Il corpo amico

Durante una delle asana della lezione di yoga di venerdì, mentre ero concentrata sui miei muscoli, sulle mie ossa e i miei tendini e godevo della sensazione di benessere data dalla fatica “giusta” ho pensato alla bellezza di vivere il proprio corpo come amico e a quanto sia poco scontata questa relazione, in particolare per le donne.

Che spreco passare il tempo a sentirsi continuamente inadeguate: troppo grasse o troppo secche, troppo basse o troppo alte, troppo poco toniche, con troppe o troppo poche tette, i polpacci troppo grossi, oppure troppo magri. Ad essere in lotta con la pancia, coi fianchi, col culo. Che spreco passare la vita a percepire il corpo come un nemico da combattere, una situazione da cambiare. Che perdita incommensurabile la tendenza ad omologarsi, a credere che la bellezza sia solo una e soprattutto che il raggiungimento di quella unica bellezza (resa appositamente irraggiungibile… e che? Vogliamo forse perdere tutti gli introiti derivanti dal senso di inadeguatezza delle donne?) debba passare attraverso grandi, grandissimi sacrifici.

Conosco donne a dieta da una vita. Una vita! Ma avete presente cosa significhi vivere in un continuo stato di privazione di qualcosa che piace? Cosa deve aver fatto una di male per infliggersi una punizione del genere? Che colpa deve espiare?

Ha perfettamente ragione Naomi Wolf quando definisce la dieta come il più potente sedativo politico delle donne e aggiunge:

“una popolazione con una così tranquilla ossessione è una popolazione facilmente manipolabile”.

N. Wolf, The Beauty Myth

A lezione di yoga con me ci sono persone di tutte le età e con tutte le conformazioni fisiche. Ci sono signore di sessanta – sessantacinque anni che non sono certo longilinee, ma hanno un’elasticità e una capacità davvero invidiabile di estensione o resistenza a posizioni particolarmente faticose da tenere. Sono così belle. Sono davvero belle.

Il corpo è un amico, uno dei migliori. E’ quello che ci permette di essere in vita, di stare in piedi, di camminare, di fare tutto ciò che facciamo nella nostra quotidinanità. Un sistema complesso e affascinante, che senza rumore secondo dopo secondo mette in atto una serie di scambi, processi, trasformazioni che ci fanno essere qui, ora. E’ meraviglioso. E la maggior parte di noi passa gran parte della vita se non a disprezzarlo, a tentare continuamente di modificarlo e allo stesso tempo a investire moltissimo perché le naturali modifiche della maturità non avvengano.

Mi pare anche altamente insensato volersi tutti aggrappare ad un ideale di bellezza che appartiene a una fase molto molto circoscritta della vita : la prima giovinezza. E spesso nemmeno quando si sta vivendo quella fase ci si gode il proprio corpo, perché mancano esperienza e consapevolezza. Io adoro la mia età e sono insofferente nei confronti dei discorsi ripetitivi di alcune coetanee o di donne più giovani per le quali l’arrivo dei trenta è uguale all’avere un piede in una fossa. Non capisco nemmeno questo problema col dire francamente la propria età: “non si chiede l’età ad una signora” recitano le buone maniere… ma perché? Io sono fiera dei miei 35 anni, ci ho messo una vita ad arrivare qui e ogni anno è stato vissuto, sudato, celebrato con i suoi successi e le sue sofferenze. Perché dovrei disconoscere anche solo uno di quegli anni? Non tornerei indietro per nulla la mondo. E il mio corpo ha vissuto con me tutto questo e ne porta i segni, nel bene e nel male. E’ un diario fisico della nostra vita. Possiamo essere soddisfatti o no, possiamo credere di voler cancellare interamente degli anni, ma sono i NOSTRI anni e già solo per questo sono stati importanti.

Il corpo è un amico. Vogliamogli bene per quello che è. Vogliamoci bene. Ce lo meritiamo.

