Nero

Nero

Mi sarebbe piaciuto fare come fanno certe blogger, sforzarmi di mettere solo pensieri positivi e ottimisti in questo mio diario pubblico, sarebbe stato anche un bell’esercizio di allenamento alla positività. Lo so che tutti abbiamo bisogno di post allegri, che ci sollevino dalle magagne delle nostre vite e contribuiscano almeno in parte a rasserenare i nostri animi, ma allo stesso tempo abbiamo tutti bisogno di sfogarci, di raccontare le zone d’ombra e i momenti cupi. Pena l’esplosione.

Una settimana fa mi sentivo molto felice, quando una persona mi ha chiesto “C’è qualcuno che invidi?”, mi si è allargato un sorriso in faccia mentre rispondevo un sincero no. E prendevo coscienza di come tutto quello per cui sto lottando e mi sto impegnando stia pian piano arrivando. E prendevo coscienza anche del fatto che fosse per me un momento molto delicato. Ricordo ancora una frase adolescenziale da “Jack Frusciante è uscito dal gruppo” che amavo scrivere sulle Smemo delle mie amiche: bisogna stare attenti con chi è felice. Una volta una compagna di classe mi disse che non capiva la frase, che anzi secondo lei erano le persone felici a dover stare attente a chi felice non era.

E invece no. Bisogna stare attenti con chi è felice, perché la felicità sincera ci spoglia delle nostre corazze e ci espone pelle viva al mondo. Così, un colpetto che normalmente non sentiremmo nemmeno, sulla pelle viva fa male eccome. E quando i colpi sono ripetuti e concentrati il dolore diventa insostenibile, vien voglia di rimettersi la corazza, e la felicità si spegne.

Ieri su Fb ho condiviso questo post:

A cosa stai pensando? Mi chiede Facebook.

Sto pensando che è tutto il giorno che vedo spuntare mimose dallo schermo. Leggo articoli sull’utilità dell’otto marzo. E sull’inutilità dell’otto marzo.

A cosa stai pensando?

Sto pensando alle persone che conosco.
All’amica a cui il ragazzo ha tirato un pugno nella pancia.
Alla bambina con la passione per la geografia che mi dice che vuole fare l’estetista perché non sa che un’agenzia di viaggi la può aprire anche una donna.
All’amica stalkerata da un uomo frequentato per pochi mesi.
All’amica stalkerata dall’uomo con cui è stata fidanzata per anni.
All’amica che ha preso la vicina di casa a dormire da lei dopo le urla e minacce che sentiva attraverso il muro.
All’amica che lavora dodici ore al giorno e guadagna meno dei suoi colleghi.
All’amica che ha trovato all’ospedale l’obiettore che non voleva prescriverle la pillola del giorno dopo.
All’amica a cui il capo ha chiesto se era lesbica.
All’amica a cui l’ex ragazzo ha tirato una testata.
All’amica assunta come assistente di direzione che veniva mandata a comprare i calzini al titolare.
All’amica minacciata dal compagno da cui si sta separando.
All’amica che si sente in colpa nei confronti della famiglia se dedica una giornata a se stessa.

Siamo soliti parlare di “Festa della Donna”, ma l’otto marzo è la GIORNATA INTERNAZIONALE DELLA DONNA: chiamiamola così, poniamo attenzione sulle parole, perché le parole sono importanti. Ci dicono che non c’è un granché da festeggiare, ma molto, moltissimo per cui continuare a lottare.

Purtroppo molte delle situazioni elencate sono attuali e a queste si aggiungono altre questioni che non hanno a che fare con rapporti uomo/donna ma con malesseri fisici e psichici che stanno vivendo persone a me vicine.

E io mi sento sfiancata, perché per indole sono una persona che si spreme fino all’osso per aiutare gli altri ad uscire dai problemi, per trovare soluzioni e quando non ci sono me le invento. E invece devo capire che non posso tutto, non sono onnipotente e che le persone possono essere aiutate solo dopo che hanno deciso di aiutarsi da sole. Devo capire che rispetto ad alcune cose l’unico aiuto possibile è la vicinanza, abbracciare la sofferenza come parte della vita e camminarci dentro.

