Case, giardini e parabrezza

12301628_1525496947767999_4352615650485764096_n
dalla pagina di Natale Gentile

 

Quella di oggi è una giornata piena di dubbi, di strane pesantezze del cuore, di “forse”, di “ma”.

Vivo in una bella casa, che non è mia. E più guardo la cura con cui sono stati scelti gli oggetti, l’abbinamento di colori, l’armonia del tutto, più diventa forte il desiderio di avere un posto mio. Che sia mio davvero, in cui poter decidere cosa fare e come viverlo, in cui poter chiamare a mio piacimento gente per una tazza di tè o una cena festosa, senza dover chiedere il permesso a nessuno. In cui far buchi nel muro, far entrare animali senza timore di rovinare il parquet. In cui commettere qualche disastro e non dover rendere conto ad altri che a me.

Quando parlavo di questo con mio cugino, l’abitante dell’uliveto, lui faticava a capire la mia esigenza “La nostra casa è dentro di noi, non è uno spazio fisico, ma una dimensione dell’essere: una volta capito questo possiamo stare bene ovunque”. Le sue parole tornano spesso nella mia testa e per quanto sappia che le sue scelte di vita totalmente opposte alla società a cui siamo abituati lo portino a ragionare sulle cose in un modo estremo e a volte difficilmente conciliabile con ciò che sento e desidero, mi capita spesso di pensarci e chiedermi se ha ragione, o meglio: cosa delle sue parole mi torna di continuo a pungolare.

Casa mia la immagino come un nido a cui tornare, non un posto vincolante, ma un luogo che mi aspetta nonostante il mio peregrinare nel mondo. Mi sembra che anche la possibilità di mettermi in viaggio per molto tempo sia più reale con una casa che mi aspetta al mio ritorno. Forse perché mi piace pensare che ci sia il ritorno. Che sia questo il punto nelle parole di mio cugino? La differenza di prospettive, tra un essere continuamente in viaggio e un viaggiare e tornare, per poi ripartire. Questa sensazione mi pare di averla sempre vissuta, in quasi tutti i miei viaggi di una certa lunghezza: dopo qualche settimane puntuale arrivava il desiderio di teletrasportarmi per un giorno a casa, riposarmi, mangiare un piatto di spaghetti e ripartire.

L’allenamento al non giudicarsi continua e a volte costa fatica, come in questo caso: mi sto impegnando a non giudicare i miei desideri, ma a farli emergere, ascoltarli e capire cosa mi comunicano.

La vita di città mi sta piacendo molto: vivere in centro toglie tutta quella parte stressante che inevitabilmente si ha vivendo fuori da esso. Poter raggiungere a piedi cinema, localini, piccoli e grandi supermercati; scrutare i piccoli negozietti sotto i portici con libri, antichità, gallerie d’arte, negozi che sembrano appartenere ad un’altra epoca; alzare gli occhi ogni tanto e vedere una torre che non avevo mai notato in una strada che avrò fatto migliaia di volte e gli scorci, i vicoletti coi bei palazzi antichi, questa bellezza è impagabile e devo dire che è uno dei motivi per cui ho deciso che a Bologna o avrei trovato una casa in centro, o nulla: svegliarmi la mattina, guardare fuori dalla finestra e vedere il grigio del palazzone di fronte, scendere in strada e camminare per vie con edifici squadrati e anonimi mi metteva tristezza solo a pensarci. Ho molto bisogno di bellezza intorno a me, penso che tutti ne abbiano bisogno, ma a volte non ce ne si rende conto.

Allo stesso tempo però mi chiedo se questa vita mi stia lentamente risucchiando verso quel meccanismo consumistico della generazione dei desideri: una casa, cinema, teatro, bei vestiti, buon cibo, buon vino,buon tutto. E alla conseguente frustrazione per non poterli soddisfare. Quest’estate giù al Giardino il bello era vivere con tante persone dalle store e dalle scelte di vita differenti. Non ci si identificava con il lavoro che si faceva, ma ci si raccontava e ci si scopriva sulla base di quello che si sapeva fare, che appassionava, che interessava, che si condivideva. La vita allora sembrava facile, era evidentissimo come servisse poco per essere felici. Poi sono tornata nella società solita e piano piano quelle sicurezze hanno iniziato a sbiadire, quel coraggio che sta motivando tutte le scelte degli ultimi tempi a volte vacilla e il dubbio si insinua facilmente nei miei pensieri e mi confonde le immagini nella testa.

Con questo umore altalenante, con questi dubbi che mi aggrottavano le sopracciglia il sabato mattina, ho scoperto un progetto che mi ha scaldato il cuore, questo: gesti di gentilezza (spesso a sconosciuti) una rivoluzione potentissima in una società egoistica in cui si dà solo per ricevere, che spesso spera di ricevere più di quello che dà (è il consumismo, bellezza!). In questi giorni in cui si grida alla guerra, pensare che nel mondo esistano persone che si impegnano a spargere amore e gratuità aiuta a risollevarmi l’umore. E’ un’idea così bella e semplice allo stesso tempo che mi ha fatto pensare a moti dell’animo di cui scrivevo prima: vivere felici potrebbe essere facile, una volta capite le nostre vere necessità, i nostri reali desideri.  Pensare che da qualche parte c’è qualcuno che sta lasciando un messaggio positivo sul parabrezza di uno sconosciuto mi genera automaticamente un sorriso e mi ricorda Stargirl, un libro per adolescenti che consiglio a tutti di leggere.

Guardo fuori dalla finestra e ora mi accorgo che dalle nuvole sta uscendo un timido sole invernale.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...