Gironi danteschi 3.0: ovvero genitori, figli e Frecciarossa.

Treno di ritorno da Milano. Frecciarossa, posti da quattro con tavolino. Appena raggiunto il mio posto arriva dopo di me una coppia madre figlio. Lei sui quarantacinque – cinquanta, lui dodici o tredici. Si siedono, io sistemo il mio bagaglio, faccio per sedermi al mio posto e noto che il ragazzino, seduto di fronte al mio sedie, ha un borsone poggiato a terra fra i piedi che occupa tutto lo spazio sottostante il tavolino, compreso il posto in cui si presume debbano stare anche le mie gambe.

“Scusami, è tua quella borsa rossa?”

“Sì!” E mi sorride. (E non so perché ma in quel momento mi si figura chiarissima la prospettiva del viaggio, una previsione che manco l’oracolo di Delo…)

“Puoi spostarla? Non riesco a sedermi così”

“Ah, ok!” (E nel frattempo la madre: “Beh, ma dai, sposta quella borsa!”)

OK. Mi siedo, tiro fuori il mio libro e mentre madre e figlio iniziano a parlare tra loro mi chiedo per quale ragione io non abbia ancora comprato quelle cuffie che ti isolano dal mondo.

Ora, io non so che strategie voi mettiate in atto quando siete obbligati ad ascoltare conversazioni che non vorreste sentire, io ho provato con la lettura, forse mi sarebbe servita di più la meditazione, ma a quel grado di perfezione non sono ancora arrivata, anche perché più ascoltavo più invece di uno stato di quiete e assenza di emozioni mi pervadeva disgusto e incredulità. Ma andiamo con ordine.

Il treno parte e insieme al mio viaggio inizia la mia discesa non voluta in uno dei gironi danteschi più terribili: quello dei genitori imbecilli (e dei conseguenti figli insopportabili).
Il ragazzino mette un braccio intorno al collo della madre e le mette la mano in faccia, per darle noia (leggi anche “attirare attenzione”, “bisogno di essere considerato”, etc etc, qui amici pedagogisti fate voi). Lei gli dice subito di smetterla, che le danno fastidio le mani in faccia, che ha le mani sporche e non vuole che le tocchi la bocca, ché non è igienico. Lui continua, la infastidisce ancora di più, lei gli dice di piantarla e lui le risponde “Oh, stai zitta, finiscila, le vuoi prendere?”. Lei controbatte che se non la smette sarà lei a dargli un ceffone e lui ripete “Ti devo menare? Eh, dimmi? Ti devo menare?”. E lei gli risponde: “No” e lo lascia fare finché lui non si stufa e si mette ad ascoltare la musica.

Credete sia finita qui, vero? Invece no, chiaramente. Ormai ho sviluppato un certo sesto senso per queste situazioni. So benissimo che non bastano un paio di cuffie a quietare un bambino insopportabile. Eravamo solo all’inizio. E il treno, ovviamente, ha iniziato ad accumulare ritardo.

La madre gli chiede cosa stia ascoltando, se può ascoltarlo anche lei. Lui le passa maldestramente le cuffie e nel farlo gliele sbatte in faccia, la madre si fa male e si preme una guancia con una mano. Lui si mette a ridere e le dice “Che faccia da scimmia che hai! Ah ah ah! Sembri una bambina!”. Lei gli chiede se le è rimasto un segno rosso sul viso e il figlio per tutta risposta si rimette ad ascoltare la musica. Così lei inizia a guardare lo smartphone. Non passa nemmeno un minuto che il ragazzino esordisce:

“Dai, fammi vedere i tuoi messaggi di whatsapp!”

“Solo se tu mi fai vedere i tuoi”, risponde lei.

Iniziano a discutere per chi deve vedere prima i messaggi dell’altro, con il ragazzino che cerca di cancellare qualcosa e la madre che risponde che allora non vale e se fa così lei non gli fa più vedere i suoi. Il momento mi sembra perfetto per andare in bagno.

