Pepe Mujica e il mio hard disk

Quanto può durare un paio di pantaloni? E una borsa? E una macchina? E per quale ragione smettiamo di usare cose ancora integre e funzionali per comprarne altre praticamente identiche?

Intorno a queste domande ruota il pensiero politico di sobrietà di Pepe Mujica, ex Presidente dell’Uruguay, che durante il suo mandato ha rinunciato al 90% del suo compenso e ha preferito vivere nella sua fattoria piuttosto che negli appartamenti presidenziali.

“Io consumo il necessario ma non accetto lo spreco. Perché quando compro qualcosa non la compro con i soldi, ma con il tempo della mia vita che è servito per guadagnarli. E il tempo della vita è un bene nei confronti del quale bisogna essere avari. Bisogna conservarlo per le cose che ci piacciono e ci motivano. Questo tempo per se stessi io lo chiamo libertà. E se vuoi essere libero devi essere sobrio nei consumi. L’alternativa è farti schiavizzare dal lavoro per permetterti consumi cospicui che però ti tolgono il tempo per vivere… Lo spreco è [invece] funzionale all’accumulazione capitalista [che implica] che si compri di continuo [magari indebitandosi] sino alla morte.  »

fonte Wikipedia

Le sue parole sono arrivate chiare in una delle conferenze organizzate in Italia per la presentazione dell’ultimo libro a lui dedicato “Una pecora nera al potere”. Era mercoledì 9 novembre, il giorno in cui ci si è svegliati con la notizia dell’elezione di Trump. Non poteva esserci balsamo migliore della voce di quest’uomo ottantenne per riuscire a mutare una giornata iniziata decisamente male.

“Dobbiamo sapere chi siamo, cosa c’è dentro al nostro hard disk”.

Questa affermazione dell’ex Presidente uruguaiano mi è rimasta nel cuore. Sono giorni in cui il bisogno di autenticità si fa sempre più urgente, dopo essermi trovata diverse volte a dover occultare parti di me in funzione di una molteplicità di compromessi. E mentre li fronteggiavo, mi chiedevo in continuazione quale fosse il livello di compromesso accettabile e, improvvisamente, ieri l’ho capito.

Stavo sistemando il CV per inviarlo ad una posizione in ambito comunicativo che mi interessava. In quel CV avevo inserito in precedenza anche il link all’altro mio blog poiché richiesto da un’altra posizione nello stesso ambito per cui l’avevo preparato. Per un attimo mi sono domandata se sarebbe stato meglio toglierlo, se avrebbe potuto svantaggiarmi in qualche modo un link ad un blog in cui le mio essere progressista, femminista e antirazzista è espresso in maniera inequivocabile.

Ho deciso di no.

Non voglio fingere di essere una persona che non sono, nemmeno quando la finzione passa per la semplice omissione di informazioni. Le idee qui espresse sono parti fondanti della mia persona e anche se io togliessi i riferimenti dal mio CV, la sostanza non cambierebbe: verrebbero fuori da me in ogni momento. Sì, per qualcuno potrebbero rappresentare un problema, una ragione per non scegliermi. Ne sono consapevole e sono disposta a correre il rischio. Anche perché diversamente cosa ne otterrei? La possibilità di avere un ingresso economico pagata quotidianamente con il dover essere “meno” di quello che sono: non è un compromesso accettabile. Perché  un ambiente di lavoro in cui il mio essere femminista e antirazzista dovesse essere considerato un problema non è l’ambiente in cui voglio lavorare.

Durante quell’incontro su felicità e futuro, Mujica parlò di economia, etica e scelte.

“Uno può decidere se lavorare per quarant’anni per una multinazionale, oppure fare scelte diverse”.

Se non a tutti, a molti nel sentire questa frase sarà balenato il pensiero “Fare scelte diverse in un mercato del lavoro come il nostro? In cui i livelli di disoccupazione sono altissimi? In cui la difficoltà a trovare un posto fa si che ci si tenga stretti qualunque cosa e si accetti qualsiasi livello di compromesso?”.

Ma di certo questo pensiero, se c’è stato, sarà davvero durato il tempo di formularlo,  perché a parlare di scelte c’era un uomo che ha pagato la fedeltà alle proprie idee con dodici anni di prigione in isolamento, in condizioni talmente dure da cibarsi di mosche intrappolate nelle ragnatele, sotto la costante minaccia di fucilazione (e nota bene: della durezza della sua vita in prigione non ne parla mai). Un uomo che quelle idee le ha portate con sé nel suo mandato presidenziale, mostrando al mondo che si può fare politica in maniera diversa da quella a cui siamo – ahimè! –  abituati, opponendo alla fede nella (impossibile e insensata) crescita continua la filosofia della sobrietà. Idee che riempiono saloni e aule magne di persone disposte a stare in piedi ore per ascoltarle.

Tutte le volte che io e la mia visione del mondo non abbiamo camminato insieme, le volte in cui le ho lascito la mano, ho sbagliato. Così come so di non poter andare da nessuna parte senza conoscere me stessa, allo stesso modo sono consapevole che non arriverò nei posti giusti se mi abbandonerò per strada ora per un motivo, ora per un altro, che sia un colloquio, o il semplice (e diabolico) “quieto vivere”.

