Casualità e confronti

Stamattina ero a casa dei miei: ero andata il giorno precedente a prendere la mia macchina per arrivare in una scuola in Appennino per dei progetti da sviluppare in occasione del 25 novembre e una volta riportata la macchina lì (non è molto pratico avere una macchina in centro a Bologna senza i premessi dei residenti) sarei dovuta tornare in città in treno. Per una serie di motivi quel treno l’ho perso e spinta dalla necessita di dover essere in città in mattinata, dopo aver visto orari di corriere, di eventuali interregionali ed essendo discretamente carica (borsa, computer e un paio di altre borse), ho deciso di andare a Bologna in macchina, parcheggiando in uno dei rarissimi parcheggi non a pagamento che ci sono vicino al centro e sperando di ritrovarla tutta intera.

Così, abbandonata l’idea del treno, mi viene in mente che sulla strada c’è una biblioteca cui devo riportare un libro e dalla quale sto aspettando pazientemente la chiamata che mi avvisi che è arrivato il seguito. Guardo gli orari: perfetto, è aperta di mattina. Ho perso il treno, ma almeno riesco a riconsegnare il libro. Appena arrivata in loco G., la mia amica bibliotecaria mi dice “Stavo proprio per chiamarti, è appena rientrato il libro che stavi aspettando!”.
Inutile dire quanto questo “caso” mi sia sembrato capitato ad hoc. Ma non è tutto. Mentre chiacchieravo con G. dei miei progetti nelle scuole sul tema della violenza contro le donne e il sessismo nella pubblicità, è entrata una signora a riconsegnare “L’età del caos”, di Rampini. Ed  questo ha contribuito molto alla mia idea che la perdita del treno, la scelta della macchina e la conseguente possibilità di passare da lì non fossero fatti casuali.

Io di Rampini non ho letto nulla, forse qualche suo articolo di giornale, ma proprio qualche giorno prima ero andata alla presentazione di quel libro in una grande libreria di Bologna e la presentazione mi aveva stonata un bel po’. Chissà, forse l’ho presa male fin dall’inizio, quando l’organizzatore declamava a gran voce che le prime quattro file di sedie erano riservate esclusivamente a chi aveva acquistato il libro, cosa che continuava a ribadire mandando via vecchietti che si avvicinavano alle sedie, anche quando i posti disponibili a sedere sulle altre sedie e poi sulle scale e quelli in piedi tra gli scaffali erano terminati, e l’ho trovata una modalità così spiacevole e fuori luogo che devo ammettere di non aver approcciato nel migliore dei modi l’evento.

Per farla breve, tutto ciò che Rampini ha esplicitato nel parlare del tema del proprio libro era contrario a tutto ciò che penso. In buona sostanza i temi centrali erano:

– dopo i fatti di Parigi dobbiamo smettere di pensare che ce lo siamo meritati, che ne siamo in qualche modo responsabili, perchè non è così. L’Occidente è vero che ha fatto tante porcate in giro per il mondo, ma prendiamo ad esempio la Corea del Sud: era poverissima dopo la seconda guerra mondiale, ancora di più dopo la guerra di Corea tanto che Ban Ki-moon ha potuto studiare perché i libri gli furono forniti dall’ONU, mentre ora quando si pensa a quello stato la prima cosa che viene in mente è la Samsung, il progresso e la ricchezza.  Questo a dimostrazione del fatto che la colpa non è dei comodi che l’Occidente ha fatto un po’ qua e un po’ là, ma degli Stati che hanno avuto cattive classi politiche e non si sono riprese come ha fatto la Corea del Sud.

– ci sono due modalità di approccio all’immigrazione. E gli immigrati francesi hanno tendenzialmente un approccio assistenzialista. Inutile poi parlare di mancata integrazione, del fatto che si sarebbe dovuto fare di più, perché l’ideatore degli attacchi terroristici veniva da una famiglia benestante e aveva frequentato le scuole migliori. Gli Stati Uniti sono il modello di gestione dell’immigrazione che funziona meglio, perché non danno assistenza, ma una possibilità: poi sta a te farla fruttare e se non hai saputo farlo nessuno incolpa lo Stato, la colpa è tua che non sei stato abbastanza bravo/lavoratore/previdente.

– (questo non l’ha scritto nel libro, ma lo ha raccontato riportando le parole di un medievalista che era con lui ad una trasmissione televisiva qualche giorno precedente) le Crociate non hanno avuto nessun valore, sono state nulla più di qualche spedizione di uomini vandali che non hanno influito se non marginalmente sul vastissimo territorio dell’Islam, tanto che molti nemmeno lo sapevano finchè Napoleone non le ha riportate in auge riscrivendone la storia come momento importantissimo di grandi gesta eroiche: è stato allora che molti nel mondo musulmano ne sono venuti a conoscenza, non prima.

– dopo gli attentati ci sono stati musulmani che hanno preso le distanze, sono state per la prima volta organizzate manifestazioni per dire “Not in my name”, ma non è abbastanza: dovrebbero distanziarsi di più, dovrebbero dirlo pubblicamente in maniera più incisiva, così non è sufficiente e in questo hanno una forte responsabilità.

Questo è quanto. Guardando la folla di persone che annuiva a seguito di tutti questi concetti mi sono sentita estranea, mi sembrava di essere ad una conferenza in cui si diceva ciò che la gente voleva sentire dire: avete paura, ma non è colpa vostra, sono loro che devono prendere le distanza, sono loro che vengono qui e pretendono assistenza, sì è vero che siamo andati a casa loro a fare i nostri porci comodi, ma certi stati poi si sono ripresi, se loro sono ancora poveri e si ammazzano tra loro mica è solo colpa nostra. Facciamo come gli  Stati Uniti, che danno una possibilità, ma se poi fallisci sai che la colpa è solo tua.

Mi è sembrato un discorso molto semplicistico (e pieno di etica protestante!), come se non si sapesse quanto l’Occidente (e gli Stati Uniti in particolare) ha cercato di ostacolare i processi democratici in tanti stati ex-coloniali, penso ad esempio al Congo e alla fine fatta fare al presidente Lumumba. E mi pare assurdo sostenere che gli USA siano il modello vincente  (vincente per chi?) di approccio all’immigrazione, come se davvero bastasse la buona volontà e non contassero invece, anche lì, tutto il sistema di relazioni, conoscenze e back ground per avere o no successo nella vita. Le buone università statunitensi sono davvero ottime, lo so perché mia sorella sta studiando lì. Ma chi può permettersi di andarci? Mi è sembrato così anacronistico continuare a millantare il “sogno americano” che ti permette di arricchirti se veramente vali, e se ti impoverisci significa che non vali abbastanza, oltre al fatto che per tutta la presentazione ha continuato ad usare la parola “America” al posto di “Stati Uniti”. Sempre. Le parole sono importanti, creano significati e li rafforzano. E nemmeno la tanto invocata presa di distanza da parte dei musulmani è un argomento che mi trova favorevole, l’ho sempre trovato stigmatizzante.

Ed eccomi qui, con il libro che tanti dubbi e domande mi ha generato, perché per me non è un problema mettere alla prova le mie idee e i miei pensieri e, nel caso, ammettere di aver sbagliato e di tornare sui miei passi. In un’epoca in cui tutti sanno tutto e pensano sia lecito calare dall’altro la propria opinione su ogni cosa, tendo a dare un po’ di credito a chi per curriculum credo sappia di cosa sta parlando: metto sul tavolo le sue ricerche e conoscenza e i miei punti di vista. Vedremo come va.

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