Psiche

Ieri sono venuta a sapere di due persone a me care che stanno molto male, entrambe per ragioni psicologiche. E’ una brutta bestia il male della psiche, perché a riguardo c’è ancora tanta ignoranza e tanta vergogna. Perché ancora non abbiamo imparato che così come se ci rompiamo una gamba dobbiamo curarla, allo stesso modo dobbiamo curare i mali che ci divorano la mente.

Un po’ di tempo fa un amico mi diceva che detesta gli psicologi perché non servono a nulla, dato che secondo lui tutto può essere risolvibile utilizzando lo sguardo e i consigli degli amici più cari. Non sono d’accordo. Penso che le questioni della psiche abbiano talmente tanti legami con il nostro vissuto che molti nodi centrali possono risultare invisibili a chi ci conosce bene e di quel vissuto ha fatto parte, magari anche contribuendo a costruirlo.

Non sono un’esperta, ma credo che come un raffreddore trascurato può aggravarsi, così anche una depressione non affrontata può portare a conseguenze disastrose, come sta avvenendo per una delle persone di cui sopra. Si sottovalutano i segnali, si teme di essere classificati come “pazzi”, ma certi mali non se ne vanno da soli, magari si trasformano, assumono connotati di normalità, ma prima o poi da qualche parte tornano a chiedere il conto. E quel conto può essere davvero salato.

Ho incontrato delle psicologhe tre volte nella vita.

La prima volta avevo 9 anni. Qualche mese prima avevo fatto un’incidente in macchina (i tempi in cui i bambini stavano seduti davanti e le macchine non avevano le cinture di sicurezza): testa sbattuta, sangue, ambulanza, cinque punti sul sopracciglio destro. Da allora iniziai a soffrire di vertigini e claustrofobia. Avevo paura a chiudermi nei bagni, anche in autogrill, e non riuscivo più a prendere l’ascensore. La psicologa disse che le paure mi sarebbero passate col tempo. Così è stato.

La seconda volta ne avevo 20. Sono andata a parlare da una psicologa amica dei miei  perché avevo frequenti crisi di panico sulla morte. Ma talmente frequenti che mi sembrava che la vita avesse perso qualsiasi senso. Tutto si era svuotato di significato: al solo pensiero che tanto, volente o nolente, sarei morta e così sarebbe successo alle persone intorno a me, mi veniva un’angoscia incontrollabile. Non riuscivo più a godermi nulla. L’idea del vuoto che mi aspettava prima o poi mi scatenava crisi respiratorie. Non è stata una vera terapia, ma una serie di chiacchierate. L’allarme è rientrato e la mia vita è continuata, anche se quel pensiero non mi ha mai abbandonata del tutto, mi pare di riuscire a controllarlo meglio, anche se negli anni c’è stato qualche episodio in cui ha di nuovo preso il sopravvento.

La terza volta è stata qualche settimana fa, quando mi sono decisa ad andare a parlare con qualcuno per cercare di chiarire delle situazioni confuse e degli irrisolti che sento di portarmi dentro da quando sono bambina.

Non mi sento pazza, né anormale, anzi tutt’altro. Tornata a casa dal primo incontro con la psicologa numero 3 avevo dentro una strana felicità, mi sentivo energica e allo stesso tempo quieta. Sentivo finalmente di stare facendo qualcosa per me, di starmi regalando qualcosa. Ed è stata una consapevolezza importante.

Il problema degli psicologi è che costano troppo, mentre dovrebbero essere un diritto garantito a tutti, ma come per molte cose ne può usufruire solo chi se lo può permettere, perché ricco o perché sacrifica qualcos’altro. Io mi sento fortunata: ho avuto qualcosa da sacrificare.

Nonostante tutto questo, o forse proprio per questo, in questi giorni vedo molta bellezza intorno a me.

 

La vedo nel pane impastato, lievitato e sfornato oggi pomeriggioIMG_20160210_182018

In un quadro fatto e regalatomi da una persona a cui tengo tantissimo

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In un biglietto bellissimo con scritte cose bellissime da parte di un’amica carissima

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E l’ho visto nel calore manifestatomi dalle persone presenti all’incontro di ieri sera. Persone che tra Sanremo, Carnevale e il tepore domestico, hanno scelto invece di uscire per venire a sentire quello che avevo da dire sul tema della pubblicità sessista, mica una seratina all’acqua di rose…

Lo vedo nel fatto che, senza nemmeno stare a pensarci troppo, questo elenco potrebbe allungarsi un bel po’.