Non c’è una formula magica, una ricetta che assicura la buona riuscita di sogni, progetti e ideali. Sta tutto il quel nostro hard disk: conosci te stesso.

E agisci di conseguenza.

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10 pensieri riguardo “Pepe Mujica e il mio hard disk

  1. Il compromesso è frutto del calcolo e il calcolo lo si fa solo quando il proprio mondo è ben definito, limitato e sempre quello. Lì funziona, all’interno del recinto, perché il contenuto è trito e ritrito. Ma se uno sceglie di allargare il proprio orizzonte, il precedente equilibrio si dissolve e i calcoli vanno a farsi benedire. Quindi per chi desidera crescere il compromesso costituisce un freno alla conoscenza!

    Oggi ho fatto due incontri a distanza ravvicinata. Due coetanei brillanti ma molto impegnati lavorativamente. Ho avuto netta, dalle frasi che ci siamo scambiati, la percezione della loro condizione di prigionieri del ruolo che hanno tanto inseguito e, con fatica, raggiunto. E’ stato bello soffermarsi su ciò e avere una conferma sulla mia strada, su quanto sia giusta per me ma, a guardare bene, lo sarebbe anche per molto altri.

    Ciao

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    1. Io credo che serva tempo per conoscere e riconoscere cosa ci sia nel proprio hard disk. Come dicevi nel post sul tuo blog, siamo abituati a pensare al tempo dedicato a quanto ci piace come ad un tempo “in più”, “non indispensabile”, piacevole sì, ma come contorno. Io confermo sempre di più quanto quel contorno sia invece esso stesso il centro e il senso del nostro vivere. Leggere, guardare film, andare a mostre, avere il tempo di creare, il tempo di contemplare, di meditare, di confrontarsi con le preziose menti brillanti che conosciamo, ma anche di passeggiare nella natura, di cucinare cibo sano, di occuparsi del corpo oltre che della mente: che senso ha la vita senza tutto questo? Come possiamo opporci ai ragionamenti preconfezionati, agli stili di vita imposti se non troviamo il tempo, nella nostra vita, di formarci, ragionare e coltivare il bello? Per renderci conto di essere criceti che corrono in una ruota bisogna scendere e prima vedere la ruota, poi uscire dalla gabbia e scoprire che si può andare altrove, ed è pure bello, che la vita non è un affaticarsi continuo per non arrivare da nessuna parte.

      Sai, a quel Cv mi hanno risposto dicendo che cercavano una figura junior e sono stata doppiamente contenta. Da un lato mi ha fatto sorridere il fatto che tutte le mie pregresse esperienze in ambito comunicativo (tutte variegate, fatte per passione e curiosità, mai per necessità) mi facciano considerare “senior” 🙂
      E la seconda ragione sai qual è? Che io sto già facendo quello che mi piace fare ed è ciò in cui sono brava, in cui mi piace spendermi, creare, progettare, formarmi, informarmi, crescere. E in questi giorni per la prima volta non ho più in testa quell’idea di dover “sperare” di trovare più o meno accidentalmente qualcuno che abbia bisogno della mia testa, delle mie capacità e esperienze e che in funzione di questo mi proponga un lavoro. Oggi lo sento chiaro e tondo che quel qualcuno sono io. E probabilmente è sempre stato così. Mi sono sempre stati stretti i ruoli subordinati, quei momenti in cui le tue capacità si devono ritirare in funzione di un “io sono il capo e si fa così”.

      Ciao Fabio!

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      1. Grazie Fabio! Sì, alcune idee si sono chiarite, altre si stanno chiarendo, ma non sarebbe stato possibile se non avessi preso i miei momenti (a volte anche lunghi) di stacco, riflessione, esperienze “altre”, formazione, lettura, ispirazione. Se non mi fossi licenziata da posti in cui non stavo bene, se non avessi percorso strade sconsigliate, se non avessi messo le mie energie e convinzioni in progetti in cui ero io quella che ci credeva di più. Spesso abbiamo bisogno di conferme sul fatto che la strada che stiamo percorrendo sia o meno quella giusta, ma la verità è che il cambiamento scatta quando capiamo che la conferma principale deve venire da noi stessi. Poi certo, se va tutto a rotoli e non c’è nemmeno un segnale positivo, forse si è sbagliato valutazione, ma come dice l’antico proverbio “solo chi non fa non sbaglia mai”. E altra cosa: imparare ad accettare, capire e superare l’errore, il fallimento. Ma il discorso merita un post a parte 🙂

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    1. Grazie Massimo! Per quanto quel “non male” mi suoni male, lo accetto di buon grado di fianco al “stupendo Mujica”. Sì, confronto a rubare le mosche ai ragni in una cella in isolamento il mio lasciare un link ad un blog va in effetti ridimensionato 😀
      Parole a parte, visto che le parole ti piacciono, se non l’hai fatto ti consiglio di leggere o ascoltare qualcosa di quest’uomo. Oltre ad essere una grande persona è davvero un oratore magnifico, i suoi discorsi sono lucidi, chiari, avvolgenti, convincenti… ed emozionanti! E di emozionarsi ascoltando parlare di politica c’è un gran bisogno…

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