Natale e Santa Indignazione

Per queste feste prendo in prestito le parole di Adriana Zarri, teologa, scrittrice, monaca, eremita, ha vissuto in campagna allevando animali, curando i fiori, scrivendo su giornali e riviste (tra cui Micromega e il manifesto) e combattendo molte battaglie coraggiose (ha preso pubblicamente le distanze da CL e Opus Dei, si schierò apertamente a favore della legge sull’aborto).

Ed eccoci, Signore, nuovamente davanti alla tua culla. E’ un dolce appuntamento che si rinnova tutti gli anni; e noi, tutti gli anni, siamo qui, col mitico corteggio di pastori,di angeli, di stelle e di quanto la storia, la leggenda, il mito e il simbolo hanno accostato alla greppia di Betlemme, compresi i due pacifici animali che, in mancanza di meglio, ti riscaldavano col fiato (e chissà poi se ce n’era bisogno, se la data, ignota, della tua nascita, comportava il disagio del freddo o quell’altro, non meno tormentoso, del caldo torrido dell’arsa Palestina…)

Ma teniamoci pure alla nostra tradizione, che ti fa nascere in inverno e, da noi, accompagna il Natale con la scenografia dei ghiacci e della neve (quella davvero assai poco probabile sui bassi colli di Betlemme). Teniamoci pure anche a questa innocente ambientazione, a queste leggende e improbabilità: fanno parte di un sedimento psicologico, emotivo, culturale che, se opportunamente relativizzato, non è per nulla deplorevole.

Purtroppo, ci arrestiamo spesso a queste ambientazioni emotive: la neve, i pifferi, gli abeti: questo è il nostro Natale, cartolinesco e, non dirado, consumistico e festaiolo, in cui sembra contare di più il panettone e lo spumante della memoria della tua nascita. Essa rimane là, all’orizzonte, come un fondale di carta (le carte blu con le stelle dorate che fan da cupole ai nostri presepi di gesso…): fa parte anch’essa della messa in scena natalizia: la parte più ipotetica, leggendaria, lontana, la parte dei bambini, che hanno ancora bisogno di favole, mentre gli adulti sono più positivi, concreti. E la nostra concretezza è poi il pranzo col tacchino.

Noi teniamo i piedi per terra; il che significa che i nostri non sono i passi dei pastori ansiosi, ricercanti, adoranti: i nostri passi ci portano ai grandi magazzini a comperare le futilità. Non il dono, che è dolce offerta d’amore, ma non di rado il regalo prestigioso (per coltivare la nostra immgine e “far bella figura”) e talvolta perfino corruttore; per guadagnarci appoggi e privilegi indebiti se non addirittura illeciti (ed il pensiero corre ai salmi, quando denunciano le mani cariche di doni per corrompere i giudici, a danno degli innoncenti e dei poveri che non si possono permettere regali altrettanto sfarzosi e dispendiosi).

In questo Natale consumistico ci sono personaggi politici e grandi industrie che regalano un’automobile, un fuoribordo, un elicottero, una casa, mentre tanti poveri abitano tuttora in baracche di legno. Ma a che scopo dare una casa a un poveraccio? A che serve? Non è un grande elettore, non dispone di leve di potere, non può giovarci in alcun modo; e allora se ne stia pure là, tra i suoi ragni e i suoi tipi, con la modesta consolazione di un gattino che dà la caccia ai roditori e inoltre fa compagnia e perfino le fusa.

Che si vuole di più? neanche Gesù bambino, a quel che dicono, aveva niente di più: si contentava di due bestie (se poi c’erano) e predicava “beati i poveri”; e allora che i poveri se ne stiano contenti e quieti, senza contestazioni e senza scioperi, se fosse possibile senza nemmeno sindacati; e ci lascino in pace: per loro è il regno dei cieli; e se lo tengano pure, e noi invece ci teniamo il regno della terra, e il Natale è una delle tante occasioni per celebrarlo e difenderlo.

Di fronte a questo Natale consumistico, corrotto e corruttore mi sovvengono le minacce del profeta Isaia: “Guai a voi che aggiungete casa a casa e unite campo a campo, sì che agli altri non resti più spazio e rimaniate gli unici abitanti… guai a chi assolve un reo perchè corrotto da doni e invece nega la giustizia al buon diritto dell’onesto!”

O Signore Gesù; ero venuta accanto alla tua culla per adorarti e invece mi è uscito un grido di protesta; ma non è forse anch’esso adorazione? Non è forse una preghiera? Se queste minacce son consegnate al libro santo della rivelazione non si potrà modeallare anche su di esse il nostro rapporto con te? Ecco allora, Signore, che io vengo vicino alla tua greppia portando i miei poveri doni; e tra questi c’è anche la santa indignazione: quell’indignazione che ha animato tanti profeti e te stesso, Gesù, che hai gridato a tua volta “guai a voi…”
E’ un “guai” che avrà esso pure il suo perdono perchè io credo che tu tutti vuoi salvi e salverai; ma, prima, questi maestri del regalo calcolato dovranno misurarsi con te, povero e difensore dei poveri.

E davanti alla greppia della tua incarnazione noi ti preghiamo per tutti e anche per loro: perchè il Natale cessi di essere la fiera dei mondani arrivismi e divenga l’adorazione umile e povera della tua povertà.

da “Un eremo non è un guscio di lumaca”
Adriana Zarri
(1919-2010)

 

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2 pensieri riguardo “Natale e Santa Indignazione

  1. Passato bene il Natale? Io sì, per la prima volta nella mia vita l’ho volutamente ridimensionato ed è stato migliore. Auguri Mari!

    ps ieri ho accattato gli scritti corsari… 😛

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  2. Ciao Fabio! Uff… diciamo che la vigilia che doveva essere un disastro è stata inaspettatamente piacevole, mentre il 25 che avrebbe dovuto filare liscio come l’olio è stato una mezza catastrofe. Eh! Le feste! Portano sempre a galla gli irrisolti che si tentano di tenere sul fondo…
    Cos’hai ridimensionato del Natale? E che farai di bello per l’ultimo dell’anno? Auguroni!!!

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