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12 pensieri riguardo “Psiche

  1. Bravissima, questo post dice la verità in tutto e per tutto! Tutti si vergognano a dire che vanno da uno psicologo e c’è la credenza diffusa che solo i pazzi debbano andarci. Invece delle belle sedute di psicologia servirebbero a tutti perchè spesso anche affrontare la quotidianità può essere sinonimo di difficoltà mentali. Io ci sono andata per un anno perchè stavo attraversando un periodo buio dove la soluzione a tutti i miei problemi era buttarmi dal balcone. Ed è stato incredibile come la mia psicologa (donna formidabile) sia riuscita a farmi vedere delle cose che non avevo mai capito e a mettermi davanti al naso che tutto quello che sentivo e come mi percepivo era il frutto delle mie dinamiche famigliari sin dall’infanzia. Sinceramente adesso ci tornerei di nuovo perchè sentirei la necessità di parlarci ancora ma, come dici tu, il costo è veramente eccessivo e andarci una o due volte non servirebbe a niente.

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    1. Grazie Sara di questa condivisione: parlarne senza timori o vergogne era l’intento del mio post, sono onorata che l’abbia fatto anche tu!
      E capisco bene il desiderio di volerci tornare e non potere… io ci pensavo da molto tempo e alla fine mi sono decisa. Se mi fossi messa a pensare a quanto tempo e soldi avrei dovuto impegnare non avrei mai iniziato, ma mi sono detta: partiamo, poi dove riuscirò ad arrivare si vedrà. E quando e se diventerà insostenibile, ci penserò e troverò una soluzione.
      Un abbraccio

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  2. Sono attratto da un po’ dalla relazione fra il nostro stato psicologico, cioè fra la nostra mente, e il nostro corpo, cioè la materia, perchè sono molto più connessi di quanto siamo disposti a credere. Ritengo che un problema a livello mentale sia solo al primo stadio perchè può trasferirsi sul corpo.
    Ma siamo noi a chiamare “problemi” e “malattie” certe cose che giustamente non ci piacciono. I pensieri in generale acquistano una consistenza diversa quando si manifestano nel nostro corpo (buoni o cattivi che siano). Lo osservo su me stesso e sugli altri. Ti capitano mai dei flash, in cui rilevi, senza volerlo nè cercarlo, delle variazioni, cogliendo indizi, eventi, relazioni? A me sì e sono del tutto improvvisi (non si tratta di riflessioni o ragionamenti, ma qualcosa di più simile ad una rivelazione). Ho osservato, ad esempio, il ristabilirsi di meccanicità e abitudini al ritorno dalle vacanze. In me, il ripristino della routine (serve solo fino ad un certo punto provare ripugnanza per il ripetersi infinito degli stessi eventi) provoca, quando sto bene, una rigidità, un lieve e costante malessere, un sentirmi connesso ad un sistema predefinito con le sue regole rigide e i suoi schemi mentali fissi. Orrore puro, ripugnanza, voglia di fuggire sul K2. Mi stresserebbe anche, ma io reagisco allo stress con una sorta di depressione volontaria (è un atto di ribellione mascherato da apatia). Anche i pensieri in background, quelli che non sai di avere ma agiscono e succhiano risorse (proprio come i processi in background nella programmazione multithread… perdona il tocco di “nerdosità” :P) ci condizionano enormemente (come la sveglia… io riesco a svegliarmi l’istante prima (sarà un secondo, forse meno) che suoni, credimi e non sono un nevrotico alla Verdone). Così come la tensione, che se per brevi intervalli costituisce un overboost benefico e utile, se protratta a lungo fa danni. Ho visto il ristabilirsi di certi meccanismi, nelle persone, che si rivelavano a livello fisico, ma sono quasi certo che in realtà fossero sintomo di disagio, sebbene il gesto fisico non avesse alcuna relazione “estetica” con il disagio (ossia non lo rappresentasse apparentemente). E questi meccanismi condizionano il comportamento delle persone, che ovviamente, tanto per cambiare, non ci fanno caso (volutamente o meno, tanto “tutto s’aggiusta da sè”…).
    Ho letto un paio di libri di Luigi Zoja, che in realtà è uno psichiatra come saprai, e ne ho un paio di Galimberti, che mi aspettano da tanto ma che evito perchè, sebbene lo consideri molto intelligente, lo trovo un po’ deprimente. Questo per dire che le “scienze” dell’anima sono utilissime, secondo me. Di Zoja ho letto “Coltivare l’anima” e l’ho trovato molto istruttivo, e “La scomparsa del prossimo”. Probabilmente il tuo amico rileva, giustamente, che ci sono molti professionisti con un approccio un po’ troppo medicalizzante, che curano con la chimica e poco con l’umanità e l’ascolto. In realtà le persone cercano solo una persona con cui parlare e di una certa competenza, dato che oggi si parla troppo poco di certe cose (noi uomini poi siamo degli analfabeti in tal senso, anche se io in realtà ho sempre sentito la necessità, che ho cercato di soddisfare ogni volta che ho potuto, di raccontarmi senza vergona e questo entrare in contatto con la materia mi ha reso più capace di maneggiarla e più maturo).