 

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12 pensieri riguardo “Il corpo amico

  1. Che meraviglia! Anche io pratico yoga da 3 anni e sto imparando a conoscere un po’ meglio il mio corpo. Il fatto di concentrarsi sulle parti che muovo, sulle sensazioni che provo a sforzare un piede piuttosto che la mano, la fatica che sento quando faccio una determinata asana…tutto mi dimostra che sono viva e la condizione di non dover entrare in competizioni con se stessi e con il proprio corpo ma di accettare i limiti che ho è una delle cose più belle dello yoga (rispetto invece alla continua competizione che si sente nella vita di tutti i giorni con quello o con l’altro). io mi sento fortunata perchè non ho mai sentito il mio corpo come un nemico e anche io, come te, non capisco le diete (forse perchè non ne ho bisogno). Io cerco di mangiare in maniera sana quotidianamente e non rinuncio a una pizza o a un dolce se ne ho voglia. Dai, una dieta ferrea di quelle riso in bianco e insalatina scondita è impossibile da seguire per più di 2 giorni 😀

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    1. Concordo pienamente sulla questione competizione. E sull’insegnamento che lo yoga da’ rispetto ai limiti: esistono, li abbiamo, accogliamoli. Provando a fare un po’ di più possiamo cercare di superarli, ma dolcemente, assecondando i nostri tempi, NOSTRI, non generici.

      Rispetto al tema dell’equilibrio alimentare forse dovrei fare un post a parte 🙂 Dico solo che più che diete bisognerebbe fare educazione alimentare. A meno di non avere problemi i motivi del sovrappeso sono sempre gli stessi: si mangia più di quel che si consuma, tutto lì il segreto. Per questo mi fanno ridere le varie diete a zone, dukan, del minestrone, dell’insalata… non è un’educazione alimentare, sono settimane (a volte mesi) di sacrifici con pasti a mio avviso completamente squilibrati (ma che dieta è una dieta che ti fa mangiare solo proteine e vieta le verdure?!?).

      Ma al di là di questo il mio pensiero ora si spinge un po’ più in là: si può lottare continuamente con la bilancia sottoponendosi costantemente a diete e all’effetto saliscendi, ma una soluzione che andrebbe presa in considerazione è quella di fare pace con se stesse, dargliela vinta e imparare a godersi anche quei kg “di troppo” (finchè la salute non è compromessa). Come mi disse una volta un amico “Volersi bene non significa solo prendersi cura di sé cercando di stare in forma, ma anche volere bene a quello che si è, accettare le proprie caratteristiche”.

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    1. Cara Daniela, grazie per aver lasciato un pensiero su questi fogli virtuali. E’ un allenamento che va fatto costantemente, sono troppe le pressioni per farci sentire continuamente inadeguate. Partiamo da noi, dalla nostra bellezza e dalla consapevolezza. Un abbraccio.

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  2. Come faccio a non essere d’accordo? Vivere oggi in questa società è difficile, bisogna resistere su mille fronti, la pressione pubblicitaria è continua e immensa. Una via per salvarsi è la consapevolezza, ma temo che non basti, ad essa devono seguire scelte nette. Oggi ci siamo complicati la vita, ma veramente tanto e infatti siamo succubi di mille cose. Non penso affatto di esagerare, perchè quando leggo qualche testimonianza proveniente dal passato, rilevo un abisso. Ad esempio, Thoreau racconta che gli bastava camminare per qualche miglia in una certa direzione per ritrovarsi nella natura selvaggia e incontaminata, libero dall’influenza di altri umani, che lui non sopportava vedendoli così affacendati, spreconi di occasioni, conformisti. Quindi prendeva e partiva (un po’, fatte le debite proporzioni, come faccio io). Ma oggi quanti chilometri bisogna fare per non vedere più esseri umani? 1000? 🙂 E quanti gadget elettronici bisogna lasciare a casa per non venire disturbati ed essere autenticamente soli? Thoreau soffriva grandemente per certe cose, ma rispetto a quello a cui noi siamo sottoposti… è quasi nulla. Servirebbe consapevolezza, ma spessissimo non ne colgo neanche la minima traccia. C’è molta più plastica nei Mars (così pare), anche se io credo che questa sia l’ingrediente più sano in quell’intruglio! 😀

    Ciao!

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    1. Dici bene: “consapevolezza” è la parola chiave, e non solo del tema di questo post. Sai la storiella che raccontò David Foster Wallace come inizio del suo discorso per la cerimonia di laurea del Kenyon college? Diceva più o meno così:

      Ci sono due giovani pesci che nuotano e incontrano un pesce più anziano che nuotando verso di loro chiede “Ehi ragazzi, com’è l’acqua?” e i due pesci giovani allontanandosi si chiedono “Che diavolo è l’acqua?”

