Compromettersi

Ho tagliato i ponti con quella che è stata la mia principale fonte di reddito di quest’ultimo anno. Voglio compromettermi, uscire dalla comfort zone, non avere più porti sicuri  che da porti si trasformino in gabbie. Ho iniziato a dedicarmi ad un reportage che avevo in mente da quasi due anni. Fatta la prima intervista, presi altri contatti e libri sull’argomento. Domani andrò a vedere una stanza in centro a Bologna. Voglio che sia in centro, per poter muovermi agilmente fra le biblioteche, alla ricerca di materiali, di riviste da studiare e – anche – di luoghi che mi permettano di concentrarmi a fondo. Non riuscivo ad uscire da loop della questione casa: voglio una casa bella, lontana dalla città, con ritmi sani, un lavoro non in ufficio, che non mi leghi ad un posto, che non mi leghi ad una città. Ma non voglio fare la contadina e al momento non sono ancora arrivata alla svolta del telelavoro. Che fare dunque? E via via si faceva sentire più fissa la sensazione di sabbie mobili tutta intorno a me, quell’indecisione paralizzante, creata da una serie di motivi concatenati l’un l’altro, che da qualche parte bisogna pure sbloccare. E allora sblocchiamoli. Me ne vado tre mesi in città, in una dimensione completamente nuova per me, e per la prima volta affronto cose che ho schivato per tutta l’università (cercare casa, condividere gli spazi con sconosciuti, capire le dinamiche degli affitti…). Quello che mi ha aiutata, che mi sta aiutando a sbloccare la situazione è l’idea della temporalità: in questa vita precaria non necessariamente le scelte devono essere per sempre. Così, una domenica su una panchina di un parco con due amiche , ho realizzato che posso procedere per step. Che posso andare a stare in città giusto per qualche mese, per portare a termine quello che voglio fare.

Inutile dire che mi cago sotto. Mi sono cagata sotto quando ho chiamato  per stanza che andrò a vedere domani, tanto  che quando il ragazzo mi ha proposto di andare lì nel pomeriggio non sono mica riuscita a dire di sì subito… ho dovuto prendere tempo (come sono solita fare, ahimè) dicendo che avrei confermato eventualmente in serata. Ho confermato.
Mi sto cagando sotto perché mi sto compromettendo con tutti quelli che mi chiedono cosa faccio raccontando la mia idea sul reportage, perché nominare questo progetto significa renderlo reale: ora non posso più nascondermi o scappare, ci sarà qualcuno che prima o poi mi chiederà “E che ne è stato del progetto di cui mi parlavi?”. Insomma: devo arrivare fino in fondo. E ho una discreta ansia da prestazione. Raccolgo materiali e interviste e tanti scenari e temi si collegano a quello centrale, talmente tanti che spero di riuscire a gestirli sensatamente e a non perdermi in questo oceano di pensieri, testimonianze, pareri e riflessioni.

In fondo in fondo il timore più grande è scoprire che tutte le cose che ho creduto di me e che mi stanno spingendo in questa direzione,  non siano così vere. Ok. Lo accetto: fa parte del mettersi in gioco sapere che si potrebbe anche perdere.

Ma l’alternativa non è praticabile. Non più.

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9 pensieri riguardo “Compromettersi

  1. Figo Mari, che dire in bocca al lupo! Sarà un successo e sai perchè? Perchè ciò che veramente ci spaventa non è NON riuscire, ma proprio riuscire (!), in quanto ciò implica un dover conoscere, l’avere contatto con tutto ciò che non abbiamo mai sperimentato. L’ignoto rappresenta la vera paura… ma se provi davvero questo sentimento, vuol dire che il viaggio l’hai intrapreso per davvero, che ci sei in pieno, sei presente al 100% e allora sarà un successo.

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  2. Mari ciao, la casa procede, i lavori di muratura sono quasi al termine (dopo mille peripezie burocratiche). Io invece sono un po’ altalenante, avrei proprio bisogno di smuovere le acque ora, adesso, come stai facendo tu, ma devo aspettare ancora. E ho dubbi pure su questo, perchè magari qualcosa per venirmi un po’ incontro potrei anche farla, ma cosa?