    In realtà ti ho scritto perchè mi aveva colpito il tuo considerare la morte come un vuoto, è segno di particolare sensibilità farsi sconvolgere tanto da un pensiero tale. Io ho provato a pensare al nulla da giovanissimo ma non si può pensare, secondo me. Non si può concepire e sono arrivato alla conclusione che in realtà sia un esercizio estremo, ma sostanzialmente inutile. Forse il nulla è il punto di partenza, ma non quello d’arrivo! E’ vero che tutto finisce, ma perchè cambia, non perchè sparisce. Anche io mi rendo conto che niente di quel che c’è adesso qui, durerà in eterno ma: 1) quel che i sensi e la testa (con i miei limiti) mi dicono che esiste, non è tutto (questo è cruciale ed è talmente ovvio…); 2) tutto in realtà cambia, ma non sparisce. Ma un giorno, forse, ti racconterò di un paio di esperienze molto particolari (una piacevole, l’altra notevole) che ho vissuto. Magari di persona!
    Ciao Mari 🙂

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  3. Mente e materia sono completamente interconnessi. Da qualche parte raccontavo sul mio blog gli effetti che lo stress lavorativo (ed evidentemente affettivo, ma l’ho capito poi) hanno avuto sul mio corpo, decretando il 2014 come l’anno in cui sono stata fisicamente peggio (malata ogni festa comandata, fino all’ultimo dell’anno con 38,5°C di febbre in yurta senza bagno 😉 )
    Giusto ieri sera sono andata a trovare un’amica che non dorme da tre mesi e l’inizio di questo disturbo coincide con il suo frequentarsi con una persona… non che io voglia fare psicologia spicciola e immediata, ma mi pare ovvio che ci sia una correlazione e parlandone l’ha riconosciuto anche lei.

    “Mens sana in corpore sano” dicevano gli antichi, ma mai come oggi c’è un’attenzione eccessiva al corpo e molto poca ai moti dell’animo. L’analfabetismo maschile di cui parli è verissimo, ma come ci siamo già detti, sono certa che sia un analfabetismo indotto: non è che le cose non si provino, ma non ci si sente autorizzati a dirle, a condividere, a mostrare debolezze e dubbi, pena la mancanza della fantomatica “virilità”. “I veri uomini non piangono”, incredibile quanti danni abbia fatto e continui a fare questa affermazione stereotipata. Ma anche questo è un discorso lungo su cui ci sarebbe molto da dire. Per non parlare poi della questione “morte”, per la quale si apre un capitolo bello lungo. Comprendo tutto quello che scrivi a riguardo, spesso l’ho pensata come un cambiamento, un passaggio e nei momenti in cui mi sento con le antenne più dritte nei confronti della spiritualità (o come vogliamo chiamarla) il senso del tutto mi pare evidente. Ma il timore che invece sia proprio tutto qui, un caso e basta, e tutto finisce e non ci saranno più connessione con le persone che si amano e le sensazioni meravigliose che questa vita offre, si annida negli angoli per tornare fuori nei momenti in cui mi sento più vulnerabile.

