Di casa in casa #1

Vivendo in una paese di provincia di una famosa città universitaria non ho mai avuto bisogno, ai tempi, di cercare una camera in affitto in città e mi sono risparmiata con somma gioia tutte le esperienze raccontate dalle mie compagne di facoltà: la difficoltà della ricerca, l’importanza della fortuna nel trovare coinquilini decenti, le liti per le pulizie e via dicendo. Mi ci ritrovo ora: per fortuna non ho un bisogno impellente di trovare casa, se non quello dettato dal desiderio di mantenere la mia sanità mentale, quindi prendo tutto in maniera abbastanza serena, ma quanto vissuto finora mi ha arricchita di episodi interessanti che meritano di essere raccontati, diamo quindi il via a questo ciclo partendo dalla prima casa!

Arrivo all’appuntamento con qualche minuto di ritardo. Guardo da lontano il civico e mi convinco che il ragazzo mi abbia dato il numero sbagliato, visto che si tratta del  portone di ingresso di un museo… Mi avvicino e scopro esserci in realtà un campanello nutrito di bottoni ed eccolo lì, su un bottone, anche il cognome che cercavo. Intanto arriva F., che verrà a visitare l’appartamento con me come sostegno morale ed emotivo e consigliere fidato.

Suoniamo, risponde il ragazzo con cui avevo il contatto e mi dice “Scusa, potresti aspettare cinque minuti?” e io già me lo immagino mentre tenta di infilare i sacchi dell’immondizia nell’armadio e le cicche di sigarette sotto al tappeto. Cinque minuti passano ampiamente e non succede nulla, con F. ne approfittiamo per dipingere scenari catastrofici e dopo un quarto d’ora risuoniamo. Nel mentre entra una ragazza insieme a noi, ci segue per le scale e facciamo tutta la strada insieme, arrivati al pianerottolo scopriamo che deve entrare proprio nello stesso interno e la scena è questa: entra lei, il ragazzo la saluta dicendo “Ah ma eri tu che hai suonato?” entriamo noi, salutiamo, lui ci guarda e le dice: ” Ah sei venuta coi tuoi genitori?”. Momento di interdizione in cui tutti ci guardiamo con tutti, smarrimento della ragazza, smarrimento mio (solitamente la gente tende a darmi meno anni di quelli che ho, tranne in Kerala in cui un ragazzo del luogo me ne diede 43, ma non fa testo, credo…). Guardo il ragazzo dicendogli “Mi sembri un po’ confuso!”. Lui si rianima, capisce la situazione, saluta un’altra ragazza ancora che fa per uscire (venuta anche lei a vedere la camera) e ci accoglie. Ci fa vedere la casa, si scusa per la minchiata appena detta, ci dice che quella salita con noi è la ragazza della camera che si libera, che è dovuta andare via all’improvviso per ragioni famigliari e che sono due giorni che prende decine di appuntamenti e la cosa lo sta facendo andare giù di testa. La casa è bella: cucina enorme, zona sala enorme, terrazzino, lavanderia. Solo le camere sono piccole. Minuscole. Per arrivare alla camera che si sta liberando bisogna passare da un’altra camera, una doppia in cui due ragazze erasmus dormono in un letto a castello. E la singola a me destinata si trova in una sorta di sottotetto, con un materasso da una piazza e mezzo messo per terra in stile futon (dei poveri), completano l’arredamento una scrivania, un’asta appendiabiti e un porta oggetti verticale appendibile dell’Ikea. L’unica luce proviene da una finestrella minuscola che temo non possa mandar via l’odore di chiuso e stantio nemmeno lasciandola aperta tutto l’inverno. Prezzo 340€, tutte le spese escluse. Facciamo due chiacchiere con il ragazzo, che dopo lo scivolone iniziale si rivela simpatico e socievole e ci dice che in casa in tutto sono in cinque, sei con la nuova persona che arriverà. Mi racconta che a quanto pare è diventato più difficile per tutti trovare casa, tanto che a settembre gli succedeva che alcune ragazze venissero a vedere la camera ancora sfitta, se ne andassero, per poi citofonare una volta da basso chiedendo di poter tornare a vedere la camera e salissero col padre che gli metteva in mano mille euro in contanti perché lui decidesse di dare la camera alla figlia. Quella camera!