      Ecco. Concordo pienamente sul fatto che solo la consapevolezza possa farci rendere conto di cosa sia l’acqua. Ne abbiamo già parlato a proposito di femminismo e stereotipi di genere e ruoli maschili e femminili, ma vale un po’ per tutto: tutto sembra ovvio e naturale finché non lo si nomina, finché qualcuno non ci fa capire che il mondo può’ essere anche di un altro colore. A volte le cose più ovvie sono le più difficile da vedere e su questo mi sono trovata a discutere con qualche amico che dice che tutti hanno gli strumenti per informarsi, per salvarsi, al giorno d’oggi e chi non lo fa è perché vuole restare ignorante e conservare lo status quo, perchè in fondo gli va bene così. Io non credo sia così: per questo mi piace scrivere dei miei punti di vista, soprattutto quando sono controcorrente, o amo il lavoro che faccio nelle scuole e con gli adulti, che altro non è che diffondere consapevolezza, capacità di ragionare con la propria testa, guardare le cose con occhi nuovi e non farsi spaventare dal cambiamento.

      ps.mi è sfuggito il collegamento col Mars! 😀

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      1. Ah beh nessun collegamento dal punto di vista del significato. Volevo solo dire, appunto, che c’è più plastica nel Mars che consapevolezza in generale. Ti suona ardito questo accostamento? Bene, perchè lo è. 😀

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  3. hola! ho letto questo tuo post appena pubblicato ma ero abbastanza impegnata per non riuscire a fare mente locale per scrivere una risposta decente. Che dire…hai pienamente ragione cara Emme.

    Anche per quanto riguarda le varie risposte ai commenti. La questione dei limiti etc etc.
    Quando mi guardo allo specchio e soprattutto quando il mio compagno mi dice:”dì, lo sai che con quello che mangi e bevi molte donne ti invidierebbero?” penso…che lo so benissimo…purtroppo. Il purtroppo lo dico perchè sono convinta che il problema è l’accettazione del condizionamento: il non accettarsi perchè non si corrisponde a degli standard e quindi la paura di non piacere. A parte intolleranze e malattie… penso che il problema spesso sia solo e soltanto nella testa delle persone…che poi somatizzano il disagio.

    Non so se è stata la mia infanzia caratterizzata dal gioco e lo sport, in piscina, in palestra e all’aria aperta oppure i problemi famigliari che di fatto mi hanno distratta dal bombardamento mediatico che invece investiva molte mie coetanee ad ogni modo a me il mio corpo è sempre piaciuto e mi ci sono sempre trovata a mio agio, qualsiasi forma avesse. E ormai 8 anni fa quando lasciai il mio ex-futuromarito che pesavo 90 kg e dopo averlo lasciato dimagrii di 30 kg in tre mesi senza cambiare nulla della mia alimentazione (che alcuni potrebbero considerare insana) decisi fermamente di non cedere mai più alle altrui abitudini alimentari: io mangio quando ho fame…se non ho fame non mangio. Più semplice di così.

    Concordo moltissimo anche sulla citazione che hai messo…che è vera purtroppo. Siamo circondati da condizionamenti volti a distrarci…distrarci dall’insanità degli stili di vita imposti per garantire la massima produttività ai nostri “padroni” (lo so che fa molto comunista) e pagati un cazzo per quello che facciamo, il giusto per tirare a campà. Stili di vita e condizionamenti che secondo me sono contro natura e quindi fanno sorgere un casino di disagio e come si cura per la maggiorparte dei casi (visto che andare dallo psicologo tutt’ora, per molta gente, è da pazzi)? con gli psicofarmaci! che tralaltro fanno ingrassare. E miriadi di altri farmaci per togliere i sintomi. Già togliere i sintomi…ricordo una pubblicità in cui la tipa influenzata si lamentava che perdeva molti appuntamenti mondani poi arrivava il padre che gli portava il farmaco e taac. Quando a me viene l’influenza amo starmene al calduccio sotto le coperte, con la borsa dell’acqua calda e con bevande calde zuccherate miele. Zero farmaci a meno che proprio non siano indispensabili.

    Ecco e sono felice così. Perchè anche gli altri non possono esserlo? Non capisco davvero il masochismo di molta gente nell’inseguire standard inumani e che fanno solo soffrire, li fanno stare male con loro stessi.

    Per me pensare con il proprio cervello, rispettarsi nel corpo e nell’anima, è la conditio sine qua non di un’esistenza sana. E rispettare se stessi, volersi bene è la conditio sine qua non, a sua volta, nel saper rispettare e voler bene al prossimo, ma anche farsi rispettare e farsi voler bene dal prossimo.