    Ascolterò volentieri le esperienze di cui parli, se vorrai raccontarle. E volentieri di persona, che il web è bello ma per certi discorsi è utile fino ad un certo punto.

    Buon weekend!

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  4. Chissà che sonno ha la tua amica… 😀
    Scherzi a parte, secondo me c’è dell’altro. La relazione di per sè non basta a spiegare una simile, abnorme reazione. Secondo me oggi c’è una fragilità, un sentirsi sempre in balìa di tutto, una scarsa attitudine a tenere ben fermo il timone, a combattere un po’, che non c’è mai stata prima.

    Tutto vero quello che dici dei ruoli, è per quello che regna l’analfabetismo. Ma c’è sempre una possibilità di reagire che le persone continuano a negarsi. Chissà perchè…
    Ciao!

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    1. Certamente c’è dell’altro, viene da un anno e mezzo molto difficile, ma si stava rimettendo in sesto. Non dico che sia “colpa” della relazione, ma che la relazione c’entri mi pare evidente.

      La fragilità c’è, ma credo derivi dal fatto che viviamo periodi di grandi cambiamenti globali, culturali, sociali e relazionali. Chi ha costruito la propria forza sull’avere dei punti fissi che ora sono messi in discussione inevitabilmente si sente spaesato, da qui il successo delle facili cavalcate de “le nostre tradizioni non si toccano” e via dicendo. Senza rendersi conto che queste tradizioni sono di loro mutevoli, lo sono sempre state e sempre lo saranno. C’è molta paura del cambiamento, molto pochi sono e sanno essere resilienti.

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  5. Riguardo all’ultimo paragrafo: sono d’accordo, è dovuto al fatto che la società moderna sposta tutto sull’avere, sulla proprietà, e non sull’essere. Si “ha” un malanno, si “ha” un amore, si “ha” un lavoro, si “hanno punti fissi” su cui si pensa erroneamente di aver costruito la propria forza, mentre è una pura illusione. Oggettificare vuol dire imbrigliare in una dimensione fissa irrealistica e significa alienare da sè. E così un malanno è una cosa che va estirpata, mentre in realtà è una manifestazione di ciò che siamo in questo momento, di un percorso che ci ha condotto dove siamo adesso. Sto leggendo Erich Fromm, “Avere o essere”… 😛

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  6. Credo di aver passato in psicoterapia/psicoanalisi gran parte della mia vita, almeno più della metà dei miei anni… e se ad 8 anni potevo sentirmi investita da quella sensazione di essere “diversa” per me ha avuto ben poco peso perchè nella mia famiglia avevo ben altri problemi dei quali gli strascichi li sto finalmente risolvendo ora. Questo non è a scopo di autocommiserarmi tutt’altro! perchè in ogni caso i problemi ma anche il continuo esercizio a guardarmi dentro mi hanno insegnato molto e mi hanno resa quella che sono.

    Quello che mi preoccupa però è che il sistema in cui viviamo sta facendo aumentare in maniera esponenziale i disturbi psicologici e quindi anche quelli fisici derivanti dalla somatizzazione dei primi. Il motivo è semplice: il sistema in cui viviamo non è rispettoso dell’essere umano, delle sue necessità e dei suoi spazi e tempi. Pensiamo solo ad un argomento che hai già affrontato qui Emme: la polifunzionalità.

    Io credo che tutti siamo potenzialmente polifunzionali e prima dell’avvento dell’industria questo aspetto umano era coltivato e quasi la normalità…(prendi tutte le bio di personaggi illustri: il tizio caio era drammaturgo, attore, scienziato, astronomo etc etc…erano meno coloro che invece erano interessati ad un solo campo d’azione…lo stesso Jung aveva interessi in ogni dove che poi ha racchiuso nella sua teoria)

    ….e adesso? adesso sin da piccolo devi decidere cosa fare della tua vita e quello deve essere…(guai ai tentennamenti che se no perdi tempo e il tempo è denaro) per garantirti (quindi avere) e dimostrare al mondo che c’è l’hai fatta, che sei una persona “arrivata” e di successo. Non importa se poi ti imbottisci di xanax (tutti soldini alle case farmaceutiche) e rischi la perforazione dello stomaco per via delle ulcere, perdi il sonno (tanti soldini alle case farmaceutiche), and so on.