Ci salutiamo con lui che mi ripete di mandargli un messaggio entro qualche ora e io che gli ripeto che devo vedere un’altra casa il giorno dopo e prima di allora non posso decidere. Mi continua a dire che ci tiene a mettersi  in casa gente in gamba, che vuole  che la casa non sia un mortorio, ma nemmeno una sede delle feste erasmus, mi fa capire che io vado bene “Dimmi qualcosa, eh!” incalza nuovamente. “Ho l’altra casa domani”. “Ah, già!” Ci salutiamo. Sulla porta mi fa “Dai, allora fra qualche ora fammi sapere se sei interessata”. Ci rinuncio, sorrido, volto le spalle e scendiamo le case.

“Di sicuro non ti saresti annoiata” mi dice F.
Eh già!

to be continued…

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4 pensieri riguardo “Di casa in casa #1

  1. Ahaha, post molto divertente!! 😀 Cercare una nuova casa in effetti è un concentrato di incontri ed esperienze piuttosto bizzarre, specialmente se vai a parare su un appartamento di studenti!
    è molto bella questa idea di “riprovarci” visto che, non conosco la tua età, ma non sei più da università a quanto deduco.
    Come te non ho vissuto l’esperienza della fuori sede, e anche se la comodità di stare a casa coi genitori e non doversi preoccupare troppo di sopravvivere si è sentita tutta (cucinare, pulire, lavare, stirare, fare la spesa, occuparsi dei pagamenti…se avessi dovuto occuparmi di questo da sola col cavolo che mi sarei laureata nei tempi!) rimpiango un po’ il non aver provato l’avventura di avere dei coinquilini, vivere in una città diversa…anche se dove ho studiato io ci sono molte falle: è una città per turisti, non per studenti.
    Uno dei miei film preferiti è sempre stato “l’appartamento spagnolo” ed ero molto piccola quando uscì, quindi mi ero figurata la vita universitaria proprio così emozionante…e invece poi è andato tutto diversamente, in modo molto più “normale” per come sono fatta io: niente erasmus né coinquilini stranieri né tante feste fino a tarda notte…e quando sono uscita di casa è stato per andare a convivere col fidanzato. I miei colleghi oggi mi dicono ” te la sei vissuta proprio male!”:D
    In realtà va bene così…ma se tu hai la possibilità di “riprenderti” un po’ della leggerezza della fuori sede andando a vivere in una pazza casa abitata da studenti…fallo!!
    Magari una con un odore migliore e una finestra più grande 😉

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    1. Esattamente, non ho più l’età da universitaria: mi sono laureata nel 2008! 🙂
      La mia ricerca risponde al famoso desiderio della “stanza tutta per sé”, funzionale e necessario al progetto a cui voglio dedicarmi nei prossimi due mesi… poi si vedrà! Ma come quasi sempre mi succede ultimamente, mi pare che tutto si trasformi in un avventura degna di essere raccontata, anche solo per condividere un sorriso con chi legge. Resta sintonizzata, che il meglio deve ancora venire…

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  2. Tutto bello ma… dopo qualche ora hai chiamato il ragazzo? Ghghghghg 😀
    A me è successa una cosa simile, un po’ di tempo fa. Fila per una crepe alla nutella, quando giunge il mio turno, oltre a ordinare, chiedo al tizio l’ora e mi risponde:”sì le do un tovagliolo” tutto sorridente. Quindi ci riprovo. E di nuovo mi risponde allo stesso modo. Al terzo tentativo, l’ho dovuto guardare bene, facendogli capire (credo) che la mia domanda esulava dai suoi momentanei processi mentali…
    Questa sordità è emblematica di un certo modo di vivere molto diffuso, secondo me…

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    1. Alla fine non l’ho mai chiamato! 😀
      Rispetto alla tua crepe alla nutella, di sicuro la sordità del ragazzo rientra in quelle modalità talmente standardizzate (quasi alla stregua di catene di montaggio) da non prevedere domande che non abbiano a che fare con il processo di produzione.
      Il tizio della casa era palesemente in uno stato confusionale, oberato dal numero di chiamate e annegato nella consapevolezza dell’incapacità di gestirle!

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