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    1. Concordo. Soprattutto sul fatto che volersi bene e rispettarsi è la condizione NECESSARIA per essere ben voluti e rispettati dagli altri. Se non siamo noi le prime a farlo difficilmente lo faranno gli altri, perchè consapevoli o no stiamo dando un messaggio su noi stesse e i nostri confini.

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  4. Io ti adoro.
    Di questo post avevo visto il titolo en passant (e subito avevo intuito tema e mood), e adesso che lo leggo con attenzione resto sempre più felice di questa avventura virtuale che mi porta a trovare i miei stessi pensieri negli scritti di altri.
    Se vuoi una donna perennemente a dieta sono io, anche se a mia discolpa posso dire che la genetica e un’alimentazione forse a tratti discutibile da bambina mi hanno portata all’adolescenza con un sovrappeso di quindici chili per cui veramente era necessario (e così è stato) fare qualcosa. Adesso che ho ventisette anni e una forma fisica a cui in definitiva voglio bene (anche se completamente fuori dai canoni) periodicamente ricomincio, perché quei tre o quattro chili rimasti e che secondo il mio occhio (più che secondo la bilancia) sono di troppo continuano, a distanza di anni, a farmi soffrire: non riuscirò mai a togliermi dalla testa l’etichetta di “ragazza grassa”.
    Purtroppo è dura cambiare una forma mentale dopo che per tutto il periodo della crescita, proprio quando scoprivo il mio corpo, lo trovavo diverso da quello delle altre, diverso da quello delle pubblicità, diverso da come avrei voluto. A quattordici anni la maturità per amarmi come ero non ce l’avevo.
    Oggi è diverso: il mio “stare a dieta” non è un fustigarmi e privarmi delle cose buone ma un andarne a scoprire delle altre, prepararmi un piatto di verdure così colorato che mette di buon umore, anche se richiede più tempo di preparare un panino, mangiare un quadretto di cioccolata amara anziché una brioche del bar, ma consapevole che se una mattina avessi proprio bisogno di un cornetto non sarei una debole, nè una perdente …è un “fare attenzione”, è cura, è amore verso me stessa, non un mero conteggio di calorie.
    Lo yoga, poi. Come ho scritto in un post di mesi fa, dopo che per anni ho mortificato il mio corpo con attività fisiche che odiavo, questa pratica che può sembrare a risparmio energetico mi fa sentire per la prima volta quanto il mio goffo involucro possa essere energico e forte, ogni volta che riesco a sentirmi un poco più dentro una posizione. Lo sento sano, vivo. Non giudicare, non giudicarsi, e cercare quello che fa stare bene: se una posizione è troppo dura per te oggi, non la fare; se la gamba non arriva fin lassù, ci arriverà fra qualche mese quando i tuoi muscoli si saranno abituati. è bastato sapere questo per cambiare completamente prospettiva e realizzare quanto tempo ho sprecato a odiare il mio corpo e la sua fatica.
    E lo specchio! Tu non puoi sapere quanto sia tutt’ora difficile, a momenti, fissarmi dentro uno specchio: nella palestra dove faccio yoga ce n’è uno che occupa l’intera parete, per potersi guardare durante la pratica e migliorare allineamenti e posizione. Sarà ridicolo…ma dopo l’iniziale imbarazzo nell’avere me stessa a fissarmi da lì per un’ora intera, spesso mi sono sorpresa a scoprirmi bella. Ma bella bella!
    Un grande abbraccio

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    1. Quanto racconti è una conferma del fatto che la bellezza è una questione di consapevolezza. A 14 chi può avere quella consapevolezza quando siamo bombardate (e oggi più di ieri) da messaggi violentemente potenti che puntano a farci mirare a canoni estetici irraggiungibili? (O raggiungibili a fronte di grandi sacrifici, e bisognerebbe fermarsi e chiedersi : ma perchè voglio fare questo?) Spesso ci nascondiamo dietro al ” in realtà lo faccio per me stessa, per piacermi di più”, ma io davvero vorrei sapere se oggi (come un tempo) quelle rotondità, quelle pienezze fossero fonte di apprezzamento e venerazione, in quante continuerebbero a provarsi del cibo facendolo “per loro stesse”.
      Un abbraccio forte a te!

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