    Personalmente a me questo stile di vita mi urta e non solo: non potrei mai adeguarmici perchè per me è imprescindibile essere prima che avere, avere è una conseguenza dell’essere, se hai senza essere, quello che hai sono certezze esterne a te che possono tranquillamente svanire. E quando svaniscono???

    Buh, io ho visto davvero troppe persone mie coetanee che alle elementari/medie/liceo erano considerate degli esempi di successo…e poi improvvisamente taaac! dopo 20 anni ricevi una telefonata da una vecchia compagna che ti dice: “sai è morto, ha avuto una delusione d’amore e si è lasciato morire!”…”…aveva perso il lavoro e si è suicidata!…a 33 anni….”. Cioè ma scherziamo?

    Benvenga la psicologa…io non la pago perchè ho l’esenzione per disoccupazione e vado al centro di salute mentale di Torino (senza esenzione credo che il ticket costi tra i 30 e i 50 euri a seduta, sempre meno degli 80/120 euri dei privati)…ma bisogna stare attenti perchè in alcuni casi ho visto persone entrate per un problema tutto sommato “semplice” da risolvere e definitivamente rovinate perchè per risparmiare risorse si limitano a contenere (con gli psicofarmaci) piuttosto che seguire e aiutare il paziente nella sua autoguarigione, poi ovvio dipende da medico a medico, da struttura a struttura ma l’andazzo è questo. Per esempio per le crisi di panico è risaputo che gli psicofarmaci cronicizzano il problema e sarebbe più veloce ed opportuno invece un intervento cognitivo comportamentale. Ma figuriamoci!

    Cmq stanno nascendo diverse associazioni che offrono servizio di psicoterapia e di diverse scuole, anche moderne rispetto a quelle più famose…come appunto quella cognitivo/comportamentale o terapia breve…così come stanno nascendo diversi studi associati di dentisti perchè effettivamente se ci pensi anche curarsi i denti è roba da ricchi!!!

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    1. Credo che tendiamo ad avere un’idea di passato un po’ edulcorata a volte. Quando parlavo a mia nonna del fatto che volevo andare a vivere in campagna, fare l’orto e le raccontavo di tanti giovani che erano tornati alla terra, pur avendo una laurea, lei inorridiva. Mi diceva “Noi lavoravamo come le bestie, anzi peggio delle bestie! Le bestie almeno ogni tanto riposavano!”
      Quello che è cambiato secondo me è il fatto che mentre in un passato più remoto c’era poca possibilità di uscire dalla propria condizione, e in un qualche modo ce ne si faceva una ragione (i figli di contadini difficilmente potevano aspirare ad altro), oggi ti raccontano che le opportunità ci sono per tutti, che basta avere l’idea giusta e puoi “svoltare”, quindi se non ce la fai non è colpa delle condizioni in cui sei nato, ma sei tu che non ti sei impegnato abbastanza, che non vali abbastanza. Siamo continuamente sotto pressione per il fatto di dover dimostrare qualcosa, un qualcosa che solo ad un’attenta analisi scopri che non è così raggiungibile e soprattutto, che per raggiungerlo non contano solo i tuoi sforzi e che se anche fosse così i costi in termini di stress e salute e tempo rubato alla bellezza della vita sono eccessivi.

      Una chiacchierata da uno psicologo dovrebbe essere una routine annuale, secondo me. Come tutti quei controlli di salute che si fanno annualmente. Cara Von, ma come funziona per lo psicologo della mutua? Tu riesci ad andare sempre dallo stesso? Perché me ne hanno consigliata una bravissima qui dalle mie parti, ma lavora solo nel pubblico… è possibile raggiungerla o come ogni cosa a livello di sanità pubblica becchi quello che trovi? Un’amica tempo fa aveva inizato con la psicologa della mutua e si era trovata benissimo, ma da quello che mi raccontava non poteva fare piu’ di un tot di sedute e penso sia per questo che si è rivolta poi ad una privata…

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      1. Prima rispondo per la mutua: io non avevo fatto una scelta precisa su una professionista particolare, credo che ti assegnino a chi ha disponibilità di posto ma poi, certamente, vai solo da quello. La mia psicologa prevedeva almeno 3 sedute alla settimana, però ovviamente non c’era posto (e nemmeno io potevo permettermi di andare avanti ed indrè per mezza torino tre volte la settimana) quindi abbiamo optato per una seduta (martedì) ed un colloquio telefonico tra una seduta e l’altra, prima del we.

