Effetti collaterali

Stavo facendo un riassunto di alcune cose che mi sono successe negli ultimi giorni per chiarirmi meglio alcune dinamiche. Sapete, no? Quando si scrive in stile “flusso di pensieri”. Era tanto che mi ripromettevo di farlo e non lo facevo mai. L’ho fatto e una questione in particolare mi si è chiarita in testa.

Una delle cose che dico di voler fare è scrivere. Ho una predilezione per la condivisione di riflessioni e punti di vista su alcuni argomenti che mi caratterizzano: le questioni di genere, il tema del lavorare a/con/per qualcosa che ci appassiona,  partire da piccoli episodi quotidiani e elevarmi dal particolare al generale. Insomma, mi piace, in generale, dire la mia. E se lo faccio in uno spazio pubblico è perché credo (spero) che ciò che dico possa interessare a qualcuno, che ci sia qualcuno (e spero più di uno) che non pensi che passare gli occhi su ciò che ho digitato sia una perdita di tempo.

Come qualcuno già sa, oltre a questo blog in cui scrivo in forma di diario aperto, ne ho un altro, Komorebi, un blog molto legato alle questioni di cui mi occupo per lavoro/passione: meno confidenziale e tagliato su analisi di tematiche legate al genere, agli stereotipi ingabbianti maschili e femminili, con qualche piccola eccezione ogni tanto. In una chiacchierata virtuale Letizia mi ha dato l’idea di creare una pagina facebook per Komorebi, per provare ad allargare la cerchia di persone che poteva entrare a contatto con quello che scrivo e che mi preme far conoscere. E così ho fatto.

Il problema però è che FB è un posto che non amo particolarmente, che trovo molto violento e in cui è facile entrare in contatto con quella parte di umanità che non sono solita frequentare, che parla senza sapere, diffonde senza verificare e spesso sentenzia senza appello. Questo sui blog succede meno e ad un blog piccolo e poco conosciuto come il mio non succede mai.

Quando però si decide di proporsi ad un pubblico più vasto, questa è una cosa da mettere in conto. E’ una semplice legge matematica: più sono le persone che leggono i tuoi post, più aumenta la possibilità che questi non vengano condivisi/amati/capiti. E se la piattaforma è facebook dove, a differenza dei blog, non devi loggarti, inserire nome e password, perché si è già tutti lì di default, anche scrivere commenti è un’impresa molto più semplice, che comporta meno impegno e – a mio avviso – a volte anche meno riflessione.  Ieri ad esempio qualcuno ha risposto ad un post che ho condiviso sulla pagina di Komorebi in un modo che mi ha fatto pensare “ma cosa c’entra con quello che ho scritto?”. Ed ecco che sorgono incertezze sullo stile, le domande diventano maggiori, il timore di non venir capita mi fa pensare a quali precauzioni prendere la prossima volta.

Solo che tutto questo non fa altro che nascondere la mia voce, il mio modo di vedere e dire le cose.

Se agissi in questo modo sarebbe come se camminando io passassi tutto il tempo a preoccuparmi di non prendere contro alla vecchietta, di non pestare il piede al bambino, di non sgomitare contro il vicino, di non passare avanti a qualcuno nella fila: l’unico modo di evitare questi problemi sarebbe quello di  non muovere un passo, perché questi sono gli effetti collaterali del mio camminare. E’ importante saper distinguere gli effetti collaterali dall’azione centrale, sapendo chi genera cosa.

Quel che mi è diventato chiaro è che devo fare pace col fatto che ciò che scrivo potrebbe non piacere a tutti, potrebbe infastidire qualcuno, potrebbe essere letto frettolosamente, senza voglia di approfondimento, e non venire capito (avendo una predilezione per i pensieri controcorrente è bene che me ne convinca in fretta 🙂 ). Potrebbe, ma è come se mi fossi risvegliata all’improvviso ricordandomi che il mio scrivere non è motivato dagli indici di gradimento, lo scopo non è evitare di infastidire, o trovare la formula giusta per essere apprezzata da tutti. Le domande che mi faccio (più ironica? meno pesante? più sintetica? maggiori descrizioni?) devono nascere solo in relazione al mio stile, alla ricerca della mia voce.

La tensione interiore tra il desiderio di espormi e il timore delle conseguenze va risolta ricordandomi che lo scopo non è il controllo delle reazioni altrui. Lo scopo è dire ad altra voce quello che penso. Tutto il resto sono effetti collaterali.

 

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