“Bisogna stare attenti con chi è felice”, ma questo significa mettere la propria felicità alla mercé degli altri e come dimostrava la rimostranza della mia compagna, non tutti condividono questo punto di vista. Allora è necessario volgere la responsabilità verso di noi e comprendere che la felicità ha bisogno di resilienza. E per la resilienza emotiva credo che la strada giusta passi attraverso l’esplorazione della dimensione spirituale.

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7 pensieri riguardo “Nero

  1. Rimango sempre più sconcertato di fronte a certi comportamenti violenti maschili nei confronti delle donne. Ma questi non sono uomini, sono dei sottosviluppati. Incapaci di concepire molte cose, tra cui rispetto, capacità di rapportarsi, di accettare la critica, la sconfitta. Gente che non ha raggiunto nè tentato minimamente un livello minimo di maturazione. Completamente irrisolti. L’aggressività è “solo” lo strumento ultimo attraverso cui manifestano la propria palese incompiutezza. Aggressività e violenza fisiche ma anche verbali e psicologiche. Senza volere assolvere questa gente, c’è da aggiungere che quella in cui viviamo è una società che genera persone così. Ma la responsabilità personale è un punto centrale che non va dimenticato.

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    1. C’è responsabilità personale, certamente, ma come dici tu la nostra società genera queste persone, la nostra cultura è intrisa di machismo e violenza, una cultura in cui tutti devono essere vincenti, senza lasciare spazio alle emozioni, in cui un uomo che piange viene considerato meno uomo, in cui “se guardi la MIA donna ti spacco la faccia”. C’è tanto, tanto lavoro da fare. E a volte mi scoraggio. Ma poi penso che ci sono persone capaci di capire e mettere in discussione loro stesse, i ruoli che la società impone e la cultura che le ha allevate, e provo sollievo. E’ una battaglia durissima, e gli alleati sono importanti. Un abbraccio.

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  2. scrivo qui molto in ritardo…contenta di sapere che dopo questo nero hai pubblicato una cosa positiva come lo sbocciare…

    Anche io nelle ultime settimane mi sono un pò bloccata…e mi sono lasciata un po’ andare anche perchè non è facile mantenere sempre la concentrazione, l’autodisciplina e l’entusiasmo sempre al massimo, a volte è necessario concedersi una vacanza (e io sono favorevole anche ai 5 minuti di sanautocommiserazione per poi ripartire).

    A me le ricorrenze, i giorni della memoria…non sono mai piaciuti. Ho avuto spesso l’impressione che siano solo una scusa per salvarsi la coscienza. Inoltre amplierei il discorso della violenza anche al genere femminile perchè la nostra società è una società violenta che genera persone violente di ogni genere. E non senza vergogna io stessa sono stata protagonista di episodi di violenza tali da non riuscirmi a riconoscere.

    Se un uomo non può piangere come farebbe una donna, una donna non può esprimere rabbia come farebbe un uomo: non sta bene. Ma quelle emozioni si accumulano e non potendole esprimere continuano ad accumularsi fino ad esplodere. Non è una giustificazione…ma un’ipotesi di spiegazione. Si fanno corsi di gestione della rabbia ma veramente pochi insegnano a gestirla…ad usarne le energie…correttamente ed efficacemente ma soprattutto positivamente.

    Qui sconfitti lo siamo tutti, uomini e donne, perchè se la società è cambiata, rimanendo e anzi decuplicando il livello di violenza, noi siamo rimasti al palo, non siamo riusciti ad evolverci…pienamente. E soprattutto siamo lasciati a noi stessi…da ogni punto di vista.

    E queste cose scoraggiano molto. Dobbiamo reimparare a diventare comunità: laddove il concetto di “bene comune” è un valore…dobbiamo reimparare a riconoscere e riconoscerci nelle emozioni che proviamo: senza vergogna e senza biasimo, senza sentirci improvvisamente nudi.