        La trafila qui a torino è la seguente: scrivi a “psicologi in linea” o telefoni al centro di salute mentale e fai un primo colloquio per capire il problema e quindi al tipo di professionista più indicato e poi cominci con quello. Io ho scritto e grazie alla mia ormai lunga esperienza con questi professionisti (posso ben dire che sono stati praticamente l’unico appoggio sicuro rispetto alla mia famiglia) sono riuscita a dare una quadro chiaro delle difficoltà in cui ero, ma soprattutto ho chiesto specificatamente una psicoterapia e una psicoanalisi che non includesse la somministrazione di alcun psicofarmaco. Quindi ho saltato il colloquio preliminare e ho cominciato direttamente con la mia attuale psicologa.

        Per quanto riguarda il discorso più ampio…anche mia nonna (donna di servizio in casa borghese) e mia zia (cuoca sin da giovane prima nel ristorante garni di famiglia e poi in vari locali suoi) ovviamente mi hanno detto le stesse identiche cose (il mio sogno è vivere in una piccola cascina dove fare l’orto e allevare qualche animale…e se ti serve qualche istruzione la trovi in questi due libri: http://www.libreriauniversitaria.it/vita-migliore-ovvero-libro-ortofrutteto/libro/9788843599134 e http://www.macrolibrarsi.it/libri/__il-grande-libro-dell-autosufficienza-libro.php libri bellissimi non solo perchè ti dicono tutto lo scibile sull’argomento ma sono anche illustrati veramente benissimo).

        Se devo definirmi io mi sento umanista positivista magari non nell’accezione precisa delle due scuole di riferimento e penso che il sistema in cui viviamo sia frutto di una mancata evoluzione morale atta a utilizzare al meglio l’evoluzione tecnologica e scientifica a cui inevitabilmente l’umanità è andata incontro negli ultimi due secoli…e che ovviamente in mancanza di un progresso etico ha impattato spesso in maniera negativa.

        A parte le due guerre e la bomba atomica, ha impattato proprio nel privato in una maniera che se prima una parte della popolazione era schiava delle condizioni economiche della famiglia e quindi ereditava lo stesso lavoro…adesso come siamo messi? Tempo fa mi è capitato di vedere un video denuncia sul contratto e la paga dei dipendenti che lavorano nei magazzini di amazon e la situazione a me ha ricordato esclusivamente la condizione degli operai nelle fabbriche e la questione dell’alienazione di cui parlava marx nel suo “Il capitale”. Insomma nonostante il progresso non ci siamo liberati di molti mali che forse un tempo erano anche giustificati dalle condizioni in assenza di progresso tecnologico…e che col progresso (e il capitalismo e il consumismo) si sono solo trasformate…

        E come tu stessa dici:”oggi ti raccontano che le opportunità ci sono per tutti, che basta avere l’idea giusta e puoi “svoltare”, quindi se non ce la fai non è colpa delle condizioni in cui sei nato, ma sei tu che non ti sei impegnato abbastanza, che non vali abbastanza. Siamo continuamente sotto pressione per il fatto di dover dimostrare qualcosa, un qualcosa che solo ad un’attenta analisi scopri che non è così raggiungibile e soprattutto, che per raggiungerlo non contano solo i tuoi sforzi e che se anche fosse così i costi in termini di stress e salute e tempo rubato alla bellezza della vita sono eccessivi.”