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  3. Parli di insoddisfazione legata a qualcosa di specifico o (momentanea) generale perdita di senso o energie un po’ scariche? In ognuno di questi casi fare qualcosa di nuovo, che scombini le routine, le carte e fornisca ossigeno ed energia nuova può aiutare! Le opzioni potrebbero essere tante, dipende un po’ dal risultato che vorresti ottenere… qual è? 🙂

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  4. Sì Mari è insoddisfazione, causata da molte cose. Intendiamoci: non mancano i germogli di qualcosa di nuovo, ma sono solo germogli e sono ancora ingiustamente relegati ai margini. Sono stufo di questo. E poi sono arcistufo di stare inserito nel sistema produttivo, io ne vedo ogni giorno le leggi assurde (subdole), anche dove sto io da 2 anni a questa parte, che è un posto ai margini che mi sono scelto proprio per questo, perchè mi avrebbe consentito (e la previsione si è rilevata corretta) di guadagnare in serenità per riacquistare il tempo per riflettere. La mentalità capitalista ci ha inquinato il cervello nel profondo e quelle volte in cui riesco a prenderne le misure, una certa rabbia/disperazione mi assale. Vorrei poter cambiare subito, invece devo aspettare. La cosa che non riesco più ad accettare è che, mentre io approfondisco sempre di più la questione, studiando anche, attorno a me vedo le persone inconsapevoli, plasmate dall’ideologia, e io sono una specie di mosca bianca, posizionata dove NON DEVE stare. E tutto ciò è molto brutto, oltre che faticoso e dannoso.
    Ciao

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    1. Non farti sopraffare dallo sconforto: l che nella maggior parte dei casi il mondo non vada come vorremmo lo sappiamo sempre, altrimenti non cercheremmo percorsi “altri”. Te lo dico anche se so che lo sai perché a volte sentirsi ripetere le cose ci aiuta a focalizzarle meglio e l’insoddisfazione crescente rischia di mostrificare tutto: iniziamo a vedere quanto è nero il nero che ci sta attorno e a cui diciamo di non voler appartenere e questo può far disperare. Invece caro Fabio il bello è ovunque e allenarsi a cercarlo, vederlo e riconoscerlo penso sia una grande rivoluzione. Questo non perchè ci si debba accontentare, ma per non rischiare di cadere nello sconforto più fondo. Non conosco il tuo giro di amicizie e conoscenze, ma per domare l’insoddisfazione in questo campo le azioni sono due: la prima è fare in modo di cercare, conoscere e frequentare persone più aderenti alla tua visione. Perchè è vero che il cambiamento deve essere tuo, interiore, ma avere persone intorno che possiamo considerare alleate in questa battaglia ci fa sentire più forti. Ti assicuro che alleati puoi trovarne un bel po’, vanno scovati negli ambienti giusti (nei gruppi di acquisto solidale o associazioni che operano sul tema della transizione, della decrescita, del biologico… c’è un fiorire di realtà di questo tipo e sicuramente Torino ne sarà piena). L’altra cosa importante è accettare le persone che abbiamo intorno per quello che sono e aspettarsi da loro quello che possono darci, non qualcosa di più: inutile cercare di fare discorsi filosofici sull’obsolescenza programmata col tuo collega, se non si è mai posto il problema, ma magari avete gusti musicali simili e una sera può essere un buon compagno per quel concerto. Come ho scritto varie volte è capitato anche a me di rendermi conto di quanto persone abitudinarie della mia socialità mi fossero distanti, all’inizio la cosa mi ha messa in crisi, ma poi l’ho ridimensionata, aiutata dalla giusta prospettiva. Perchè ogni tanto ci vuole anche un po’ di leggerezza. Bisogna coltivarla e mantenere il sorriso, Ed essere aperti all’ignoto, che poi le persone che cerchi potresti trovarle proprio in quegli ambienti che odii, anzi chissà che non ci siano già e l’insoddisfazione impedisca a volte di vederle? 🙂

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      1. Grazie Mari dei consigli, hai scritto ottime parole. In effetti ciò che dici è quel che sto tentando di fare (i germogli di cui parlavo) ma al riguardo hai una visione più completa della mia e rifletterò su quanto mi hai detto. Il lavoro grosso da fare è dentro di noi, ma allo stesso tempo dobbiamo nutrirci di ciò di cui abbiamo bisogno e la conoscenza di noi stessi che ci permette di compiere le scelte “giuste” fa parte di questo lavoro.
        Ciao!

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