    Questa tua definizione circa la felicità mi ha colpito molto, Emme: ma io credo che capiti con tutte le emozioni: la rabbia, la paura, la gioia, la tristezza. Quando esse pervadono la nostra mente manifestandosi in maniera intensa (come spesso fanno) ci scoprono sempre un pò….perchè le nostre emozioni rivelano chi siamo….in una maniera che non sappiamo e non possiamo controllare: ci sentiamo scoperti…con la carne viva esposta all’aria. Vulnerabili.

    Le mie ultime psicoterapie sono tutte state incentrate sul capire cosa succedeva dentro me stessa e la via più breve era ascoltare l’emozione quando sorgeva in me. Qualunque essa fosse.

    Scoprire il mio lato oscuro non è stato certamente facile: una me altra. Una me ancora molto arrabbiata e che reagiva come una lupa braccata, in maniera selvaggia. Non è stato facile ma ero anche consapevole che l’unica cosa da fare per “neutralizzarla” era accoglierla…e ascoltare le sue ragioni. Darle l’opportunità di spiegarsi.

    Io non capisco davvero chi ha paura di guardarsi sinceramente allo specchio…manco dovesse vederci il proprio Hyde(e sa che lo vedrà). Queste persone le vedo come mine vaganti…perchè il ricordo di me quando anche io ero inconsapevole è ancora vivido nella mia memoria.L’unico modo di controllarsi è conoscersi e per fare questo bisogna imparare un corretto dialogo con noi stessi. Significa accogliersi ed accettarsi per intero.

    (vista come viaggio iniziatico dell’uomo atreyu il cui io è Bastiano…. la storia infinita ci sta tutta!)

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    1. Cara Von, come sempre metti tante questioni sul piatto 🙂
      Che questa società ci renda tutti violenti, uomini e donne, probabilmente è vero. Sicuramente competitivi, non solidali. la violenza diffusa che vedo io è piu’ che altro quella da tastiera, fatta di codardi e codarde, persone ignoranti a cui i social hanno dato modo di esprimersi troppo riempiendo siti, blog etc di parole buttate fuori dalla pancia senza un minimo filtro di ragionamento, senza pensare di potersi prendere 10 secondi prima di scrivere il solito commento populista.

      La violenza di cui parlo io però è una violenza specifica, che è importante riconoscere. Non dico che non ci siano donne violente, ma la violenza esercitata da un ex, o un familiare in più del 90% dei casi ha una direzione univoca: dall’uomo alla donna. Ha a che fare con la concezione di donna che siè maturata nei secoli, come una cosa più che una persona, e le rivendicazioni di questo secolo che pur ci hanno fatto ottenere tanto non sono ancora sufficienti a farci considerare in toto persone con volontà e autonomie, ma quasi oggetti da possedere. Lo dimostrano tutti i casi di femminicidio di cui negli ultimi tempi si sta iniziando a parlare, ma che sono sempre esistiti, solo che un tempo la nostra legislazione li riteneva reati minori (col delitto d’onore se ammazzavi tua moglie per gelosia avevi un enorme sconto di pena… e questo fino al 1981, mica secoli fa!). Insomma per il cambiamento culturale ci vuole tanto lavoro culturale.

      E’ vero che ci sono persone che hanno paura di vedersi allo specchio, di scoprire l’altro lato di se’ che tengono nascosto. Credo invece sia una enorme possibilità di fare finalmente i conti con noi stessi, di conoscerci a fondo. E un po’ questo si ricollega al discorso della violenza di genere. Gli uomini non hanno fatto ipercorsi di riflessione e lotta che hanno fatto le donne, il sistema in cui sono (siamo) inseriti non prevedeva che si facessero domande, avessero dubbi, si mettessero in discussione. Oggi, con la decostruzione dei ruoli e una maggiore libertà (sociale, economica, sessuale) delle donne, molti uomini hanno perso i punti di riferimento che definivano la loro virilità (altro termine su cui ci sarebbe da parlare per un’ora… cosa significa virlità? e cosa femminilità? Perchè non basta essere uomini per essere virili ma bisogna continuamente provare alla società questa caratteristica?) e reagiscono con la violenza, non hanno parole per dirsi, nè abitudine ad analizzarsi. Non è un caso che sia molto più frequente che in psicoterapia ci siano le donne e non gli uomini. Quando in realtà avrebbero davvero un gran bisogno di farsi delle domande e di non aver paura di andare a cercare le risposte.