Torno. E quella borsa rossa è di nuovo lì. Resto in piedi aspettando, pensando che il ragazzino avrà ormai capito l’antifona e la toglierà, ma è inutile dire quanto le mie speranze restino deluse. Mi sembra di avere un déjà-vu.

“Scusami?” dico a lui.

“Sì?” mi risponde sorridente.

“La borsa.”

“Ah, sì.”

“Ma insomma, ancora con quella borsa?”, gli dice la madre.

Ed eccomi fulgida, nel mio slancio di generosità, nel mio tentativo diplomatico di salvare capra e cavoli: “Ma guardate, già che sono in piedi ve la posso mettere sopra, nel ripiano dei bagagli, così non ci pensiamo più”.

“Eh no!” mi fa la madre “dentro ci sono dei roller costosissimi, se poi finiscono per terra…”

Se poi finiscono per terra? Ma perché, i roller non vanno più per terra? I vostri volano? E’ per quello che vi sono costati tanto?

Insomma, non vi tedierò oltre, credo sia sufficiente per farvi capire la situazione e arrivare al cuore di questo post, ovvero il sondaggio. Perché mi sono chiesta se ci sarebbe stata una reazione migliore della mia (che in buona sostanza è consistita in silenzio + qualche alzata di sopracciglio nei momenti topici, con gli occhi rivolti al mio libro). E mi sono venute in mente altre opzioni che vado a illustrarvi:

1- silenzio + sopracciglio alzato (detta anche “opzione del quieto vivere”, ma mica tanto visto che dentro rosico)
2- dire  rivolta al ragazzino: “ma ho sentito bene quello che hai detto a tua madre?” e aggiungere rivolta a lei: “ma si comporta sempre così o solo sui Frecciarossa?” (detta anche “opzione del se vi comportate in questo modo in pubblico è chiaro che non vi passa nemmeno per l’anticamera del cervello che in questo rapporto genitore – figlio ci sia qualcosa che non va. Se nessuno vi dice mai nulla continuerete a crederlo.Forse qualcuno dovrebbe farvelo notare”.).
3- cambiare posto. Una persona mi ha detto che a volte lo fa, soprattutto una volta chiuse le porte se non ci sono fermate intermedie e il treno ha posti liberi. (detta anche “opzione minima spesa – massima resa”).
4- rider loro in faccia dicendo “state scherzando vero? ” (detta anche “opzione V.”; dal nome della cara amica che me l’ha consigliata)
5- altro (spiegare)

Voi per quale avreste optato? (Non vale dire che vi sareste messi le cuffie che io non avevo, eh! 😉 )

[E se non ne avete avuto abbastanza, trovate altre riflessioni sul fantastico tema genitori-figli qui].

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10 pensieri riguardo “Gironi danteschi 3.0: ovvero genitori, figli e Frecciarossa.

  1. Io sceglierei l’opzione 1. Farei finta di niente. Queste situazioni mi fanno incazzare ma al tempo stesso mi incurioscono, tipo case study antropologico. E poi spero, semmai sarò madre, di non fare quella fine lì in qualità di genitore e di non far fare quella fine lì a mio figlio.

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    1. Sì, forse la visione antropologica potrebbe fornire il giusto distacco, come quando si osserva un esperimento al microscopio… purtroppo per quanto mi riguarda sono più incazzata che incuriosita, è questo che mi frega 😀

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  2. Agghiacciante sì. E io che lavoro a scuola purtroppo riconosco “i sintomi” fin dall’inizio di una tale relazione genitore-figlio, per non parlare delle conseguenze… terribili, ma soprattutto avvilenti e preoccupanti per la nostra società e quella che ci aspetta. Povero mondo, poveri noi.

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    1. Grazie! Lieta di sapere che non sono sola. Stavo per fare un “Giorni danteschi – parte seconda” oggi al ritorno da Roma🙂. Ma perché noi siamo cresciute consapevoli del fatto che sbraitare in un treno affollato o parlare a voce alta (mentre tutti stanno in silenzio o bisbigliano) è “sconveniente”? O che tra genitori dire l’uno all’altro “Non rompermi il ca*** davanti ai propri figli (e sempre in un vagone affollato) non sia il top a livello educativo?

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