiare lavoro, una sua amica ci manda affanculo e così anche alcuni ragazzi del professionale dell’ultimo ciclo, che tra un “Succhiamelo” e un “Questo progetto non è servito a un cazzo” fanno bella mostra dell’essere uomini-che-non-devono-chiedere-mai.

Certo, ci sono tanti, tantissimi commenti positivi di tutti i ragazzi e ragazze che abbiamo visto nel corso della mattinata, ma come spesso accade, il bello è liscio e scivola via e il brutto è ruvido e vischioso e ti resta appiccicato.

E così mi porto a casa tante riflessioni e tanti dubbi, pur sapendo che l’errore è a monte, che i temi di cui parliamo hanno bisogno di essere sviluppati una classe alla volta, che nel raggruppare ragazzi di sezioni diverse si sviluppano dinamiche di branco difficili da superare. Ma quello che mi rendo conto che mi ha colpito di più è la violenza: la violenza verbale di queste persone, e soprattutto il pensare e il capire che per loro è pane quotidiano, mandarsi affanculo, offendersi. E di nuovo ragiono sulle parole, sul loro peso, sui significati che portano con sé. Sull’abituarsi a certe parole, sull’abituarsi alla violenza verbale. E sul fatto che io, no, non ci sono abituata.

Parlando con Assessore e vicepreside capisco la loro volontà di portare semi in questi ragazzi, ci dicono che ci sono classi molto difficili, che spesso anche loro se la prendono coi ragazzi, ma il fatto è che dietro a questi adolescenti spesso c’è il vuoto.

Lavorare coi licei è molto più facile, non c’è dubbio. I ragazzi e le ragazze ascoltano, sono disciplinati, possono fare un po’ di confusione, ma c’è rispetto, di certo non ti invitano a succhiarglielo nel questionario di gradimento. Ma poi penso che sono proprio i ragazzi più difficili ad aver bisogno di sentire pensieri altri, ragionamenti diversi, progetti che sviluppino in loro un senso critico. Perché se anche solo uno o due di loro avrà riflettuto (e anche fra quelli del professionale tanti ci hanno ringraziato perché gli abbiamo aperto gli occhi), o se anche solo una o due ragazze che hanno bisogno di aiuto (loro o le loro madri o sorelle o amiche) ora sanno che esistono i centri antiviolenza a cui potersi rivolgere gratuitamente, questi progetti hanno avuto senso.

Qualcuno mi ha detto che questa violenza verbale mi colpisce perché non ci sono abituata, come a dire: a forza di leggerne poi non ci fai più caso. Penso sia vero. Ma arrivata alla fine di questa giornata, con il turbamento che mi porto dentro da ieri, penso che in verità no: non voglio abituarmi alla violenza. Voglio che sia sempre un campanello d’allarme, un indice di qualcosa contro cui combattere, uno stimolo a pensare a che seguito dare.

Mettere nero su bianco tutto questo mi è servito molto e ora sento che il peso sul cuore si sta trasformando in volontà di azione. Sto pensando che sarebbe bello che questo avesse un seguito, che non è educativo lasciar credere ai ragazzi e alle ragazze che nascosti nell’anonimato possano insultare le persone. É la stessa dinamica di Facebook, dove nascosti dietro l’anonimato tanti, troppi insultano pesantemente chiunque. Dovrò fare un report per professori e assessore, che restituiranno alle classi. Mi sta venendo qualche idea su come volgere il brutto in bello.

E se avete consigli, come sempre, sono i benvenuti 🙂

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3 pensieri riguardo “Non voler abituarsi alla violenza

  1. “dietro a questi adolescenti spesso c’è il vuoto.”
    E lo vedo anch’io, stando dalla parte del genitore che quel vuoto lo vede negli occhi degli altri genitori, nella voce menefreghista di quella che dice “quando sono scuola è affar loro, non mio”, quando se c’è un’iniziativa volontaria da portare avanti sono sempre i soliti a tirarsi su le maniche.
    Violenze, anche se piccole e all’apparenza insignificanti. E quel vuoto ha portato anche qui, alle medie, a violenze più grandi: episodi (episodi o quotidianità?) di bullismo e di attacchi del branco (un branco misto, capitanato da una ragazza), in 8 contro una. Botte e pressioni psicologiche continue.
    Fa paura, terrorizza, visto dalla parte del genitore che non vuole essere quel “vuoto”.
    Invece, sapere che c’è qualcuno che si dà da fare per sostenere e tamponare quel vuoto alle spalle, è incoraggiante, e spinge a fare. Dovremmo spingere perché questi programmi fossero obbligatori e produttivi, in tutte le scuole. E non fatti giusto per.
    Io lo farò.

    Grazie per questo racconto. Grazie.

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    1. Grazie a te, davvero, per il tuo “grazie”. Il lavoro che sto portando avanti nelle scuole ha bisogno di una fiducia salda dentro di me: posso mettere semi in tanti terreni sconosciuti solo se ho fiducia nel fatto che ogni volta almeno uno di quei terreni saprà accoglierlo. Magari non lo farà germogliare subito, lo terrà lì, custodito e un giorno ci saranno le condizioni per farlo crescere. Una frase sentita, un’episodio vissuto (o evitato), un film, un racconto, una lettura. Qualcosa attiverà quel seme. Perché questa è la potenza dei semi. Saper aspettare, pazienti. E intanto restare lì, fiduciosi. Che li momento buono arriverà.
      PS. facciamo progetti in scuole di ogni ordine e grado, medie comprese. E in tutta Italia! Se dovesse interessarti provare a portare avanti questi temi e volessi sapere di cosa ci occupiamo e come, sentiti libera di chiedermi info, senza nessun impegno 🙂
      Un saluto!

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