      Un abbraccio e che questa primavera rinnovi e ricarichi anche te!

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      1. quello che non capisco, ed è già successo diverse volte haimè, è che quando provo a parlare della violenza della donna verso l’uomo moltissime donne reagiscono come se stessi negando la già straconosciuta violenza degli uomini contro le donne mentre io non intendo minimamente negare quest’ultima, piuttosto invece tendo a dipingere un quadro molto peggiore. Dove la violenza è agita in maniere diverse ma mentre una (quella della donna vittima dell’uomo violento) suscita il giusto e doveroso biasimo…la seconda è minimizzata e misconosciuta: quella della donna violenta verso l’uomo.

        Ti assicuro che quello che ne esce non è un bel ritratto…e forse è proprio questo il problema: l’immagine della donna vittima, sottomessa, succube va in frantumi e questo, purtroppo molte donne non sono disposte ad accettarlo. Del resto è anche normale considerando che è fortemente radicato in noi italiani tutti (che ci piaccia o no) lo stereotipo della Madonna. Motivo per cui mentre all’estero c’è una diffusa letteratura sul fenomeno in italia purtroppo solo recentemente è stata fatta una prima ricerca. http://www.associazionefamiliaristi.it/theme/anfi/doc/Indagine_conoscitiva_sulla_violenza_verso_il_maschile_2012-03.pdf

        E’ proprio per questo che io parlo di violenza in genere non di genere, soprattutto a me piace avere un quadro completo della situazione…uscendo dagli stereotipi e i pregiudizi, vuoi perchè per questioni personali sono già fuori dagli schemi, vuoi anche perchè per via di queste cose personali ho conosciuto diverse situazioni di questo tipo…dove è la donna ad agire violenza verso l’uomo oltre al contrario…

        Stessa cosa circa il guardarsi dentro e chiedere aiuto ad un psicoterapeuta…certo sono molto di più le donne ma qui c’è anche un problema sociale che sta a monte del genere sessuale ed è lo stereotipo che se vai da uno psicoterapeuta ammetti implicitamente di avere dei disturbi mentali quando invece è più frequente che uno ci vada perchè sta attraversando dei momenti particolarmente difficili e che si, potrebbero degenerare e a volte haimè mi è capitato di vedere come proprio grazie all’aiuto (sbagliato) sono degenerati…

        Spero davvero che la primavera ci porti un po’ di positività perchè il quadro è davvero sconfortante. Su fb ho eliminato molti mi piace a molte pagine non perchè io non voglia vedere e mi disinteressi delle cose che accadono (come i recentissimi fatti di bruxelles) ma perchè il potere personale; mio come quello di chiunque, è veramente limitato e ciò mi provoca frustrazione e negatività… che non mi aiuta. (poi leggere certi post e certi commenti mi lascia sempre più basita e anche per questo regolamente faccio una cernita anche delle “amicizie”).

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  3. @Von Calypso

    No, parlare di violenza in genere al posto di violenza di genere non ci fornisce un quadro completo della situazione, anzi. Le mie ragioni rispetto a quanto dici sulla violenza delle donne nei confronti degli uomini sono già state espresse molto bene in questo post https://ilricciocornoschiattoso.wordpress.com/2015/11/26/il-25-novembre-di-adiantum/.

    Il problema non è accettare la frantumazione dell’immagine della donna vittima, ma confondere una violenza specifica che esiste è ha delle ragioni specifiche della sua esistenza nella cultura che ci cresce con una generica violenza. Forse per questo le donne con cui parli reagiscono così, non perchè credono che tu stia negando la violenza contro le donne, ma perchè temono che tu stia confondendo alcune cose. Nell’articolo che ti ho segnalato è molto utile alla comprensione il parallelismo tra sessismo e razzismo.

    Un saluto e buona primavera, che ti porti la positività che cerchi!

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