        Appunto per apparire e non essere. Perchè se da una parte abbiamo le moderne scuole di psicologia e psicoterapia (da notare che come scienza e poi branca scientifica a se è molto giovane, poichè guarda un po’ che caso è coetanea dello sviluppo industriale e poi tecnologico e scientifico), queste ci aiutano a trovare un nostro noi, un nostro essere e un modo per esprimerlo in un mondo e soprattutto in un sistema da cui provengono messaggi ben diversi e dove la tendenza generale (ovviamente poi ci sono eccezioni) è quella di uniformare le coscienze invece di esaltare le predisposizioni e le esigenze di ognuno che poi danno luogo alle differenze e quindi io mi stupisco anche della pretesa tolleranza verso gli stranieri quando viviamo in una società dove la tenenza è quella di non tollerare nemmeno le nostre personali (e spesso va a finire che siamo noi che ci autocensuriamo)….

        scusami il papocchione ma questi argomenti stanno al centro di una mia idea che intendo sviluppare al termine dei 7 sette passi 😉 e quindi mi stanno molto a cuore però scriverne mi da l’opportunità di confrontarmi con altri ma anche vedere gli argomenti da altri punti di vista.

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  7. Grazie davvero per le informazioni e i consigli. Nel periodo di piccola comunità che è durato diversi anni ho visto ascesa e declino della questione autoproduzioni, bio e ricerca di canali di acquisto fuori da super e ipermercati. Alimentarmente producevamo pane, biscotti, torte, marmellate, conserve, sottaceti, latte si soja, seitan, saponi per la casa e formaggi vegetali, yogurt e siamo andati pure ad un mini corso base per fare formaggi con latte vaccino. Abbiamo fatto una stagione di esperienza di orto sinergico, ma le fratture interne al gruppo ha spento le volontà lasciando che tutto si sgretolasse. E’ stato un’insegnamento importante: bisogna sapere fare le cose, sì, ma sono fondamentali gli alleati sul proprio cammino. Così come gli alleati giusti possono darti la spinta propulsiva per il decollo, allo stesso modo gli alleati sbagliati possono buttarti negli abissi… e poi è difficile risalire. Non impossibile, ma difficile. Sicuramente formativo.

    Ora riparto, non da zero, direi da sei. Ho tanta esperienza accumulata sulle cose da fare e da non fare, e soprattutto su quelle da non dare per scontate. Sto giusto dirigendo il timone qualche grado più in là…

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  8. Eh posso ben dirtelo in prima persona provenendo da una situazione in cui, proprio nella mia famiglia, avevo i peggio “alleati”… e quindi ho dovuto combattere sulla mia pelle le conseguenze che crescere in una determinata situazione può comportare e soprattutto la tendenza a lasciarmi andare e arrendermi, certe volte non è stato facile superarla. Difficile ma non impossibile. Dipende tutto dal singolo individuo e devo ammettere che certe volte mi chiedo come cavolo ho fatto ad uscirne forse un pò folle ma comunque sicuramente sana di mente. E mi do grandi pacche sulle spalle…:-D

    Quanto allo sgretolarsi dei gruppi… ho avuto un’esperienza simile in un altro ambito ed è veramente uno sconforto quando una bella iniziativa viene meno non perchè sia impossibile ma per questioni meramente personali dei singoli del gruppo: invidie, gelosie, egoismo…zizzania. E proprio questo brutto ricordo un pò mi blocca nel ricostruire un’iniziativa (cooperativa di lavoro) che parta dal gruppo, soprattutto se ha successo e cominciano le porcate tra i soci…per ottenere la supremazia.

    Anche io posso dire che sto ricominciando anche se non credo di aver mai superato la sufficienza, riparto quindi da un tre…(considerando anche certi limiti derivanti dalla mia educazione) ma non ho paura, anzi…recentemente è successo che è venuta meno una componente importante dal punto di vista strategico ma ciò non mi ha fermato e anzi il nuovo programma che ho definito mi ha fatto scoprire, nel frattempo, una caratteristica di me che sin ora avevo colpevolmente ignorato: sotto pressione non funziono bene, mettermi fretta, partire in 4 e pretendere certe prestazioni continuative è un pò come aspettarsi da un neo corridore di affrontare una maratona…senza arrivare spompato. Come dice la mia psicologa: pretendi troppo da te, forse dovresti essere più realista. Appunto. In nuovo programma è decisamente più in linea con un’idea di allenamento ed esercizio costante e graduale. 🙂

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